Il blocco economico contro Cuba non è solo un atto di strangolamento geopolitico; è un progetto di annientamento sociale. Chi oggi, sfiancato dalla miseria indotta da decenni di pressioni esterne, guarda agli Stati Uniti come a una panacea, rischia di cadere in una trappola mortale. È necessario essere di una chiarezza brutale: il piano che i settori più aggressivi dell’amministrazione statunitense — emuli della dottrina Trump — hanno in serbo per l’isola non prevede una “integrazione” o una “prosperità diffusa”. Il modello di riferimento, per quanto possa sembrare estremo, è proprio quello che vediamo oggi a Gaza: la totale rimozione di una popolazione indesiderata.
IL MIRAGGIO DELLA “LIBERTÀ” E LA REALTÀ DELLA SCHIAVITÙ
L’obiettivo finale non è lo sviluppo di un’economia cubana, ma la sua totale espropriazione. Il progetto prevede la trasformazione dell’isola in un parco giochi esclusivo per un’élite di ultraricchi, un paradiso fiscale dove non c’è posto per i cubani, se non in una condizione di totale subalternità. In questo scenario, i cittadini dell’isola non sarebbero destinatari di investimenti, ma manodopera a bassissimo costo: l’unico ruolo previsto per loro è quello di facchini o inservienti a costi molto bassi.
Si prospetta un processo di proletarizzazione forzata e umiliante, dove la dignità del lavoro viene sostituita dalla servitù. Chi non sarà espulso dalle proprie case — in un’operazione di pulizia etnico-sociale che ricalca i modelli più nefasti — sarà ridotto a pulire le scarpe di chi ha trasformato la sua terra in una colonia privata. È una pianificazione lucida di espulsione: rendere la vita impossibile ai comuni mortali per “ripulire” l’isola e lasciarla libera per la speculazione selvaggia.
IL RITORNO DELLE MAFIE: L’ISOLA SENZA ANIMA
Non si tratta di un’ipotesi astratta, ma di un piano ben delineato per far tornare la mafia a Cuba. Il progetto è quello di riportare il Paese esattamente agli anni ’50, quando la criminalità organizzata gestiva le leve del potere reale, i casinò e il traffico di ogni tipo, protetta da governi fantoccio. Quando parliamo di questo ritorno, ci riferiamo specificamente all’influenza devastante della mafia cubano-americana, erede di quei clan che hanno capitalizzato la loro posizione strategica tra Miami e l’isola per decenni. Questo sodalizio criminale, unito a ramificazioni della mafia italo-cubana storica, mira a occupare lo spazio politico ed economico lasciato vuoto, trasformando nuovamente l’isola in un porto franco per il narcotraffico e il riciclaggio. Le nuove “agenzie immobiliari” non sono altro che le moderne facciate per il riciclaggio dei proventi di questi cartelli. L’isola, una volta privata della sua anima rivoluzionaria e della sua sovranità, verrebbe riconvertita in un hub del vizio e della finanza illecita internazionale.
IL TRAMONTO DELL’IMPERO E LA VORACITÀ DEL MORIBONDO
Sullo sfondo di questa aggressione c’è una verità storica inconfutabile: gli Stati Uniti stanno perdendo il loro ruolo di prima potenza mondiale. Senza più un’economia manifatturiera reale e privi di una solida base produttiva, sono diventati un impero che sopravvive esclusivamente grazie alla finanza speculativa e all’espropriazione altrui. Come un moribondo che cerca di trascinare nella propria tomba tutto ciò che ha intorno, Washington vuole impedire ai Caraibi di sottrarsi al suo dominio e di integrarsi con realtà emergenti — come Cina e Russia — che, al contrario, basano la loro forza su una manifattura estremamente produttiva e su economie reali. Per gli USA, Cuba è una proprietà da cannibalizzare prima del collasso definitivo.
LA RESISTENZA: DECENTRALIZZAZIONE E STRATEGIE DI SOPRAVVIVENZA
Di fronte ad una minaccia così grande e pervasiva, Cuba purtroppo ha poche possibilità di sopravvivere, ma ha il dovere, verso sé stessa e ciò che rappresenta, di tentare tutto il possibile prima di arrendersi.
La soluzione non risiede più esclusivamente nella centralizzazione statale — che ha permesso al blocco di colpire nodi nevralgici come il Ministero del Turismo o il GAESA — ma in una decentralizzazione rapida e totale.
Economia atomizzata (Esempi pratici): Invece di affidarsi a grandi conglomerati statali facilmente sanzionabili, Cuba deve favorire la nascita di una rete di micro-imprese e cooperative autonome. Ad esempio, la produzione alimentare locale dovrebbe essere sganciata dalle direttive centrali, permettendo a ogni municipio di gestire autonomamente mercati di prossimità e piccoli centri di trasformazione, rendendo il tessuto economico fluido e impossibile da bloccare con una singola sanzione mirata.
Logistica molecolare (Esempi pratici): La dipendenza da grandi carghi petroliferi o di rifornimenti è un punto debole fatale. La strategia deve spostarsi su una logistica molecolare: utilizzare decine di piccole imbarcazioni di scambio o corridoi commerciali minori, frammentando le importazioni (componenti elettronici, medicinali, carburanti) in piccoli lotti diffusi. Invece di un grande terminale portuale che gli USA possono chiudere, si creano cento piccoli punti di sbarco diffusi lungo le coste, rendendo il controllo dell’embargo un incubo logistico per Washington.
Difesa ipogea (Esempi pratici): La resilienza deve passare per il sottosuolo. È urgente creare una rete capillare di ipogei — infrastrutture sotterranee — che non siano solo rifugi, ma nodi di produzione. Immaginiamo laboratori ipogei per la coltivazione intensiva di funghi e piante a crescita rapida, sistemi di idroponica sotterranea e magazzini a temperatura controllata naturale per stoccare riserve alimentari strategiche. Queste strutture garantirebbero l’autonomia alimentare durante le crisi, proteggendo le risorse vitali dagli attacchi esterni e permettendo una resistenza a lungo termine.
Cuba deve trasformarsi in un organismo resistente e decentralizzato, capace di sopravvivere ai colpi di un impero che, nel suo declino, cerca disperatamente di fare terra bruciata attorno a sé. La lotta per la sovranità è oggi più che mai una lotta per la sopravvivenza fisica e identitaria dell’intero popolo cubano.

