Di Maddalena Celano* – Scrivo queste righe ancora immersa nell’aria densa e salmastra de L’Avana, mentre il sole caraibico tramonta sul Malecón e il rumore delle onde si mescola al ronzio dei generatori che, qui come in tutto il paese, tentano di supplire a un’emergenza energetica che non è frutto del caso ma di una strategia deliberata. Sono ancora qui, ancora testimone di una realtà che i comunicati ufficiali e le cronache occidentali non restituiscono nella sua interezza: una Cuba ferita ma non domata, un popolo che vive sotto un assedio che non è solo economico ma esistenziale, e che affonda le sue radici in una storia lunga più di un secolo. Quello che ho visto e ascoltato in questi giorni, tra le attività della Brigata Europea José Marti e gli incontri con la società civile cubana, mi impone di restituire una narrazione che restituisca dignità alla resistenza di quest’isola, troppo spesso ridotta a stereotipo o a pedina di un gioco geopolitico che qui si gioca sulla pelle di persone reali.
La dottrina Mallory e la guerra economica come arma di distruzione di massa
Per comprendere l’essenza dell’attuale aggressione, è necessario uno sguardo genealogico che superi la contingenza politica e si addentri nelle pieghe di una pianificazione imperiale che ha radici profonde. Il blocco economico, commerciale e finanziario che strangola Cuba non è una sanzione, ma un atto di guerra pianificato. Ne è prova il famigerato memorandum del 6 aprile 1960 redatto da Lester Mallory, allora Vice Assistente del Segretario di Stato per gli Affari Interamericani. Con una lucidità che oggi definiremmo cinismo spietato, Mallory scriveva: “La maggior parte dei cubani appoggia Castro… l’unico modo prevedibile per alienarsi il sostegno interno è attraverso il disincanto e il malcontento basato sul disagio e sulle difficoltà economiche… tutti i mezzi possibili dovrebbero essere intrapresi prontamente per indebolire la vita economica di Cuba… una linea d’azione che, pur essendo abile e poco appariscente come possibile, incida maggiormente nel negare denaro e rifornimenti a Cuba, per diminuire i salari monetari e reali, per portare fame, disperazione e rovesciamento del Governo”. Questo non è il linguaggio della diplomazia, ma il vocabolario di una guerra per procura condotta attraverso la carestia, un tentativo di piegare un popolo non con le armi ma con la fame, consapevoli che la sofferenza genera dissenso e che il dissenso, alimentato a sufficienza, può spezzare anche la rivoluzione più solida.
Il blocco, ufficializzato dal Presidente John F. Kennedy con il Proclama Presidenziale 3447 il 3 febbraio 1962, è stato definito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come il sistema di misure coercitive unilaterali “più ingiusto, severo e prolungato mai applicato contro un paese”. La sua natura è totalizzante: mira a spezzare la coscienza del popolo cubano, a minare il suo paradigma di sviluppo e a generare dissenso interno. Il costo quantificabile di questa politica, dal 1962 a oggi, ammonta a cifre astronomiche, ma come ha giustamente osservato il governo cubano, il danno umano, quello che si consuma nelle case, nei quartieri e negli ospedali di questa città che mi ospita, è incalcolabile. Camminando per le strade dell’Avana, si percepisce la fatica di un popolo che ogni giorno deve fare i conti con la scarsità, ma anche la dignità di chi rifiuta di piegarsi.
La politica dell’egemonia: dalla dottrina Monroe a oggi
La posta in gioco, tuttavia, va oltre il mero controllo geopolitico di un’isola a 145 chilometri dalla Florida. La storia delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba è un paradigma della dottrina Monroe e della politica di egemonia continentale che ha segnato le Americhe per due secoli. Fin dal 1823, Thomas Jefferson considerava Cuba un’ “aggiunta delle più interessanti” per gli Stati Uniti, e il segretario di Stato John Quincy Adams, in una celebre lettera del 1823, paragonò Cuba a una mela che, caduta dall’albero spagnolo, sarebbe inevitabilmente rotolata verso gli Stati Uniti, attratta dalla legge di gravità politica che l’impero nordamericano esercitava sul continente. Questa concezione gravitazionale dell’egemonia, che riduceva l’isola a un oggetto passivo della storia, si concretizzò con l’intervento del 1898 e la successiva occupazione militare, sancita dall’emendamento Platt che, fino al 1934, concedeva a Washington il diritto di intervenire militarmente a Cuba.
