Esistono innovazioni capaci di riscrivere il contratto sociale tra Stato e cittadino. Il progetto di Anna G. Krayevskaya, ricercatrice ventiduenne della Plekhanov Russian University of Economics, trasforma il DNA da codice misterioso a “bussola” per una vita lunga e sana.
La portata rivoluzionaria del suo lavoro ha ricevuto un riconoscimento ai massimi livelli istituzionali: durante il Forum internazionale, il Consigliere del Presidente della Federazione Russa, Maxim Oreshkin, ha citato esplicitamente il progetto di Anna definendolo:
«Un modello d’avanguardia che dimostra come l’investimento nel capitale umano, supportato dalle tecnologie genomiche, sia la vera chiave per la crescita economica e la sovranità nazionale del futuro.»
Vedere la gigantografia di una ragazza di 22 anni proiettata in un consesso affollato da esperti e accademici di tutto il mondo è stato un segnale potentissimo. Anna non ha solo presentato una ricerca, ma un piano industriale per una nuova “economia della prevenzione” capace di risparmiare oltre 13 trilioni di rubli. Ho avuto il piacere di intervistare questa giovane mente visionaria in via esclusiva.
Intervista ad Anna G. Krayevskaya

- Anna, hai solo 22 anni e il tuo progetto è stato celebrato da Maxim Oreshkin con una gigantografia davanti a una platea di esperti mondiali. Cosa ha significato per te, a questa età, essere stata considerata in modo così importante laddove erano presenti accademici portatori di grandi esperienze da tutto il mondo?
Per me si è trattato di un momento di svolta, molto potente e, in un certo senso, decisivo. In qualità di giurista esperta in diritto medico, questo argomento mi sta particolarmente a cuore ed è di grande interesse, poiché le tecnologie genetiche non rappresentano un futuro astratto, bensì uno dei vettori chiave nello sviluppo del moderno sistema sanitario. Esse non vanno solo studiate a livello teorico, ma devono anche essere introdotte tempestivamente nella pratica, delineando al contempo un quadro giuridico, organizzativo ed etico ben definito.
Conduco ricerche nel campo del diritto medico da circa quattro anni; ho al mio attivo più di 60 articoli scientifici e sono inoltre vincitrice del Premio Nazionale “Kolba” 2026. Pertanto, per me, il progetto del Passaporto Genetico Sanitario non è solo un’iniziativa tecnologica o medica, ma anche un’importante sfida legale: come fare in modo che le innovazioni siano davvero al servizio delle persone, risultino accessibili ai cittadini e, allo stesso tempo, proteggano in modo affidabile i loro dati personali e genomici.
Quando il progetto è stato notato a un livello così alto e presentato a un pubblico che comprendeva esperti, scienziati e rappresentanti di diversi paesi, ho sentito che questo lavoro stava andando oltre la semplice ipotesi scientifica. È già parte di una grande agenda per il futuro — un’agenda in cui la medicina preventiva, i dati genomici e il diritto devono svilupparsi insieme.
Certamente, a 22 anni, un tale riconoscimento è di grande ispirazione. Tuttavia, non lo vedo come un trionfo personale, ma come una responsabilità. Se il progetto viene discusso ad alti livelli, significa che i requisiti richiesti saranno molto più severi: la qualità del modello, la sua giustificazione economica, l’aspetto etico e la protezione dei dati. Per me, questo è stato il segnale che non dovevo fermarmi al concetto teorico, ma andare oltre — verso l’elaborazione dei meccanismi di attuazione.
È particolarmente importante che sia stata colta la logica stessa del progetto: gli investimenti nelle persone, nella salute e nella prevenzione non sono spese, ma una fondazione strategica per lo sviluppo economico. Mi sembra che proprio questa idea stia diventando oggi fondamentale.

