Esistono sfide che non si possono affrontare con un semplice calcolo matematico, perché toccano l’essenza stessa del nostro vivere comune: la famiglia, il tempo che passa, la trasmissione del sapere tra generazioni. La dottoressa Jelena Milićević-Proroković, coordinatrice presso l’UNRAD di Belgrado e PhD di fama internazionale, è una delle voci più lucide e autorevoli nel campo della demografia contemporanea. Il suo saggio dal titolo “Creating and Implementing Demographic Policies in Aging Societies: Challenges, Priorities and Evidence-Based Solutions” è un punto di riferimento per chi cerca soluzioni concrete alla crisi della natalità e dell’invecchiamento. Attraverso la sua ricerca, Jelena ci insegna che il declino demografico non è un destino ineluttabile, ma una chiamata all’azione per costruire società più giuste, dove l’innovazione tecnologica e la solidarietà intergenerazionale diventano i pilastri di una nuova forma di stabilità globale.
Il Profilo: Un Ponte tra Accademia e Politiche Attive

Jelena Milićević-Proroković incarna perfettamente la figura dello studioso che mette la scienza al servizio della comunità. Con una solida formazione accademica e un impegno costante all’interno dell’Unione per lo Sviluppo Nazionale e il Dialogo Sociale (UNRAD), Jelena ha saputo costruire un ponte tra le rigorose statistiche internazionali e la realtà quotidiana dei cittadini. La sua forza risiede nella capacità di vedere la demografia come un organismo vivente: per lei, una società con meno giovani non è solo una società con meno lavoratori, ma un luogo che rischia di perdere la propria spinta creativa. Trasformare la “Silver Economy” in un’opportunità di crescita, utilizzando l’intelligenza artificiale e la telemedicina per preservare l’autonomia dei più anziani, è il cuore della sua missione, senza mai dimenticare l’importanza cruciale di investire nell’infanzia come capitale umano primario.
Intervista alla Dott.ssa Jelena Milićević-Proroković

Jelena, il tuo saggio “Creating and Implementing Demographic Policies in Aging Societies: Challenges, Priorities and Evidence-Based Solutions” è stato recentemente finalista nella categoria “Capitale Umano” all’Open Dialogue di Mosca. Nel testo descrivi l’invecchiamento della popolazione come una sfida che richiede un approccio coordinato: secondo la tua esperienza, come possono le città moderne trasformarsi in veri ecosistemi di supporto, integrando, ad esempio, il concetto di Smart City con quello di resilienza demografica?
Le città moderne devono andare oltre l’idea tradizionale di sviluppo urbano focalizzato solo sulle infrastrutture e sulla crescita economica. Nelle società che invecchiano, le città devono diventare ecosistemi che supportano le persone lungo l’intero arco della vita: dalle giovani famiglie e i bambini fino alle generazioni più anziane e attive.
È qui che il concetto di resilienza demografica diventa essenziale. Una città demograficamente resiliente non è semplicemente una “smart city” tecnologicamente avanzata; è una città progettata per sostenere la coesione sociale, l’equilibrio intergenerazionale e lo sviluppo umano a lungo termine.
La tecnologia gioca certamente un ruolo importante. Sistemi di trasporto intelligenti, telemedicina, assistenza sanitaria supportata dall’IA, monitoraggio remoto e servizi pubblici digitali possono migliorare significativamente la qualità della vita dei cittadini anziani e aiutarli a rimanere indipendenti più a lungo. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta. Le città devono anche creare condizioni in cui i giovani possano realisticamente conciliare lavoro e vita familiare attraverso alloggi a prezzi accessibili, servizi per l’infanzia accessibili, modalità di lavoro flessibili e comunità locali forti.
A mio avviso, il futuro appartiene alle città capaci di connettere l’innovazione tecnologica con politiche incentrate sull’uomo. La vera misura del successo di una città non sarà solo la sua capacità digitale, ma la sua abilità nel creare un ambiente in cui le famiglie possano prosperare e le generazioni cooperare.

Tu parli spesso di “energia giovanile” come di un elemento che va oltre il semplice numero statistico. In che modo la politica demografica può favorive un nuovo patto tra generazioni, evitando che l’invecchiamento della società porti a una stagnazione della creatività e dell’entusiasmo?
Quando parlo di “energia giovanile”, intendo molto più della demografia in senso statistico. Le giovani generazioni portano dinamismo, innovazione, ottimismo e la volontà di immaginare il futuro in modo diverso. Una società che perde gradualmente la sua popolazione più giovane rischia di perdere non solo lavoratori, ma anche parte della sua vitalità creativa ed emotiva.
Ecco perché la politica demografica non dovrebbe ridursi ai soli incentivi finanziari. Abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale tra le generazioni. Le generazioni più anziane possiedono esperienza, stabilità e memoria istituzionale, mentre le generazioni più giovani portano creatività e adattabilità. Le società di successo sono quelle capaci di connettere questi punti di forza piuttosto che permettere che le divisioni generazionali si approfondiscano.
Credo che le politiche di invecchiamento attivo siano estremamente importanti in questo senso. Gli anziani non dovrebbero essere visti solo attraverso il prisma della dipendenza. Oggi abbiamo la generazione di anziani più sana e istruita della storia. Se creiamo opportunità per l’apprendimento permanente, il pensionamento flessibile e la cooperazione intergenerazionale, le società che invecchiano possono rimanere innovative e socialmente coese.

