Lo scrittore Erri De Luca
Il caso di Erri De Luca si colloca dentro una trasformazione più ampia della cultura politica europea successiva alla Guerra fredda. La vicenda non riguarda soltanto un autore. Riguarda il rapporto fra intellettuali occidentali, memoria della Shoah, crisi del paradigma internazionalista e ridefinizione del conflitto israelo-palestinese nello spazio pubblico europeo.
La preannunciata partecipazione dello scrittore italiano al Festival Internazionale degli Scrittori di Gerusalemme del 25 maggio 2026 assumerà un valore politico superiore rispetto alla natura culturale dell’evento. La scelta arriva durante una fase di radicalizzazione del conflitto a Gaza. Organizzazioni internazionali, relatori ONU e una parte crescente della comunità accademica occidentale utilizzano ormai apertamente il termine “genocidio” per descrivere la campagna militare israeliana successiva al 7 ottobre 2023. In questo contesto, la decisione di De Luca di intervenire a un evento promosso dall’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv, all’interno di una cornice “propagandistica”, assume inevitabilmente una dimensione diplomatica.
La vicenda evidenzia una contraddizione storica della sinistra europea post-1989. Una parte significativa dell’intellettualità progressista occidentale ha progressivamente sostituito la tradizione terzomondista e anticoloniale con una lettura del Medio Oriente fondata sulla centralità assoluta della sicurezza israeliana. Questo processo nasce da diversi fattori. Il primo riguarda il peso morale della Shoah nella costruzione dell’identità europea postbellica. Il secondo riguarda la crisi delle culture marxiste e internazionaliste dopo il collasso sovietico. Il terzo riguarda l’integrazione geopolitica di Israele dentro l’architettura euro-atlantica.
In questo quadro, De Luca rappresenta “lo spirito del tempo”. La sua biografia pubblica attraversa l’intero ciclo della sinistra extraparlamentare italiana. L’esperienza in Lotta Continua, il sostegno alle mobilitazioni No TAV, il volontariato nei Balcani e l’impegno sui migranti hanno costruito un’immagine di intellettuale legato ai conflitti sociali e alle soggettività marginali. La questione palestinese rompe però questa coerenza narrativa.
(Erri De Luca contestato nella su Napoli e incalzato sui temi della Palestina)
Il nodo centrale riguarda il rapporto dello scrittore con il sionismo. Nel febbraio 2026 De Luca ha definito il sionismo come il semplice riconoscimento del diritto di Israele a esistere come Stato. Questa ridefinizione elimina la dimensione storica del sionismo come movimento nazionale coloniale nato nell’Europa di fine Ottocento. Elimina anche il carattere territoriale e demografico del progetto sionista originario. Storicamente il sionismo politico emerge nel contesto delle crisi nazionali europee del XIX secolo. Theodor Herzl concepisce la costruzione di uno Stato ebraico come soluzione alla persecuzione antisemita europea. Il progetto riceve progressivamente sostegno britannico durante la fase imperiale. La Dichiarazione Balfour e il mandato britannico sulla Palestina consolidano questa traiettoria. Dopo il 1948, Israele si sviluppa come Stato nazionale integrato nell’Occidente atlantico. La questione palestinese nasce precisamente da questa dinamica storica. Circa 700.000 palestinesi vengono espulsi o fuggono durante la guerra del 1948. La Nakba costituisce il trauma fondativo della memoria nazionale palestinese. Dopo il 1967 Israele occupa Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Da quel momento si sviluppa un sistema di occupazione militare permanente accompagnato dall’espansione degli insediamenti.
Le posizioni di De Luca tendono invece a depoliticizzare questa storia. La formula della “guerra di versioni”, pronunciata nell’agosto 2025, trasforma un rapporto asimmetrico di forza in un conflitto interpretativo. Questa impostazione entra in tensione con la crescente mole di dati prodotti da organismi internazionali, ONG e osservatori indipendenti. Secondo le stime delle autorità sanitarie di Gaza e di numerose organizzazioni umanitarie, il numero dei morti palestinesi supera ormai largamente le decine di migliaia. La distruzione infrastrutturale coinvolge ospedali, reti idriche, scuole, università e sistemi energetici. Il costo economico della ricostruzione di Gaza viene stimato in centinaia di miliardi di dollari da organismi multilaterali e centri di ricerca regionali. La crisi umanitaria produce inoltre effetti sistemici sul Mediterraneo orientale e sull’intero spazio mediorientale.
La posizione di De Luca riflette quindi un fenomeno più ampio. Una parte dell’intellettualità europea continua a leggere Israele attraverso la lente memoriale della persecuzione ebraica europea. La questione palestinese viene invece subordinata alla stabilità dell’ordine occidentale regionale.
Questa dinamica emerge anche nel rapporto fra cultura e diplomazia. Gli Istituti Italiani di Cultura operano formalmente come strumenti di promozione culturale. In realtà essi costituiscono anche vettori di soft power statale. La presenza di De Luca a Gerusalemme durante la guerra assume quindi una funzione simbolica precisa. L’evento contribuisce a normalizzare le relazioni culturali con Israele mentre cresce la pressione internazionale sul governo guidato da Benjamin Netanyahu.