- Qual è stata la scintilla che ha dato vita all’idea del Passaporto Genetico? Essere una “outsider” per via dell’età ti ha aiutato ad avere una visione più libera dai vecchi schemi della burocrazia sanitaria?
La scintilla è stata la consapevolezza che oggi le tecnologie genetiche si stanno sviluppando rapidamente, ma esiste ancora un grande divario tra il potenziale scientifico e la reale pratica medica. Gli Stati, i centri di ricerca e i laboratori stanno creando database genomici su larga scala, sviluppando biobanche, investendo nel sequenziamento e nelle infrastrutture di ricerca. Ma per un comune paziente, queste informazioni rimangono spesso inaccessibili e incomprensibili. Esistono da qualche parte “all’interno del sistema”, ma non sempre si traducono in un beneficio concreto: prevenzione personalizzata, diagnosi precoce, scelta della terapia o raccomandazioni chiare sullo stile di vita.
Come giurista in campo medico, mi sono interessata in modo particolare al motivo per cui, nonostante l’esistenza di tali tecnologie, esse non siano ancora diventate uno strumento di massa per la tutela della salute. Dopotutto, ciò solleva una questione non solo medica ma anche giuridica: come fare in modo che le informazioni genetiche lavorino nell’interesse della persona, siano accessibili e sicure, e allo stesso tempo non diventino fonte di discriminazione o di abusi.
È così che è nata l’idea del Passaporto Genetico Sanitario — non semplicemente come un documento digitale o un database, ma come una vera e propria interfaccia giuridica e medica tra la scienza, lo Stato, il medico e il cittadino. Il suo compito è tradurre dati genomici complessi nel linguaggio chiaro delle azioni pratiche: quali rischi monitorare, quando sottoporsi agli esami, quali misure preventive adottare e quali caratteristiche del corpo considerare durante le cure.
Per quanto riguarda l’età, non la considero uno svantaggio. Piuttosto, mi permette di guardare al sistema in modo più libero e di porre domande che, all’interno delle consolidate logiche burocratiche, a volte sembrano troppo audaci.
Perché la prevenzione spesso inizia solo quando la malattia è già comparsa?
Perché un cittadino non può ricevere informazioni sui propri rischi in una forma comprensibile?
Perché la medicina personalizzata rimane ancora inaccessibile a tutti?
La mia esperienza nel diritto medico mi aiuta a guardare a questo tema in modo globale: non solo dal punto di vista della tecnologia, ma anche da quello dei diritti dei pazienti, della regolamentazione, dell’etica, della protezione dei dati personali e della responsabilità dello Stato. A mio avviso, le soluzioni più importanti per il futuro della sanità stanno nascendo oggi proprio all’intersezione tra medicina, diritto, tecnologie digitali e pubblica amministrazione.

3. Oltre allo sviluppo del Passaporto Genetico, la tua mente sta già elaborando altre idee innovative o ti stai concentrando esclusivamente sulla messa a terra di questo progetto?
In questo momento, il mio focus principale è il Passaporto Genetico Sanitario, perché l’idea stessa è piuttosto ampia e richiede un’elaborazione profonda. Non si tratta solo di un’applicazione, ma di un intero ecosistema digitale: un modello giuridico, una logica medica, la protezione dei dati, l’interazione con i medici, l’infrastruttura statale, l’impatto economico e la possibile scalabilità internazionale.
Allo stesso tempo, all’interno di questo progetto ci sono già diverse aree che, di per sé, potrebbero diventare soluzioni innovative autonome. Ad esempio, un sistema per la chiara visualizzazione dei rischi genetici, l’integrazione dei dati genetici con i dispositivi indossabili (wearable), raccomandazioni preventive personalizzate, la farmacogenetica e un modello per ricompensare i cittadini che consentono l’uso di dati anonimizzati nella ricerca.
Quindi direi così: in questo momento non mi sto disperdendo in idee completamente nuove, ma sto cercando di sviluppare l’ecosistema attorno al Passaporto Genetico. È un ambito abbastanza ampio da includere molte innovazioni tecnologiche e sociali.
Tuttavia, oltre al Passaporto Genetico, ho all’attivo anche otto progetti orientati alla pratica che confermano la mia interdisciplinarità e maturità scientifica come giurista medica nel campo della sanità, della biologia e del diritto. Tra questi, vorrei menzionare “RADIOPHARM-synthesis: un’unità mobile per la produzione di radiofarmaci a vita ultrabreve”; questo progetto è risultato vincitore al Congresso dei Giovani Scienziati 2026 presso l’ITMO. Una menzione speciale va anche alla piattaforma “Agrogen”, volta a delineare un nuovo modello tecnologico di produzione vegetale, sulla quale avvieremo prestissimo uno studio scientifico congiunto con uno degli saggisti. Tutti i miei interessi scientifici rientrano nella triade “medicina-biologia-diritto“.