Il concetto di “Silver Economy” sta diventando centrale nel dibattito globale. Credi che l’integrazione di sistemi di assistenza basati sull’Intelligenza Artificiale possa davvero garantire la dignità dell’individuo, o rischiamo di perdere il calore del contatto umano che è alla base della cura?
L’intelligenza artificiale e i sistemi di cura digitali possono diventare un supporto fondamentale per le società che invecchiano, specialmente nell’assistenza sanitaria, nella diagnosi precoce, nella telemedicina e nella vita indipendente. Queste tecnologie possono aiutare gli anziani a preservare l’autonomia e la sicurezza molto più a lungo. Ma dobbiamo stare molto attenti a non confondere l’efficienza con l’umanità.
La cura non è solo un processo tecnico: è anche presenza emotiva, empatia e connessione umana. La tecnologia dovrebbe supportare i caregiver, non sostituirli. Se implementata saggiamente, l’IA può ridurre gli oneri amministrativi e consentire ai professionisti sanitari e alle famiglie di dedicare più tempo a interazioni umane significative.
La vera sfida è quindi etica, non tecnologica. Dobbiamo assicurarci che l’innovazione rimanga centrata sulla dignità umana. A mio parere, le società di maggior successo saranno quelle capaci di combinare la sofisticazione tecnologica con una forte solidarietà interpersonale.

Citando le tue ricerche, affermi che l’investimento nei bambini deve essere visto come la strategia più importante per la preservazione nazionale. Secondo te, qual è il più grande ostacolo che i governi affrontano oggi nel creare politiche familiari che siano davvero efficaci e durature?
Uno dei maggiori ostacoli è che molti governi approcciano ancora la politica demografica attraverso cicli politici a breve termine, mentre i processi demografici si sviluppano nell’arco di decenni. La politica familiare non può essere improvvisata o cambiata ogni pochi anni. I giovani prendono decisioni su partnership, genitorialità e casa basandosi sulla loro percezione di stabilità e prevedibilità a lungo termine. Se le società vogliono una fertilità più alta e famiglie più forti, devono creare un ambiente di sicurezza, fiducia e riconoscimento sociale.
Un altro problema importante è che la genitorialità è spesso trattata come una questione puramente privata, mentre in realtà i bambini rappresentano il capitale umano più importante della società e il potenziale di sviluppo futuro. Ecco perché la politica demografica deve andare oltre le sole misure finanziarie. Richiede un’azione coordinata in materia di alloggi, istruzione, mercati del lavoro, sanità, pianificazione urbana e cultura. In molti sensi, la resilienza demografica è in definitiva una questione di come le società definiscono le proprie priorità e i propri valori.
Infine, Jelena, guardando alla collaborazione internazionale: in un mondo sempre più multipolare, quanto è importante che realtà diverse dialoghino su temi universali come la longevità e lo sviluppo umano, superando le barriere politiche per il bene delle generazioni future?
Credo che il dialogo internazionale sulle questioni demografiche sia oggi più importante che mai. L’invecchiamento, la bassa fertilità e la frammentazione sociale non sono sfide limitate a un solo paese, ideologia o civiltà. Sono processi globali che colpiscono le società in Europa, Asia e oltre.
In un mondo sempre più multipolare, il dialogo diventa essenziale perché nessun paese possiede tutte le risposte. Diverse società hanno sviluppato esperienze differenti – dai modelli di politica familiare del Nord Europa alle strategie di invecchiamento attivo dell’Asia orientale. Ciò che è particolarmente importante è che le questioni demografiche ci costringono a pensare oltre l’immediata competizione geopolitica. Riguardano la sostenibilità a lungo termine dell’umanità stessa.
Per questo motivo, forum come l’Open Dialogue di Mosca sono così preziosi. Creano uno spazio per discussioni serie sul capitale umano, sulla responsabilità intergenerazionale e sul futuro delle società. Credo che la cooperazione su questi temi universali possa diventare uno dei ponti più solidi tra le nazioni nei prossimi decenni.