Questa lunga storia di ingerenza ha forgiato l’identità nazionale cubana e ha reso la rivoluzione del 1959 non solo un evento politico, ma un atto di liberazione ontologica, un tentativo di spezzare definitivamente il cordone ombelicale con l’impero. La finestra di normalizzazione aperta da Barack Obama e Raúl Castro nel dicembre 2014 rappresentò una breve eccezione a questa logica secolare, un tentativo di gestione della coesistenza che, tuttavia, non intaccava la struttura portante del blocco. Come dimostra l’analisi storica di studiosi come Krzysztof Siwek, quella che si sviluppò tra gli anni Sessanta e Settanta fu una “condizione di sospensione perpetua tra guerra e pace”, una coesistenza politica che, pur evitando il conflitto aperto, non rinunciava all’obiettivo strategico di disciplinare e moderare le politiche cubane. La parentesi di Obama fu, in questa prospettiva, un cambio di tattica, non di obiettivo.
La politica trumpiana e la crisi attuale: il ritorno all’ostilità sistematica
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e l’aggressività del suo Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di emigrati cubani che ha fatto della linea dura contro l’Avana una bandiera politica, la politica statunitense è tornata a manifestare la sua natura predatoria senza mediazioni. Le minacce di un “amichevole takeover” o la pressione per un “deal” prima che sia troppo tardi sono echi di un linguaggio imperialista che sembrava relegato agli archivi della Guerra Fredda. L’imposizione di dazi sui paesi che forniscono petrolio a Cuba e l’intensificazione del blocco energetico hanno creato una crisi umanitaria profonda: i blackout paralizzano il paese, gli ospedali faticano a funzionare e il tasso di mortalità infantile, come denunciato a Ginevra dal rappresentante cubano Rodolfo Benítez Verson, è raddoppiato, passando dal 4,0 al 9,2 per mille nati vivi, mentre il tasso di sopravvivenza dei bambini malati di cancro è sceso dall’85% al 65%. Sono numeri che raccontano una tragedia silenziosa, che non fa notizia nelle prime pagine dei giornali occidentali ma che qui, all’Avana, si vive ogni giorno.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha definito questa politica un “genocidio calcolato millimetricamente”, e non c’è iperbole in questa affermazione. Il blocco non è un effetto collaterale della politica estera, ma la sua essenza. L’inclusione di Cuba nella lista dei paesi che sponsorizzano il terrorismo, una designazione che il Dipartimento di Stato stesso aveva revocato nel 2024, è un atto di pura malafede che aggrava la sofferenza della popolazione, ostacolando le transazioni finanziarie e l’accesso agli aiuti umanitari. Di fronte a questa strategia di soffocamento, le dichiarazioni di Hegseth a Panama, dove ha intimato a Cuba di “prestare attenzione alla volontà del presidente Trump”, risuonano come una minaccia coloniale, un tentativo di intimidire una nazione che ha il coraggio di affermare la propria sovranità.

La risposta di Cuba: resistenza e dialogo a viso aperto
Nonostante la sproporzione delle forze, Cuba non si è trincerata in un atteggiamento di chiusura. Il governo di Díaz-Canel ha dimostrato una notevole maturità strategica, confermando contatti con l’amministrazione Trump e dichiarandosi pronto a un dialogo basato sul rispetto reciproco. Il presidente cubano ha sottolineato che gli Stati Uniti devono comprendere che Cuba “non è un paese sconfitto” e che la nazione caraibica è disposta a parlare “da pari a pari, senza la coercizione delle armi o la pressione economica che finora ha caratterizzato le relazioni tra i due paesi”. Questa posizione è stata ribadita anche dal Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, che ha denunciato la “grande volubilità e irresponsabilità” degli interlocutori statunitensi, sottolineando come le loro dichiarazioni pubbliche siano in aperto contrasto con le discussioni private. Come affermato da Díaz-Canel, l’obiettivo della nazione caraibica è “risolvere le differenze bilaterali su basi di rispetto e sovranità”, un principio che, se accettato da Washington, aprirebbe la strada a una soluzione pacifica della crisi.
A questo si aggiunge la straordinaria capacità di Cuba di tessere alleanze internazionali. Lo scorso aprile, l’Unione Europea ha invitato il governo cubano a partecipare alla terza riunione del Consiglio di cooperazione UE-Cuba, riconoscendo l’importanza del dialogo. Allo stesso tempo, Cuba ha consolidato i rapporti con la Cina e la Russia, attirando investimenti cinesi e importando petrolio russo e venezuelano, che contribuiscono ad alleviare la crisi energetica. Il paese è inoltre un attore di primo piano nel G77 e nel Movimento dei Non Allineati, e ha offerto un contributo decisivo ai processi di pace in Colombia e nella gestione della crisi sanitaria globale, inviando medici in decine di paesi del Sud del mondo. Questa rete di solidarietà è la prova che l’isolamento di Cuba è un mito propagandistico.