4. Hai immaginato questa applicazione solo per la Russia o, essendo naturalmente scalabile, la consideri un modello esportabile a livello internazionale?
Inizialmente ho considerato la Russia come una naturale piattaforma di partenza, perché stiamo già sviluppando una solida infrastruttura genomica statale, esiste un Database Nazionale di Informazioni Genetiche, sistemi medici digitali e una forte scuola scientifica. In altre parole, sta emergendo la base su cui costruire una medicina personalizzata di massa.
Ma il modello in sé è certamente scalabile. Il problema che il Passaporto Genetico risolve non è solo russo. Molti paesi si trovano di fronte allo stesso paradosso: i dati genomici vengono accumulati, ma non raggiungono il cittadino sotto forma di raccomandazioni comprensibili e azioni preventive.
Pertanto, vedo il progetto come un modello internazionale. Per i paesi che dispongono già di database genomici statali, può essere un modulo aggiuntivo all’infrastruttura esistente. Per i paesi in cui tale infrastruttura non esiste ancora, è possibile un modello di licenza tecnologica, in cui lo Stato riceve una piattaforma pronta all’uso sotto il proprio marchio nazionale.
A mio parere, ciò che dovrebbe essere esportato non è solo la tecnologia, ma l’approccio: i dati devono lavorare nell’interesse della persona, e il cittadino deve essere il beneficiario dei propri dati.

5. Parlando di espansione, nel tuo saggio citi spesso il CIS (la Comunità degli Stati Indipendenti che riunisce molte nazioni dell’ex area sovietica). Perché l’acronimo CIS è così centrale nella tua strategia di espansione e quali vantaggi porterebbe una piattaforma comune a questi paesi?
I paesi della CSI sono importanti per un modello di questo tipo per diverse ragioni.
In primo luogo, molti di essi condividono una base storica e istituzionale comune nel campo della medicina, dell’istruzione e della scuola scientifica. Ciò rende più agevole la creazione di standard compatibili e protocolli comuni.
In secondo luogo, la scala dei dati è particolarmente cruciale per la medicina genomica. Maggiore è la quantità di dati di alta qualità, raccolti correttamente ed elaborati eticamente, più precisi diventano i modelli di valutazione del rischio, migliore è il funzionamento degli algoritmi e maggiori sono le opportunità di scoperte scientifiche. Una piattaforma unificata o compatibile consentirebbe di creare una base più solida per la ricerca, tenendo conto della diversità genetica delle popolazioni di diversi paesi.
In terzo luogo, una piattaforma simile potrebbe ridurre la disuguaglianza tecnologica. Non tutti i paesi possono costruire autonomamente un ciclo completo di infrastruttura genomica — dai laboratori ai servizi digitali e agli algoritmi di intelligenza artificiale. Ma un modello congiunto consente di condividere i costi, utilizzare standard comuni e dare ai cittadini un accesso più rapido a moderni strumenti di prevenzione.
È importante sottolineare che non si tratta di trasferire dati sensibili senza controllo, ma di creare un protocollo di scambio protetto, dove la base rimangono il consenso del cittadino, la regolamentazione nazionale e la trasparenza dell’accesso.

- Nel tuo saggio evidenzi un paradosso: enormi database genomici statali che restano confinati nei laboratori. Perché, finora, questi dati non sono diventati azioni concrete per i cittadini?
A mio avviso, la ragione risiede nel fatto che l’infrastruttura scientifica si è sviluppata più velocemente rispetto alla logica gestionale e d’uso della sua applicazione. Sequenziare un genoma, raccogliere una biobanca, creare un database — sono compiti difficili, ma appartengono principalmente al lato scientifico e tecnologico. La fase successiva — trasformare questi dati in un servizio chiaro per la persona — richiede un’architettura diversa: medica, giuridica, digitale, economica ed etica.
Vi sono diverse barriere in questo percorso. La prima è la complessità di interpretazione: i dati genetici di per sé non dicono nulla a una persona comune. È necessaria una traduzione dal linguaggio della scienza a quello delle azioni concrete. La seconda è l’assenza di un’interfaccia di massa: anche se i dati esistono, il cittadino spesso non dispon e di un’area personale comoda in cui poter visualizzare i propri rischi, le raccomandazioni, la cronologia degli accessi e il collegamento con il medico. La terza è la cautela dei regolatori: i dati genomici sono estremamente sensibili e, senza un sistema di protezione, consensi, registri di accesso e responsabilità, non possono essere semplicemente aperti a un uso diffuso. La quarta è il modello economico: è necessario capire chi finanzia la versione base, come viene coinvolto un operatore privato e come vengono tutelati gli interessi dello Stato, delle imprese e del cittadino.
Ecco perché propongo il Passaporto Genetico non come un’applicazione a sé stante, ma come un modello di partenariato pubblico-privato che connette dati, servizi, regolamentazione e prevenzione di massa.

