Di Maddalena Celano* – Diario personale dal Palacio de la Convenciones de La Habana – Centenario di Fidel
Sono Maddalena Celano, brigadista della Brigata Europea José Martí. Scrivo da qui, da La Habana, dal Palacio de Exposiciones de La Habana, dove le iniziative per il Centenario di Fidel non si sono ancora fermate. Scrivo per me stessa, non a nome della Brigata. È una precisazione necessaria, perché voglio dire cose scomode anche per noi.
In questi giorni qui dentro si respira un doppio clima. Da una parte, un ottimismo di fondo che è inevitabile quando sei a Cuba. Vedi un popolo che resiste a 64 anni di guerra economica, che con niente fa scuola, sanità, vaccini, e ti vergogni di essere pessimista. Dall’altra, vedo che siamo ancora troppo ritualisti. Ed è questo il punto su cui voglio essere franca.
Fuori da queste sale, l’America Latina sta cambiando colore a vista d’occhio. Non è un caso, non è sfortuna. È un’operazione chirurgica di Washington, il ritorno del “Destino Manifesto” nella sua versione più brutale. Quello che Trump incarna: l’idea che tutto ciò che sta a sud del Rio Bravo sia patio trasero, cortile di servizio. E per riprenderselo usa tutto: corruzione, minacce, operazioni coperte, golpe giudiziari chiamati lawfare, brogli finanziati, paramilitarismo, compravendita di voti.
Un’onda nera che si allarga a macchia d’olio: Javier Milei in Argentina che affama il popolo per pagare BlackRock, Antonio Kast in Cile che rivendica Pinochet, Rodrigo Paz in Bolivia come avanguardia dell’oligarchia bianca, Abelardo de la Espriella in Colombia che vuole trasformare la pace in vendetta, Daniel Noboa in Ecuador che governa a colpi di stato d’eccezione, Nayib Bukele in Salvador con il suo modello di carcere a cielo aperto, Nasry Asfura in Honduras, Santiago Peña in Paraguay, Keiko Fujimori in Perù.
Un laboratorio degli orrori in perfetta simbiosi con le destre europee, da Meloni a Vox, da Le Pen ad AfD. Stessi soldi, stessi algoritmi, stessi pastori evangelici. E mentre Messico e Brasile, ultime grandi dighe progressiste, vengono minacciati apertamente da Washington, l’ALBA è ridotta a lettera morta e Cuba viene strangolata ogni giorno di più da un cappio che non è più blocco, è tentativo di sterminio per fame e sete. Dopo di lei, lo dicono apertamente, toccherà al Nicaragua Sandinista.
Di fronte a questo, noi della sinistra rischiamo di rispondere con le solite formule astratte e con dichiarazioni perfette di 11 punti. L’onda nera non fa rituali. Fa TikTok a raffica, fa culti evangelici alle 6 del mattino nei quartieri che noi abbiamo abbandonato, fa gruppi WhatsApp dove ti dice che tuo figlio non ha lavoro per colpa del migrante e non di chi ti affama.
Loro parlano agli arrabbiati. Noi parliamo ancora troppo tra di noi.
L’America Latina ha già resistito al Piano Condor e al decennio perduto del FMI. Resisterà anche stavolta, ma non ripetendo il 2005. Serve rompere il rituale. E da qui, dal lavoro quotidiano al Palacio, provo a mettere giù 6 soluzioni pratiche, non slogan.
1. MENO VERTICI, PIÙ OFFICINA. LA SOLIDARIETÀ MATERIALE COME ATTO POLITICO DI SABOTAGGIO DEL BLOCCO
Basta pensare la solidarietà come carità. Ogni euro deve diventare un atto di sabotaggio.
Esempi pratici che stiamo già facendo e che vanno moltiplicati per dieci:
La maleta solidaria: non una metafora. Ogni brigadista che torna porta 23 kg di medicine oncologiche, insulina, antibiotici che qui mancano perché una banca europea ha paura di fare il bonifico. Facciamolo diventare norma per ogni viaggio.
Un container è un missile: organizziamo a livello europeo, per province, l’invio di container non con “aiuti”, ma con pannelli solari, batterie al litio, pezzi di ricambio per le termoeléctricas. Ogni pannello montato è un’ora di apagón in meno, è meno carburante che Cuba deve comprare a prezzo d’oro.
Gemellaggi che servono: basta gemellaggi di facciata. Gemelliamo un municipio italiano con un consultorio cubano e garantiamogli per un anno i reagenti per gli esami. Gemelliamo una scuola con una scuola e paghiamo noi il trasporto scolastico.
2. MENO DENUNCIA, PIÙ TRIBUNALE. COLPIRLI DOVE FA MALE: NELLE BANCHE E NEI PORTI
Denunciare non basta più. Dobbiamo processarli.
Campagna contro le banche complici: perché la banca Santander o BNP Paribas chiude il conto a un’associazione che manda medicine a Cuba? Lanciamo una giornata europea il 17 ottobre – anniversario de “La Storia mi Assolverà” – con azioni davanti alle filiali, cause legali nei tribunali nazionali e denunce alla Commissione Europea. Usiamo le loro stesse leggi contro l’extraterritorialità.
Denuncia del blocco navale: iniziamo a mappare, con nomi e cognomi, le grandi naviere – MSC, Maersk – e le assicurazioni che si rifiutano di attraccare a Mariel per paura delle sanzioni USA. Pubblichiamo un dossier, portiamolo nei sindacati portuali di Genova, Barcellona, Amburgo. Un porto che rifiuta Cuba viola il diritto internazionale di navigazione.