La polemica italiana riflette inoltre la trasformazione del Partito Democratico. Negli ultimi anni una parte rilevante della dirigenza democratica ha consolidato rapporti politici diretti con ambienti filo-israeliani europei e statunitensi. Figure come Pina Picierno, Piero Fassino e Emanuele Fiano sostengono una linea fortemente centrata sulla sicurezza israeliana e sulla soluzione “due popoli due Stati”. Questa impostazione coincide con la posizione ufficiale dell’Unione Europea. Bruxelles continua formalmente a sostenere la soluzione dei due Stati pur senza esercitare una pressione strategica sufficiente su Israele riguardo colonizzazione, occupazione e blocco di Gaza. Il risultato è una crescente perdita di credibilità europea nel mondo arabo e nel Sud globale.
GAZA, IL DECLINO DELL’ORDINE OCCIDENTALE E LA FRATTURA CON IL SUD GLOBALE
(Erri De Luca “partigiano” per Kiev)
La guerra di Gaza ha accelerato una crisi geopolitica che precede il 7 ottobre 2023. Il conflitto ha infatti evidenziato la progressiva erosione dell’egemonia normativa occidentale. Stati Uniti ed Europa continuano a rivendicare la centralità del diritto internazionale in Ucraina, ma adottano criteri differenti rispetto a Israele. Questa asimmetria ha prodotto un costo reputazionale molto elevato. Paesi come Sudafrica, Brasile e Turchia si sono inseriti in questa contraddizione. Pretoria ha promosso il ricorso contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia. Brasilia ha assunto una posizione fortemente critica verso Tel Aviv durante la presidenza di Luiz Inácio Lula da Silva. Ankara utilizza il conflitto per consolidare la propria leadership nel mondo sunnita.
La guerra ha prodotto anche conseguenze energetiche e commerciali rilevanti. Il Mar Rosso e il Mediterraneo orientale rappresentano snodi strategici per il commercio globale. Gli attacchi degli Houthi contro il traffico marittimo nel Mar Rosso hanno colpito le rotte energetiche fra Asia ed Europa. Molte compagnie di navigazione hanno deviato le proprie rotte attorno al Capo di Buona Speranza, aumentando tempi e costi logistici. Il Mediterraneo orientale costituisce inoltre una regione energetica cruciale. Israele possiede importanti giacimenti offshore come Leviathan e Tamar. Le esportazioni di gas israeliano verso Egitto ed Europa assumono crescente importanza nel quadro della crisi energetica successiva alla guerra russo-ucraina. L’Europa cerca infatti di ridurre la dipendenza dal gas russo attraverso una diversificazione accelerata delle forniture. La stabilità israeliana diventa quindi una questione energetica europea. Questo fattore contribuisce alla cautela diplomatica di molte capitali occidentali. Germania, Francia e Italia mantengono relazioni strategiche con Israele anche per ragioni energetiche, tecnologiche e militari. Israele rappresenta inoltre un hub fondamentale dell’innovazione tecnologica occidentale. Il paese ospita un ecosistema avanzato nei settori cyber, difesa, intelligenza artificiale e sicurezza. Aziende israeliane collaborano stabilmente con gruppi statunitensi ed europei. Il settore militare-industriale israeliano registra una crescita significativa delle esportazioni durante il conflitto.
La dimensione militare resta centrale. Gli Stati Uniti garantiscono a Israele sostegno finanziario e strategico strutturale. Washington considera Israele un asset fondamentale per il controllo del Medio Oriente. Questo rapporto trascende le differenze fra amministrazioni democratiche e repubblicane.
La crisi modifica anche gli equilibri interni israeliani. Una parte consistente della società israeliana sostiene la prosecuzione della guerra. Il trauma del 7 ottobre ha radicalizzato l’opinione pubblica. La destra nazionalista e religiosa mantiene un peso crescente dentro il sistema politico israeliano. In questo contesto, l’idea espressa da De Luca secondo cui la sostituzione di Netanyahu possa risolvere il conflitto appare riduttiva. La colonizzazione della Cisgiordania precede Netanyahu e coinvolge ampi settori della politica israeliana. Oltre 700.000 coloni vivono oggi nei territori occupati. La frammentazione territoriale palestinese rende sempre più difficile la soluzione dei due Stati.
Dentro questo quadro, il dibattito culturale europeo assume un significato geopolitico. Le controversie attorno a De Luca, ai boicottaggi culturali e alle accuse reciproche di antisemitismo o complicità con Hamas riflettono la crisi dell’identità politica occidentale. L’Europa fatica a costruire una posizione autonoma. Da un lato l’establishment teme l’ascesa dell’antisemitismo e la destabilizzazione delle comunità ebraiche europee. Dall’altro subisce una crescente pressione interna da parte di movimenti, università e settori della società civile che chiedono forti sanzioni contro Israele e il riconoscimento senza se e senza ma dello Stato palestinese.