Il modello di Partenariato Pubblico-Privato (PPP) è il cuore della tua proposta. Qual è il ruolo dello Stato e quale quello dell’operatore privato in questo ecosistema?
Nel mio modello, lo Stato è responsabile di tutto ciò che è connesso all’interesse pubblico, alla fiducia e all’infrastruttura. Ciò include il database genomico nazionale, gli standard di sicurezza, la regolamentazione degli accessi, la certificazione degli operatori, l’integrazione con il sistema sanitario e il finanziamento della versione base per i cittadini.
In altre parole, lo Stato deve garantire che il Passaporto Genetico non sia un prodotto commerciale d’élite, ma un elemento di un nuovo sistema di medicina preventiva accessibile a tutti.
L’operatore privato, a sua volta, è responsabile dell’implementazione tecnologica: l’applicazione mobile, l’interfaccia utente, gli algoritmi di intelligenza artificiale, il supporto tecnico, i servizi di telemedicina, la comodità e la velocità di implementazione. Le aziende private hanno solitamente una maggiore flessibilità nella creazione di prodotti digitali, quindi il loro ruolo è quello di trasformare una complessa infrastruttura statale in un servizio chiaro e conveniente.
Allo stesso tempo, l’operatore privato non deve avere la proprietà incontrollata dei dati. I dati rimangono sotto la protezione dello Stato e del cittadino. L’operatore riceve un diritto limitato di creare e gestire il servizio secondo un modello trasparente — ad esempio, una concessione di 10–15 anni, con una chiara distribuzione dei ricavi e il reinvestimento obbligatorio nello sviluppo del sistema.

8. Come pensi di superare la barriera dei costi che oggi rende i test del DNA un lusso per pochi, garantendo che l’informazione genetica sia un diritto di tutti?
Il principio cardine è che l’accesso di base debba essere gratuito per il cittadino. Se parliamo di informazioni genetiche come strumento di prevenzione, allora non deve trattarsi di un privilegio per sole persone facoltose. Altrimenti, la medicina personalizzata, anziché ridurre le disuguaglianze, le accentuerà.
Nel mio modello, la versione base del Passaporto Genetico è finanziata dallo Stato — secondo la logica di una cartella clinica elettronica o di altri servizi sociali digitali. Dovrebbe includere i rischi di fondo, le raccomandazioni essenziali, un’area personale, la gestione degli accessi e il collegamento con il medico.
Le funzioni estese possono essere implementate tramite un abbonamento accessibile, ad esempio 500 rubli al mese: nutrigenomica più approfondita, farmacogenetica, consulenze estese, moduli analitici aggiuntivi. Ciò consentirà di sostenere l’economia del progetto senza precludere la prevenzione di base alla maggioranza dei cittadini.
Inoltre, con un’implementazione di massa, il costo dei test genetici diminuisce grazie alla scala, alla standardizzazione dei processi di laboratorio e alla concorrenza tra operatori certificati. Maggiore è la copertura, più economica diventa la singola unità di analisi.

9. l Passaporto si articola in 5 moduli. Qual è, secondo te, quello che genererà il maggiore impatto sulla vita quotidiana delle persone?
A mio parere, il modulo delle raccomandazioni personali sarà quello con il maggiore impatto quotidiano. L’area personale è importante, la visualizzazione dei rischi è importante, ma una persona cambia comportamento non per il semplice fatto di possedere un’informazione, bensì grazie a una risposta chiara alla domanda:
“Cosa devo fare domani mattina?”
Se il sistema dice a una persona: hai un rischio aumentato di diabete di tipo 2, pertanto ti viene raccomandato un certo tipo di dieta, una specifica attività fisica, il monitoraggio del glucosio con una determinata frequenza e una visita medica entro un dato periodo — questo è già uno strumento pratico.
È particolarmente importante che le raccomandazioni non siano astratte, ma personalizzate. Non un generico “conduci uno stile di vita sano”, ma un piano specifico che tenga conto del genotipo, dell’età, del sesso, dello stile di vita, della storia clinica e dei dati provenienti dai dispositivi indossabili. È proprio questo modulo che trasforma le informazioni genomiche da un complesso testo scientifico in una navigazione quotidiana per la salute.