Prospettive e soluzioni: oltre l’assedio
La soluzione a questa crisi non può prescindere dal riconoscimento di alcune verità storiche e giuridiche. La via d’uscita dall’impasse è tracciata e richiede un atto di volontà politica da parte degli Stati Uniti che, ad oggi, appare remoto, ma che rimane l’unica strada percorribile per una convivenza civile tra due nazioni che la geografia ha reso vicine e che la storia ha reso ostili.
1. La fine del blocco come atto di giustizia storica: La prima e imprescindibile azione è la revoca totale del blocco economico. Come ripetutamente sancito dalle Nazioni Unite con 28 risoluzioni consecutive, questa politica è illegale, immorale e controproducente. Non solo viola il diritto internazionale, ma impedisce a Cuba di esercitare il proprio diritto allo sviluppo, condannando un intero popolo a una vita di privazioni. La fine del blocco non sarebbe un favore concesso a Cuba, ma un atto di giustizia verso un popolo che ha subito per oltre sessant’anni una punizione collettiva senza precedenti nella storia moderna.
2. Il dialogo come unica via: La diplomazia, e non la minaccia militare, deve essere il mezzo per risolvere le controversie bilaterali. L’invito del presidente colombiano Gustavo Petro alla comunità internazionale affinché sostenga il dialogo è un appello che va raccolto. Cuba ha dimostrato di essere un attore responsabile sulla scena internazionale, fungendo da mediatore nei conflitti regionali e offrendo cooperazione sanitaria ed educativa ai paesi del Sud del mondo. La sua voce è ascoltata in America Latina, in Africa e in Asia, e ignorare questa realtà significa persistere in un’anacronistica politica di isolamento che ha fallito tutti i suoi obiettivi.
3. La restituzione di Guantánamo: La presenza della base navale statunitense a Guantánamo è un’anomalia storica, un residuo dell’occupazione militare del 1898 che costituisce una ferita aperta nella sovranità nazionale cubana. La sua restituzione sarebbe un gesto di portata storica, un passo concreto verso la normalizzazione e il rispetto del diritto internazionale. La base, che peraltro è stata utilizzata come centro di detenzione extra-giudiziale in violazione dei più elementari diritti umani, rappresenta un simbolo di quella politica di ingerenza che gli Stati Uniti dovrebbero avere il coraggio di abbandonare.
4. Il riconoscimento della sovranità cubana: Al di là delle misure concrete, ciò che è necessario è un cambio di paradigma culturale e politico negli Stati Uniti: il riconoscimento che Cuba è una nazione sovrana con il diritto di determinare il proprio destino senza interferenze esterne. Questo principio, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, dovrebbe essere il fondamento di ogni relazione internazionale, eppure è proprio questo che l’amministrazione Trump sembra voler negare quando parla di “far valere le prerogative strategiche americane”.
In conclusione, la tensione attuale non è che l’ultima manifestazione di un conflitto che dura da oltre sessant’anni, un conflitto che ha assunto le forme più diverse: dall’invasione della Baia dei Porci alla crisi dei missili, dagli attentati contro Fidel Castro alla guerra economica, dalla propaganda radiofonica alle minacce militari. Cuba, come ha ribadito Díaz-Canel nel discorso per il centenario di Fidel Castro, è pronta a difendere la propria rivoluzione con tutte le sue forze, ma la sua priorità rimane la vita e il benessere del suo popolo. La comunità internazionale non può restare a guardare mentre un paese viene soffocato da una strategia di guerra economica che il diritto internazionale condanna e che la coscienza morale dell’umanità rifiuta.
Mentre scrivo, il sole è tramontato sull’Avana e la città si prepara a un’altra notte di blackout. Ma per le strade, la vita continua: la musica esce dalle finestre, i bambini giocano, gli anziani si raccontano storie di una Cuba che non si arrende. È questa resistenza quotidiana, fatta di dignità e di speranza, che rende l’isola invincibile. La storia giudicherà severamente chi, avendo la possibilità di scegliere la pace e il rispetto, ha preferito proseguire sulla via dell’assedio e dell’ostilità. Ma giudicherà anche chi, come noi, ha scelto di essere testimone e di portare la voce di questa resistenza oltre i confini dell’isola. Perché Cuba non è sola, e la solidarietà internazionale è l’arma più potente contro l’ingiustizia.
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* La nostra redattrice, Maddalena Celano, è a Cuba, invitata dal governo di L’Avana, in occasione della commemorazione dei 100 anni dalla nascita di Fidel Castro. Inquadrata nella Brigata europea “Josè Martì”, condivide con i colleghi provenienti da tutta Europa questa esperienza di fratellanza tra i popoli nel nome dei valori fondativi della rivoluzione cubana. Pubblichiamo le sue corrispondenze. Un ringraziamento a Idania Ramos, dell’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli, per la sua vitale e preziosa collaborazione.
