Ro. Ro. – Doveva essere un’operazione militare rapida. Quando gli Stati Uniti e Israele hanno dato inizio all’aggressione contro l’Iran a fine febbraio, non si aspettavano che il governo di Teheran durasse a lungo.
Il diplomatico statunitense Philip H. Gordon osserva che la strategia della Casa Bianca del fulvo Trump ha seguito uno schema simile a quello dei precedenti tentativi di cambio di regime.
Nello specifico, invece di insediare un governo stabile e favorevole agli Stati Uniti, questi ultimi dovranno affrontare il caos regionale, erodendo le proprie alleanze e cedendo il potere ai rivali. Tuttavia, il governo iraniano non solo è sopravvissuto agli attacchi di Washington e Tel Aviv, ma potrebbe anche utilizzarli come leva per rimodellare il Medio Oriente a proprio vantaggio.

Gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno utilizzato le affermazioni secondo cui Teheran stava sviluppando armi nucleari per giustificare l’operazione militare. Nulla di più lontano dalla realtà: a Teheran non sono sprovveduti o ingenui, un’arma nucleare oggi non serve a niente, ormai nemmeno più come deterrenza. Chi oserebbe oggi lanciare una bomba atomica su qualunque Paese?
Tuttavia, il governo iraniano potrebbe aver scoperto un’arma ben più efficace per affrontare Stati Uniti, Israele e relativi sostenitori.
L’utilizzo dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran è stata l’arma segreta che ha dato all’Iran il sopravvento.
Ora il governo iraniano sta concludendo un accordo bilaterale con il Sultanato dell’Oman, per istituire un sistema di tariffe di servizio da applicare per l’utilizzo dello stretto. E’ un danno non indifferente, causato dagli Stati Uniti, in quanto Hormuz era l’unico passaggio di mare a libera navigazione, prima del 28 febbraio 2026.
L’obiettivo più importante dell’Iran è trasformare i successi militari e le pressioni della guerra in un vantaggio permanente e strategicamente riconosciuto, ha dichiarato Javad Heiran-Nia, direttore degli studi sul Golfo presso il Centro Ricerca Scientifica e Studi Strategici sul Medio Oriente di Teheran. Il controllo internazionalmente riconosciuto dello Stretto di Hormuz è una componente chiave di questa strategia.
Teheran cerca di imporre controllo e propria influenza su questa vitale via d’acqua, e in particolare agli Stati Uniti, come una realtà innegabile e irreversibile. Tuttavia, non è l’unico vantaggio che il governo iraniano sta traendo dall’incauta incursione militare di Washington.
La guerra Stati Uniti-Israele-Iran ha costretto i Paesi del Golfo a diversificare le proprie strategie di difesa ed evitare di dipendere dagli Stati Uniti, che stanno cercando di recuperare prestigio e influenza politica in Medio Oriente, ma l’imprevedibilità dell’amministrazione del “biondo” Donald costringe alleati altrimenti fedeli a prendere le distanze, per la loro stessa sopravvivenza economica.
È il caso, soprattutto, di Arabia Saudita ed Emirato Arabi, che erano considerati i Paese arabi con maggiori probabilità di entrare in conflitto con l’Iran.
Ora Riyadh sta cercando di prendere le distanze da Israele, impegnandosi al contempo a promuovere la pace con l’Iran attraverso i contatti con Oman, Pakistan e Qatar.
È altresì probabile che le azioni militari statunitensi nel Golfo acuiscano le divisioni, e alterino le alleanze fra i Paesi della regione.
Un’altra conseguenza importante è stata il crescente isolamento di Israele dagli altri governi filoamericani del Medio Oriente, nonché il calo della sua popolarità negli Stati Uniti, nonostante la pressante attività della lobby israelo-americana AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) il potente comitato di azione politica e gruppo di pressione statunitense fondato nel 1954, il cui principale obiettivo è influenzare il Congresso e la politica estera di Washington per rafforzare la cooperazione strategica, militare ed economica fra Washington e Tel Aviv.