- L’Intelligenza Artificiale interpreta dati complessi (come i geni TCF7L2 o BRCA1/2). In che modo l’IA può tradurre queste informazioni in consigli semplici e “a semaforo” per un cittadino comune?
L’IA in un sistema simile dovrebbe svolgere il ruolo di traduttore tra le informazioni mediche complesse e la persona. Una variante genetica di per sé non è una diagnosi. Pertanto, è fondamentale non spaventare l’utente con una sfilza di termini tecnici, ma mostrare il livello di rischio e uno scenario d’azione chiaro.
Ad esempio, se viene rilevata una variante del gene TCF7L2 associata a un aumento del rischio di diabete di tipo 2, il sistema può mostrare un livello di rischio “giallo” o “rosso”, spiegare in parole semplici cosa significa e suggerire misure specifiche: controllo del peso, attività fisica regolare, una determinata frequenza nei test del glucosio e una visita dall’endocrinologo.
Nel caso di BRCA1/2, il sistema non dovrebbe limitarsi alla scritta “alto rischio”. Dovrebbe offrire il passo successivo sicuro: consulenza con un genetista, un programma di osservazione individuale, il collegamento con un oncologo e promemoria per gli screening.
Il formato a “semaforo” è importante perché riduce il carico cognitivo. Verde significa osservazione standard. Giallo significa che sono necessari prevenzione e monitoraggio. Rosso significa che sono indispensabili la consulenza di uno specialista e controlli più frequenti. Ma dietro questa semplicità devono esserci algoritmi clinici rigorosi e la validazione da parte dei medici.

11. Uno dei punti più innovativi è l’integrazione con i dispositivi indossabili (smartwatch). Come può questa “sorveglianza attiva” migliorare la gestione della salute in tempo reale?
I dispositivi indossabili (wearable) consentono di trasformare la prevenzione da una raccomandazione una tantum a un processo continuo. Il Passaporto Genetico può mostrare la predisposizione, ma il rischio reale è modellato anche dallo stile di vita: attività fisica, sonno, pulsazioni, livello di stress, peso e abitudini.
Ad esempio, se una persona ha una predisposizione genetica alle malattie cardiovascolari, lo smartwatch può tracciare l’attività fisica, il battito cardiaco e la qualità del sonno, ricordarle di fare esercizio o segnalare la necessità di sottoporsi a un controllo. Se vi è un rischio di disturbi metabolici, il sistema può tenere conto dell’attività, del peso corporeo, della dieta e suggerire correzioni.
Il valore principale qui è il feedback. La persona non riceve solo una raccomandazione una volta all’anno, ma vede quanto effettivamente la sta seguendo. E il medico, con il consenso del paziente, può avere un quadro più completo, non limitato ai soli dati raccolti al momento della visita. Io la chiamo «prevenzione attiva»: il sistema non aspetta che compaia la malattia, ma aiuta a mantenere la persona in una zona a minor rischio.

12. Veniamo alla Privacy: come garantite che i dati genomici, l’essenza stessa dell’individuo, non vengano utilizzati impropriamente da datori di lavoro o compagnie assicurative?
La garanzia non deve basarsi su promesse, ma sull’architettura del sistema e sui vincoli legali. I dati genomici costituiscono una delle categorie più sensibili di informazioni personali, pertanto l’accesso a essi deve essere rigorosamente regolamentato.
In primo luogo, il cittadino deve gestire l’accesso in prima persona: chi può vedere i dati, quali dati specifici, per quanto tempo e per quale scopo.
In secondo luogo, tutte le richieste di accesso ai dati devono essere registrate in un registro delle attività (activity log): chi ha richiesto l’accesso, quando e perché.
In terzo luogo, il consenso deve essere revocabile: una persona può in qualsiasi momento limitare o interrompere l’uso dei propri dati.
Per i datori di lavoro, l’accesso ai dati genomici deve essere proibito, poiché in caso contrario vi sarebbe il rischio di discriminazione. Con le compagnie assicurative sono possibili solo scenari strettamente volontari e limitati, ad esempio se la persona stessa desidera fornire determinati dati per ottenere una tariffa personalizzata o uno sconto. Ma questo non deve mai trasformarsi in una costrizione. Sono inoltre necessari audit indipendenti, la certificazione degli operatori, la responsabilità legale per l’uso improprio e l’impossibilità tecnica di accedere al di fuori dello scenario consentito.