3. MENO NOSTALGIA, PIÙ TERRITORIO DIGITALE E REALE.
Hanno vinto perché hanno occupato il territorio che noi abbiamo lasciato vuoto.
Brigata Mediatica: non servono altri saggi di 40 pagine. Servono 100 giovani che sappiano fare video di 30 secondi in spagnolo, italiano, inglese. Un video che spieghi a mia nipote perché a Cuba manca il biberon. Un podcast di 3 minuti al giorno dal Palacio. Dobbiamo smettere di avere paura di TikTok.
Scuole di formazione “Fidel”: non per ripetere citazioni, ma per insegnare cose pratiche: come si smonta una fake news di Milei, come si organizza un comitato di quartiere, come si fa una colletta online senza che la piattaforma te la blocchi perché c’è la parola Cuba.
4. LA MIA PROPOSTA DA LA HABANA: IN OGNI BARRIO UNA CICLOFFICINA SOCIALISTA, SOLARE E POPOLARE
Questa è l’idea più semplice e più rivoluzionaria che mi porto da queste settimane.
Cuba non ha bisogno di importare altre auto che poi restano ferme senza benzina per colpa del blocco. Ha bisogno di muoversi. E qui, a La Habana, in ogni barrio, ci sono centinaia di biciclette vecchie, arrugginite, abbandonate nei patii, nei balconi.
La proposta è questa, concreta, fattibile domani mattina:
In ogni barrio, in ogni Consejo Popular, apriamo una ciclofficina popolare.
Non una bottega privata, ma un centro sociale di riparazione. Dove si recuperano telai vecchi, si smontano, si raddrizzano, si saldano. Dove i vecchi meccanici insegnano ai giovani a farlo. Dove non si compra niente di nuovo se si può recuperare.
E poi, il salto: impariamo ad attaccarci i motori elettrici.
Con i pannelli solari che stiamo chiedendo di inviare – anche piccoli, da 250W – si possono caricare batterie al litio recuperate. Un pannello sul tetto della ciclofficina carica 4 batterie al giorno. Quelle batterie alimentano 4 bici elettriche che fanno 40 km ciascuna.
Avremmo così:
Trasporto popolare a costo zero, che non dipende dalla benzina che l’impero non fa arrivare.
Lavoro dignitoso per giovani meccanici, elettricisti, saldatori.
Sovranità tecnologica vera: non aspettiamo la Tesla, ci costruiamo la nostra e-bike socialista con quello che abbiamo.
Meno inquinamento e meno rumore a La Habana.
Autonomia per le donne, per gli anziani, per chi non può permettersi altro.
È già successo: a Santa Clara ho visto ragazzi che lo fanno. Qui a La Habana ci sono i telai. Manca solo organizzarlo come politica nazionale. Una “Misión Bicicleta” come la Misión Milagro. Ogni CDR con la sua ciclofficina, ogni scuola tecnica con il suo corso “bici + solare”. È anti-blocco, è ecologico, è socialista, è femminista ed è anticapitalista perché rompe la dipendenza dall’auto.
Questa è la differenza tra resistenza come alibi e vittoria come obiettivo.
5. MENO SOLITUDINE, PIÙ SCUDO PER MESSICO E BRASILE
Se cadono Lula e Sheinbaum, è finita. Non possiamo lasciarli soli come abbiamo lasciato cadere altri.
Delegazioni di protezione: quando Trump minaccia, noi rispondiamo con presenza fisica. Centinaia di europei pronti a partire come osservatori internazionali se tentano un golpe giudiziario.
Pressione sui nostri governi: obblighiamo l’UE a dire da che parte sta. Ogni minaccia USA a Messico e Brasile deve diventare un’interrogazione al Parlamento Europeo, un voto in consiglio comunale.
6. MENO RESISTENZA COME ALIBI, PIÙ VITTORIA COME OBIETTIVO
Resistere è eroico. Ma abituarsi all’assedio è una sconfitta. La nostra generazione deve passare dall’idea di “aiutare Cuba a resistere” a “aiutare Cuba a vincere, a svilupparsi, a togliersi il cappio”. Significa pensare a un modello economico nuovo, fuori dal dollaro, fuori da SWIFT, che leghi Cuba, Venezuela, Nicaragua, Messico, Brasile in un circuito di scambio che le sanzioni non possano toccare.
Lo so, sembra enorme detto da qui, dal caldo del Palacio. Ma l’ho capito in queste giornate di lavoro qui a La Habana: il popolo cubano non ha perso. Nonostante le code, gli apagón, le carenze imposte da fuori, non rinuncia alla Rivoluzione. E se loro non rinunciano sotto le bombe economiche, come possiamo rinunciare noi in Europa, al caldo dei nostri diritti?
L’onda nera si può fermare. Ma solo se smettiamo di celebrarla con paura e iniziamo a romperla con le mani, con una chiave inglese in una ciclofficina di barrio.
Maddalena Celano
Brigadista della Brigata Europea José Martí
La Habana – Palacio la Convenciones, 14 agosto 2026
Opinioni a titolo strettamente personale
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* La nostra redattrice, Maddalena Celano, è a Cuba, invitata dal governo di L’Avana, in occasione della commemorazione dei 100 anni dalla nascita di Fidel Castro. Inquadrata nella Brigata europea “Josè Martì”, condivide con i colleghi provenienti da tutta Europa questa esperienza di fratellanza tra i popoli nel nome dei valori fondativi della rivoluzione cubana. Pubblichiamo le sue corrispondenze. Un ringraziamento a Idania Ramos, dell’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli, per la sua vitale e preziosa collaborazione.
