
Assistiamo, nel cuore pulsante dell’Occidente contemporaneo e in particolare nel contesto italiano, a un fenomeno che non è semplice regressione culturale, ma una vera e propria controffensiva strutturata: il backlash patriarcale. Non si tratta di una reazione isolata, bensì di un progetto politico e sociale volto a restaurare gerarchie di genere che credevamo consegnate alla storia. La negazione sistematica della violenza di genere, la banalizzazione del femminicidio e la proliferazione di retoriche maschiliste veicolate da influencer privi di basi scientifiche non sono manifestazioni di “libertà di espressione”, ma strumenti di controllo volti a ricondurre la donna entro i confini rassicuranti – per il sistema – del lavoro di cura, del sottosalario e dell’invisibilità politica. È in questo scenario che il pericolo si fa distopia reale: l’ombra di Gilead, la società teocratica e ultra-patriarcale immaginata da Margaret Atwood nel suo Il racconto dell’ancella, smette di essere un ammonimento letterario per trasformarsi in un orizzonte politico verso cui certe derive ci stanno tragicamente spingendo.
L’antropologia del dominio: il backlash come reazione sistemica
Il concetto di backlash, teorizzato da Susan Faludi, descrive esattamente questo: una reazione violenta contro i progressi ottenuti dai movimenti di liberazione femminile. Oggi, questo fenomeno si è digitalizzato. Le sottoculture incel e i movimenti MGTOW rappresentano la punta dell’iceberg di una crisi di mascolinità che, incapace di ridefinirsi in un mondo paritario, sceglie la strada della violenza simbolica e della mistificazione.
Questi soggetti, spesso armati di una retorica pseudo-scientifica basata sul presunto “determinismo biologico”, tentano di naturalizzare la disparità. Affermano che le donne siano “infelici” perché emancipate, quando la realtà è esattamente l’opposto: il backlash sabota attivamente l’emancipazione femminile, rendendo ogni passo verso l’autonomia una salita estenuante. La donna moderna è costretta a una doppia, talvolta tripla presenza: lavoratrice, madre e accuditrice, senza che il sistema fornisca un reale supporto. Ma non basta: il patriarcato ostacola sistematicamente quel barlume di indipendenza ottenuto, creando ostacoli burocratici, economici e sociali. La fatica che le donne provano oggi non è l’effetto dell’emancipazione, ma l’effetto del sabotaggio sistemico che la rende insostenibile.
La falsa natura delle gerarchie: una smentita storica
La pretesa che la donna sia biologicamente deputata al solo accudimento è un artificio ideologico. Se guardiamo alla storia globale, il mito del “genere naturale” crolla sotto il peso dei fatti. In Italia, la nostra storia è intessuta di figure che hanno sfidato il canone del “decoro” domestico. Pensiamo a Cristina Trivulzio di Belgioioso, intellettuale, scrittrice , polemista, guerrigliera e patriota; alle brigantesse che nelle lotte post-unitarie furono comandanti militari attive; a Anna Maria Mozzoni, che già nell’Ottocento intuiva come l’emancipazione fosse negata dal sistema legale. Guardando all’antichità e al Rinascimento, figure come Tullia d’Aragona, poetessa e filosofa, o Isotta Nogarola, una delle prime umaniste, testimoniano una presenza femminile attiva nei gangli vitali della società.
Andando oltre i confini nazionali, la storia dell’America Latina e dell’Asia è un monito per chiunque osi parlare di “donna fragile” e “accudente”. Manuela Sáenz, la Libertadora, fu stratega militare e attiva in politica, in maniera fondamentale; Bartolina Sisa, eroina aymara, fu comandante di eserciti; Juana Azurduy de Padilla combatté nelle guerre d’indipendenza sudamericane al pari degli uomini. E ancora Leona Vicario, figura chiave dell’indipendenza messicana, o Lakshmibai, la Rani di Jhansi, che nell’India coloniale guidò la resistenza. Queste donne non erano eccezioni, ma la dimostrazione che la capacità strategica e bellica non ha sesso.
La violenza dell’esaurimento: il sabotaggio del sistema
Il backlash attuale opera attraverso una forma di violenza psicologica sottile ma devastante: la normalizzazione dell’esaurimento. Rendendo tutto più difficile – dal riconoscimento professionale alla gestione della quotidianità – il sistema punta a stancare le donne. È una strategia di logoramento: si delegittima la donna, si deride la sua ambizione, si carica la sua vita di oneri insopportabili per indurla, per sfinimento, a “scegliere” la resa. La donna si trova di fronte a un ricatto binario: o accetta di diventare un apparato riproduttivo e un animale domestico dedito alla cura, rinunciando alla propria voce, oppure viene punita con una vessazione costante, una fatica supplementare che la porta al collasso. Le donne non sono infelici perché cercano di autodeterminarsi; sono esauste perché il sistema sta consumando ogni loro energia per impedirglielo.
I dati confermano questo squilibrio strutturale: secondo le ultime rilevazioni ISTAT, il divario di genere nel lavoro di cura resta abissale, con le donne che dedicano mediamente oltre il doppio del tempo degli uomini alle attività domestiche non retribuite. Questo “secondo turno” lavorativo è una tassa invisibile che sottrae tempo alla partecipazione politica, alla formazione continua e alla cittadinanza attiva. Inoltre, il gender pay gap e la segregazione occupazionale nelle professioni meno tutelate non sono casualità, ma l’esito di una pianificazione sociale che vuole la donna “pura funzione”: un’unità produttiva per la famiglia ma priva di riconoscimento nel corpo sociale.
Ridurre la donna al silenzio delle mura domestiche non è un ritorno a una supposta “armonia perduta”, bensì un processo di deumanizzazione. Si vorrebbe trasformare la persona in un oggetto, in un cittadino di seconda classe, privo di cittadinanza politica, un “animale domestico” la cui unica utilità risiede nella riproduzione e nel lavoro gratuito. Il patriarcato moderno non ammette l’umanità femminile come soggetto politico: vuole solo la sua funzione. Svuotare la donna della sua soggettività per riempirla di compiti coercitivi significa consegnare l’umanità intera esclusivamente alla gestione maschile, eliminando la pluralità dei punti di vista e condannando la società a un’atrofia intellettuale e morale. Non si tratta di una “vacanza” culturale, ma di un attacco frontale che richiede una risposta ferma: riappropriarsi della cittadinanza significa rifiutare di essere, ancora una volta, solo l’apparato biologico al servizio di un sistema che ci vorrebbe esauste, silenziose e, in definitiva, invisibili.