13. Hai previsto un “Log delle attività” e la possibilità di revocare il consenso. È sufficiente questo per creare fiducia totale in un sistema così centralizzato?
No, il registro delle attività e la revoca del consenso da soli non bastano. Sono elementi importanti, ma la fiducia in un sistema del genere deve essere multilivello.
Il primo livello è giuridico: leggi chiare, divieti sull’uso discriminatorio dei dati e responsabilità per le violazioni.
Il secondo livello è tecnologico: crittografia, differenziazione degli accessi, anonimizzazione dei dati per la ricerca e protezione contro la copia non autorizzata.
Il terzo livello è organizzativo: audit indipendenti, certificazione degli operatori privati e partecipazione della comunità medica e scientifica.
Il quarto livello è orientato all’utente: la persona deve capire cosa sta succedendo ai suoi dati. Non all’interno di complicati documenti, ma in un’interfaccia semplice: chi ha richiesto l’accesso, perché, per quale periodo e cosa esattamente è stato trasmesso.
La centralizzazione può essere efficace dal punto di vista della scala, ma richiede sempre un livello elevato di trasparenza. Pertanto, non parlerei di “fiducia cieca”, ma di fiducia verificabile, in cui il cittadino vede e controlla i processi chiave.

14. Molti temono il “biohacking“. Quali tecnologie di crittografia (come la Blockchain) prevedi per rendere il Passaporto Genetico a prova di attacco informatico?
In questo ambito è importante un approccio globale. Non si può dire che una sola tecnologia, persino la blockchain, risolverà tutti i problemi di sicurezza. Il Passaporto Genetico deve utilizzare un sistema di protezione a più livelluna forte crittografia dei dati sia durante l’archiviazione che durante la trasmissione.
Forte crittografia dei dati durante l’archiviazione e la trasmissione.
Separazione delle informazioni identificative e dei dati medico-genetici: anche se un circuito viene compromesso, l’attaccante non dovrebbe ottenere il quadro completo.
Autenticazione a più fattori per utenti e specialisti.
Accesso basato sui ruoli: un medico, un ricercatore, un operatore e il cittadino stesso hanno diversi livelli di diritti.
La blockchain o un registro distribuito possono essere utili non per conservare i dati genomici in sé, ma per registrare gli accessi e i consensi. Vale a dire, il registro può conservare una cronologia immutabile: chi ha ricevuto il permesso, quando, per quanto tempo e per quale scopo. Ciò aumenta la trasparenza e riduce il rischio di interferenze non rilevate.
Per la ricerca, è necessario utilizzare l’anonimizzazione, la pseudonimizzazione e, in futuro, tecnologie di calcolo confidenziale (confidential computing), in cui gli algoritmi possono lavorare con i dati senza che questi vengano mostrati direttamente.

15. C’è un aspetto etico legato al trauma psicologico: ricevere informazioni su un alto rischio di malattie incurabili può essere devastante. È prevista una figura di supporto, come un consulente genetico, all’interno dell’ecosistema?
Sì, questo è un elemento di fondamentale importanza. Le informazioni genetiche non devono essere fornite a una persona come un risultato freddo e spaventoso, privo di spiegazioni. Soprattutto se parliamo di rischi elevati di malattie gravi o difficili da curare.
All’interno dell’ecosistema deve necessariamente esserci un collegamento con un consulente genetico e, in alcuni casi, con uno psicologo e un medico specialista competente. Il compito del consulente è spiegare che il rischio genetico non significa sempre l’inevitabilità della malattia. È una probabilità sulla quale si può e si deve lavorare: attraverso l’osservazione, la diagnosi precoce, la prevenzione, i cambiamenti nello stile di vita e il supporto medico.
È anche importante studiare l’etica dell’interfaccia. Il sistema non dovrebbe scioccare una persona con avvisi rossi privi di contesto. Se il rischio è alto, l’utente dovrebbe vedere immediatamente non solo il problema, ma anche un percorso di aiuto: fissare un appuntamento con uno specialista, ottenere una consulenza, sottoporsi a un esame aggiuntivo. Il principio cardine è non lasciare la persona da sola di fronte a informazioni difficili.

