Hakan Fidan
Fidan, il diplomatico che viene dall’intelligence
Quando Hakan Fidan arriva a Tripoli e poi prosegue per Bengasi non compie una normale visita diplomatica. Per tredici anni ha diretto l’Organizzazione nazionale d’intelligence turca, seguendo dall’interno le guerre, i negoziati segreti e le alleanze mobili che hanno ridisegnato il Mediterraneo. Oggi è ministro degli Esteri, ma continua a rappresentare il punto d’incontro tra diplomazia, apparati di sicurezza, forze armate e interessi economici della Turchia.
La Libia è uno dei Paesi nei quali questa sovrapposizione risulta più evidente. Ankara ha salvato militarmente il governo di Tripoli dall’offensiva di Khalifa Haftar del 2019-2020. Ora, però, Fidan incontra proprio Haftar, suo figlio Saddam, il presidente della Camera dei rappresentanti Aguila Saleh e Belqasim Haftar, responsabile del fondo per la ricostruzione.
Il messaggio è semplice: la Turchia non vuole più essere soltanto la protettrice della Libia occidentale. Vuole diventare una potenza accettata anche nella Cirenaica.
Dalle armi alla mediazione
L’operazione è resa urgente dalla nuova iniziativa statunitense. Washington cerca di riunificare le due amministrazioni attraverso una spartizione del potere: Abdelhamid Dbeibah, o una personalità a lui vicina, conserverebbe la guida del governo, mentre Saddam Haftar assumerebbe la direzione di un nuovo consiglio presidenziale o esecutivo.
È una soluzione tipicamente libica: non elimina i centri di potere, ma tenta di sistemarli tutti intorno allo stesso tavolo. Il bilancio nazionale unificato concordato per il 2026 costituisce un primo passo, ma gli attentati di Zawiya e Bengasi dimostrano quanto sia fragile l’edificio.
La raffineria di Zawiya è stata colpita ripetutamente da velivoli senza pilota, mentre un’autobomba ha ucciso un alto responsabile dell’intelligence militare di Haftar. Nessuno ha rivendicato gli attacchi. In Libia, però, l’assenza di una firma non significa assenza di un messaggio. Colpire una raffineria vuol dire minacciare l’approvvigionamento energetico della parte occidentale; eliminare un ufficiale dell’intelligence significa intervenire direttamente negli equilibri della parte orientale.
Fidan conosce questo linguaggio. Il suo passato gli consente di parlare contemporaneamente con governi, generali, responsabili della sicurezza e comandanti locali. Non offre soltanto dichiarazioni diplomatiche: può mettere sul tavolo addestramento, informazioni, protezione delle infrastrutture e cooperazione militare.
Le basi turche e il nuovo equilibrio militare
La Turchia mantiene in Libia una presenza stimata in circa tremila uomini tra militari, consiglieri e personale di sicurezza. La base aerea di al-Watiya garantisce sorveglianza, difesa e capacità d’intervento. Misurata rappresenta il principale punto d’appoggio navale e logistico. Il centro di coordinamento di Mitiga consente di addestrare le forze locali e di controllare gli equilibri armati della capitale.
Militarmente, Ankara dispone dunque di una struttura coerente. Non ha bisogno di occupare il territorio: le basta controllare i nodi decisivi, sostenere le forze alleate e mantenere una capacità di risposta superiore a quella delle milizie locali.
Ma questa presenza rimane legata agli accordi sottoscritti con Tripoli. Se gli Stati Uniti riuscissero a produrre una nuova architettura nazionale, il campo orientale potrebbe chiederne la revisione. Fidan è andato a Bengasi proprio per evitare questa eventualità. La Turchia vuole che la propria presenza sia riconosciuta non più da una sola fazione, ma dal futuro Stato libico riunificato.

Il vero obiettivo è il Mediterraneo
Dietro la pacificazione libica si trova una partita più ampia. L’accordo marittimo firmato nel 2019 tra Ankara e Tripoli permette alla Turchia di rivendicare una fascia di giurisdizione nel Mediterraneo orientale e di contrastare le pretese della Grecia.
Finché l’intesa dipende soltanto dal governo occidentale, resta politicamente vulnerabile. L’eventuale approvazione da parte della Camera dei rappresentanti di Tobruk la trasformerebbe invece in un accordo accettato dalle due parti del Paese. Sarebbe una vittoria strategica per Ankara e una sconfitta per Atene.
La Libia, quindi, non è soltanto petrolio. È il ponte attraverso il quale la Turchia cerca di proiettarsi dal Mediterraneo orientale verso quello centrale, condizionando rotte energetiche, confini marittimi e collegamenti commerciali tra Europa e Africa.
Petrolio, cantieri e miliardi
La dimensione economica è altrettanto importante. La Turchia importa più del settanta per cento dell’energia che consuma e considera gli idrocarburi libici una possibilità per ridurre la propria vulnerabilità. La compagnia petrolifera statale turca ha già concordato studi geologici e geofisici in quattro aree marine libiche.
Poi c’è la ricostruzione. Prima del 2011 le imprese turche avevano realizzato in Libia lavori per decine di miliardi di dollari. Complessivamente hanno condotto 633 progetti per un valore di circa 31 miliardi. Oggi sono in corso più di quaranta interventi, superiori a 2,3 miliardi, mentre gli scambi commerciali hanno raggiunto i 3,5 miliardi nel 2025.
Non è casuale che Fidan abbia incontrato anche Belqasim Haftar, l’uomo che controlla il fondo per la ricostruzione. Ankara offre capitali, imprese e infrastrutture in cambio di sicurezza politica, accesso energetico e riconoscimento degli accordi marittimi.
Un alleato degli Stati Uniti, ma non un subordinato
La Turchia sostiene il tentativo statunitense di riunificazione, ma non intende lasciare a Washington la regia esclusiva. Può collaborare con gli Stati Uniti, purché il nuovo equilibrio non favorisca eccessivamente Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti e non metta in discussione le posizioni conquistate da Ankara.
La visita di Fidan segna dunque il passaggio dalla politica dello schieramento alla politica della penetrazione generale. Ieri la Turchia combatteva Haftar; oggi tratta con la sua famiglia. Non perché abbia dimenticato la guerra, ma perché ritiene di averne già incassato il risultato fondamentale: essere diventata indispensabile.
La riunificazione della Libia resta incerta. Ma Ankara si prepara a vincere in entrambi gli scenari: se il Paese rimarrà diviso, conserverà il controllo strategico dell’Ovest; se verrà riunificato, cercherà di entrare nella nuova struttura nazionale attraverso gli accordi con l’Est. Fidan è l’uomo scelto per compiere questa trasformazione, perché conosce tanto la diplomazia visibile quanto quella che non compare nei comunicati ufficiali.