Passiamo a una nota più personale: tu non sei solo una studiosa di primo piano in demografia, ma anche madre di cinque figli. In molti paesi europei, come l’Italia, una famiglia così numerosa è spesso vista come incompatibile con una carriera professionale di alto livello. Come sei riuscita a conciliare i tuoi impegni accademici e istituzionali con le necessità di una famiglia numerosa? Qual è il tuo “segreto” per bilanciare questi due mondi?
Non credo che esista un equilibrio perfetto, né penso che le donne debbano sentirsi spinte a diventare delle “superdonne”. La vita reale è molto più complessa di così. Per me, la famiglia e il lavoro professionale non sono mai stati mondi opposti. Si sono costantemente influenzati e rafforzati a vicenda. Essere madre di cinque figli mi ha dato una comprensione molto più profonda delle questioni demografiche, delle dinamiche familiari e delle realtà quotidiane che stanno dietro alle politiche pubbliche. In molti modi, la maternità mi ha reso una ricercatrice e una figura politica migliore.
Parte della mia esperienza personale si è formata anche durante la mia carriera diplomatica. Mentre lavoravo presso l’Ambasciata della Repubblica di Serbia a Bratislava, ho dato alla luce tre dei miei figli. Quel periodo della mia vita mi ha insegnato qualcosa di molto importante: la responsabilità familiare e quella professionale non devono escludersi a vicenda, ma le società spesso rendono questo equilibrio inutilmente difficile.
Certamente, bilanciare tutto richiede disciplina, grande organizzazione e un forte sostegno da parte della famiglia. Ma richiede anche un cambiamento nella narrativa sociale. Troppo spesso le società moderne presentano alle donne una falsa scelta tra realizzazione professionale e genitorialità.
Credo che la vera domanda non dovrebbe essere: “Può una donna conciliare carriera e famiglia?”, ma piuttosto: “Come dovrebbero essere progettate le società affinché le persone non debbano sacrificare una parte fondamentale della loro vita per un’altra?”. Questa è proprio una delle idee centrali del mio lavoro presso l’UNRAD (Union of National Development, Affirmation and Social Dialogue): creare condizioni istituzionali e sociali in cui la carriera e la vita familiare non siano viste come incompatibili.

Guardando avanti, quali sono gli altri progetti che stai sviluppando attualmente? Ci sono iniziative specifiche o aree di ricerca su cui ti stai concentrando all’interno dell’UNRAD o nelle tue collaborazioni internazionali che vorresti condividere con noi?
Presso l’UNRAD, stiamo attualmente sviluppando diverse iniziative legate alla resilienza demografica, alla solidarietà intergenerazionale, alla posizione e al ruolo della donna nel XXI secolo e al rapporto tra lavoro, famiglia e stabilità sociale.
Una direzione importante del nostro lavoro si concentra sull’apertura di un dialogo pubblico sulla conciliazione tra carriera e genitorialità, specialmente tra le giovani generazioni. Attraverso programmi educativi, discussioni pubbliche e ricerche, stiamo cercando di sfidare la percezione, sempre più comune, che il successo professionale e la vita familiare si escludano a vicenda.
Stiamo anche sviluppando progetti relativi all’invecchiamento attivo e all’inclusione sociale delle generazioni più anziane. Crediamo che le società che invecchiano debbano smettere di guardare agli anziani solo attraverso la lente della dipendenza e riconoscerli invece come un’importante fonte di conoscenza, esperienza e capitale sociale.
Un’iniziativa particolarmente importante per noi è il progetto “Rodno srodne” (“Relativo al Genere”), che esplora la posizione e il ruolo delle donne nel XXI secolo. Il progetto esamina come le società moderne plasmano le aspettative intorno alla femminilità, alla carriera, alla maternità, all’identità e alla realizzazione personale. Il nostro obiettivo non è approfondire le divisioni tra uomini e donne, ma incoraggiare un dialogo più costruttivo sulla partnership, la vita familiare e la coesione sociale in un’epoca di rapidi cambiamenti culturali ed economici.
Attraverso questo progetto, cerchiamo di aprire questioni con cui molte società stanno lottando oggi: come creare condizioni in cui le donne non si sentano costrette a scegliere tra realizzazione professionale e vita familiare, come ripristinare il valore sociale della cura e della genitorialità e come costruire un equilibrio più sano tra aspirazioni individuali e sostenibilità sociale a lungo termine.
Parallelamente, sto continuando la mia ricerca sulla sovranità demografica e sulla relazione a lungo termine tra tendenze demografiche, capacità dello Stato e stabilità strategica. Credo che la politica demografica diventerà una delle questioni politiche e di sviluppo definitive del XXI secolo.
Allo stesso tempo, spero di continuare a partecipare al dialogo e alla cooperazione internazionale, perché le sfide demografiche richiedono non solo strategie nazionali, ma anche un più ampio scambio di idee ed esperienze tra società e culture diverse.