16. In termini economici, prevedi un risparmio di circa 13 trilioni di rubli in 10 anni. Come rispondi a chi vede in questi numeri una stima eccessivamente ambiziosa?
Comprendo tale scetticismo, perché la cifra è in effetti imponente. Ma è importante chiarire: non si tratta di un risparmio istantaneo e nemmeno di un fantastico “effetto app”. Si tratta del calcolo del potenziale effetto cumulativo nell’arco di 10 anni per i gruppi di malattie più costosi — diabete, malattie cardiovascolari, oncologia e altre condizioni croniche in cui la prevenzione e la diagnosi precoce sono particolarmente cruciali.
Oggi lo Stato e la società sostengono spese enormi non solo per le cure, ma anche per le conseguenze di diagnosi tardive: disabilità, incapacità temporanea al lavoro, perdita di produttività e complicazioni costose. Se almeno una parte di questi casi viene prevenuta o rilevata precocemente, l’impatto economico diventa estremamente significativo.
Naturalmente, tali stime richiedono ulteriori verifiche, un modello economico-matematico, progetti pilota e l’analisi di dati reali. Non vedo i 13 trilioni come un dogma definitivo. È un punto di riferimento che mostra la portata del potenziale effetto. L’idea di fondo è un’altra: prevenire è sempre più economico che curare in fase avanzata. E la prevenzione personalizzata può essere particolarmente efficace perché le risorse vengono dirette laddove il rischio è realmente più elevato.

17. Dopo l’endorsement pubblico di Oreshkin, hai già ricevuto proposte concrete di collaborazione da ministeri o grandi investitori tecnologici?
Non ho ancora ricevuto proposte concrete. Sono aperta alla cooperazione con strutture statali, università, organizzazioni mediche e aziende tecnologiche, purché ciò corrisponda al principio cardine del progetto: i dati devono essere utilizzati in modo etico, trasparente e nell’interesse del cittadino.
18. Qual è il tuo messaggio finale per i giovani ricercatori che hanno idee rivoluzionarie ma temono di non essere ascoltati dai “grandi del mondo”?
Direi: non aspettate il momento perfetto e non abbiate paura di iniziare con una bozza. Ogni grande idea all’inizio appare imperfetta. Ha bisogno di essere discussa, difesa, riscritta, testata e rafforzata con argomentazioni. Ma se vedete un problema e sentite di poter offrire una soluzione, non dovete decidere in anticipo per gli altri che non verrete ascoltati.
La giovinezza non è solo mancanza di esperienza, è anche un vantaggio: libertà di pensiero, capacità di connettere campi diversi e assenza di paura nei confronti delle nuove tecnologie. Ma è importante integrare questo con la disciplina, il rispetto per gli esperti e la disponibilità a imparare.
Il mio consiglio principale è tradurre l’idea nel linguaggio dei benefici. Non semplicemente “ho un’innovazione”, ma quale problema risolve, per chi, attraverso quali mezzi, come si può misurare il risultato, quali sono i rischi e come ridurli. Allora le persone inizieranno a parlare con voi seriamente.
E un’ultima cosa: le idee rivoluzionarie si realizzano raramente da soli. È necessario cercare mentori, supervisori scientifici, partner e una squadra. Se l’idea è davvero forte e siete disposti a lavorare, c’è sempre la possibilità di essere ascoltati.
Anche io ho un mentore simile e una fonte di supporto professionale — il mio supervisore scientifico, la Professoressa Associata del Dipartimento di Discipline di Diritto Civile, Dottore di Ricerca (Candidate of Sciences) Svetlana V. Izutina. La sua guida esperta, l’attenzione ai dettagli e la fiducia nelle mie idee hanno svolto un ruolo importante nella mia crescita scientifica.
Ma il sostegno più importante per me è quello dei miei genitori. La famiglia svolge sempre un ruolo chiave nella stabilità emotiva di una persona: aiuta a superare le difficoltà, condivide la gioia delle vittorie, sostiene nei momenti di dubbio e rimane vicina indipendentemente dalle circostanze. Per me, questo è particolarmente prezioso non solo all’inizio del mio percorso scientifico, ma in generale — per tutta la vita, in ogni sua fase.
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