L’Industria della solitudine: Se la misoginia diventa un modello di business
L’articolo di Antonella Mariani, pubblicato questo 14 aprile 2026, su Avvenire, solleva il velo su una realtà che molti preferiscono derubricare a semplice “folclore digitale”: la “manosfera”.
Tuttavia, analizzando a fondo le dinamiche di questa galassia, emerge una verità molto più squallida. Non siamo di fronte a un dibattito filosofico sui ruoli di genere, ma a una “macchina economica estrattiva” che lucra sulla produzione sistematica di odio e sulla segregazione dei sessi.
La violenza simbolica come “valuta”
Il primo pilastro di questo business è la trasformazione della “violenza simbolica” in intrattenimento. Mariani cita Silvia Semenzin per spiegare come gli algoritmi delle Big Tech non siano spettatori neutrali, ma attori protagonisti. La violenza verbale, il “gender trolling” e la cristallizzazione della donna in ruoli di sottomissione (“moglie e madre purché nel lusso”) sono contenuti ad alto tasso di interazione.
Per le piattaforme, un insulto misogino o una teoria del complotto sulla “perdita della virilità” valgono più di un saggio sociologico: generano “engagement”, tempo di permanenza e, di conseguenza, dati da vendere agli inserzionisti. La violenza simbolica è, letteralmente, il carburante finanziario dei giganti del web.
Il paradosso dei “guru”: Pagare per odiare
L’aspetto più cinico della manosfera riguarda il rapporto tra i “content creator” (Andrew Tate, Sneako, ecc.) e il loro pubblico. Questi influencer vendono “corsi di seduzione”, “piani di investimento” e “strategie di vita alfa” a giovani maschi fragili e disorientati.
Tuttavia, esiste un conflitto di interessi strutturale:
L’addestramento all’ostilità: Questi guru insegnano ai loro seguaci tecniche di comunicazione aggressive o passivo-aggressive.
Il fallimento programmato: Quando questi giovani applicano tali metodi nel mondo reale, ottengono solo rifiuto e isolamento, poiché nessuna relazione sana può nascere su basi di sopraffazione.
Il profitto dal fallimento: Invece di mettere in discussione il metodo, l’uomo frustrato torna nella community per acquistare il “livello successivo” del corso. Il business della manosfera si basa sul “mantenere l’uomo in uno stato di solitudine perenne”, rendendolo un cliente (pagante) a vita.
Segregazione digitale e regressione sociale
L’obiettivo finale non è l’evoluzione del maschio, ma la creazione di mondi separati. Se un uomo impara a relazionarsi in modo empatico e paritario, smette di essere un consumatore di retorica misogina. Per questo, la manosfera insiste sulla “diversità biologica” intesa come gerarchia: deve mantenere alta la diffidenza verso il femminile per giustificare la propria esistenza.
Il dato citato da Mariani sul ‘33% dei giovani della Gen Z” che auspica l’obbedienza della donna è la prova del successo di questa operazione: una generazione di “nativi digitali” sta regredendo a modelli patriarcali non per convinzione morale, ma perché bombardata da un marketing che ha trasformato la reazione culturale in un prodotto di lusso.
In definitiva, la manosfera è un’industria che “massacra l’immagine della donna per svuotare le tasche degli uomini”. È una truffa circolare: si crea il problema (l’incapacità relazionale tramite l’odio) per vendere la “soluzione” (nuovo odio a pagamento). Finché la violenza simbolica rimarrà più redditizia della coesione sociale, Internet continuerà a finanziare la distruzione dei legami umani in nome del profitto.