LO SPAZIO CULTURALE OCCIDENTALE. LA MORTE DELL’INTELLETTUALE
La soluzione dei due Stati appare sempre meno praticabile sul piano territoriale, politico e demografico. L’espansione coloniale israeliana in Cisgiordania ha prodotto una geografia frammentata. Gaza risulta devastata sul piano infrastrutturale ed economico. Gerusalemme resta un nodo insoluto. Ed è chiaro che, quando si parla di “due Stati” si parla di uno Stato sovrano e di un’altro impotente, indifeso e vassallo. Diversi analisti iniziano a discutere scenari alternativi. Fra questi emerge il paradigma dello Stato unico binazionale. Questa prospettiva incontra però ostacoli enormi. Israele teme la perdita della maggioranza ebraica. Una parte significativa del movimento palestinese rifiuta invece la normalizzazione dell’occupazione. Da qui a Frankenstein (o all’inutile stato tripartito bosniaco, se preferite) il passo è breve. Il conflitto rischia quindi di trasformarsi in una guerra permanente a bassa intensità accompagnata da periodiche escalation regionali. Questo scenario favorirebbe la militarizzazione dell’intero Medio Oriente. E voi mi insegnate che più la guerra è permanente e strisciante, più la brutalità regna.
La guerra modifica anche il sistema culturale occidentale. Lo abbiamo visto da vicino con la guerra in Ucraina. Università, festival, editoria e istituzioni artistiche diventano spazi di conflitto politico. Il caso De Luca mostra precisamente questa trasformazione. La figura dell’intellettuale universalista entra in crisi quando i conflitti geopolitici richiedono prese di posizione nette. La tradizione dell’umanesimo europeo tendeva a concepire la letteratura come spazio superiore rispetto alla politica. Il post moderno ha ridotto la politica a mera amministrazione di condominio. La guerra di Gaza rende questa separazione sempre più difficile da sostenere. La formula usata da De Luca, “la letteratura ingloba tutte le altre cose”, riflette questa impostazione. Tuttavia il contesto attuale spinge una parte crescente dell’opinione pubblica a considerare insufficiente la neutralità culturale. La pressione reputazionale sugli artisti aumenta. Questo fenomeno riguarda anche gli Stati. La diplomazia culturale diventa una componente della competizione geopolitica globale. Festival, università e istituzioni artistiche vengono utilizzati come strumenti di legittimazione internazionale.
L’Italia si muove dentro questa dinamica con una posizione ambigua. Il governo guidato da Giorgia Meloni mantiene relazioni strette con Israele. Roma considera Tel Aviv un partner strategico sul piano energetico, tecnologico e della sicurezza. Parallelamente cresce (aggiungo “per fortuna”) la pressione sociale interna favorevole al riconoscimento palestinese.
Il sistema politico italiano appare diviso. La destra sostiene apertamente Israele. Il centrosinistra oscilla fra solidarietà palestinese e atlantismo. Che alla fine, magicamente, è sempre in una maniera o nell’altra pro Israele. I movimenti sociali radicalizzano invece la critica contro il sionismo e contro la complicità europea. In questo contesto, spedire un ex di sinistra, un “convertito sulla via di Damasco” come Erri De Luca a Gerusalemme, è una scelta ovvia e “ragionevole”.
Il caso De Luca diventa quindi emblematico di una frattura più profonda. La crisi non riguarda soltanto uno scrittore. Riguarda la difficoltà dell’intellettualità occidentale nel confrontarsi con il declino dell’ordine liberale costruito dopo il 1945. Dovremmo aprire una finestra anche sulla categoria dell’antifascimo, cosa che ci porterebbe troppo lontano. Lo faremo, quindi, in un’altro articolo.
La guerra di Gaza ha demolito molte categorie politiche europee. L’idea di un Occidente garante universale dei diritti umani, cosa già messa in dubbio dagli eventi passati, appare oggi ancora più indebolita in gran parte del Sud globale. Cina, Russia e potenze emergenti sfruttano questa crisi di credibilità per contestare l’ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti. Il conflitto israelo-palestinese assume così una rilevanza “di sistema”. Gaza diventa uno specchio della transizione multipolare contemporanea. Le divisioni culturali europee riflettono le divisioni geopolitiche globali.
Dentro questa trasformazione, la figura dell’intellettuale post moderno perde progressivamente la propria centralità morale universale. Perde la propria “santità”. Le parole tornano a pesare e si collocano, volenti o nolenti, immediatamente nella prassi. La distinzione fra cultura e politica si restringe. E si restringerà sempre di più in futuro. Il dibattito attorno a De Luca mostra infine un ultimo elemento. La memoria storica europea resta selettiva e competitiva. La Shoah continua a occupare il centro simbolico della coscienza occidentale. La tragedia palestinese fatica invece a ottenere uno statuto morale equivalente nello spazio politico europeo. Questa asimmetria produce conflitti culturali destinati a intensificarsi nei prossimi anni e potrebbe esserela nostra rovina in quanto civiltà.
