La retorica pubblica e il moralismo clericale persiste nel dipingere la famiglia come il “porto sicuro” per eccellenza, un’isola di protezione e amore incondizionato. Tuttavia, se osserviamo con rigore scientifico la cruda realtà dei dati, a livello globale e internazionale, in ogni angolo del mondo, emerge un quadro radicalmente opposto e ben più fosco: La famiglia è, statisticamente, il luogo più pericoloso della società contemporanea (ma anche della società passata). È tra le mura domestiche che si consuma la stragrande maggioranza degli abusi sessuali, delle violenze psicologiche e dei traumi che segneranno indelebilmente lo sviluppo dell’individuo. Quando questo nucleo non possiede un ancoraggio ferreo alle istituzioni statali o una sorveglianza esterna costante, smette di essere una comunità di cura per trasformarsi in un’ “istituzione totale”, una sorta di “lager domestico” dove il potere del più forte — quasi sempre il maschio, grazie a una rendita patriarcale mai sradicata — si esercita senza testimoni.
Il patriarcato, infatti, lungi dall’essere un residuo del passato, sopravvive oggi come forma di “rendita economica, simbolica e sociale fittizia”. Nonostante le libertà formali conquistate dalle donne, esiste una discrepanza strutturale nell’accesso alle risorse, nella gestione ereditaria e nel potere d’acquisto. Il maschio vive ancora di un privilegio di posizione che gli garantisce una supremazia spesso invisibile ma ferocissima. In questo contesto di squilibrio, le donne e i minori diventano le vittime designate di una carneficina che si consuma nel silenzio, giustificata dalla sacralità dell’istituzione familiare che rende difficile, per chi è esterno, credere all’orrore o intervenire.
La geometria dell’Abuso:
Dati e statistiche globali e nazionali
I numeri confermano che la famiglia non è un rifugio, ma il luogo statistico della massima pericolosità sociale per donne e minori. A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che 1 donna su 3 (circa il 30%) abbia subito violenza fisica o sessuale, e nella stragrande maggioranza dei casi il carnefice è un partner o un familiare. Secondo l’UNODC, nel mondo, circa il 56% delle donne uccise intenzionalmente viene assassinato dal partner o da altri membri della famiglia: ciò significa che ogni ora, nel mondo, 5 donne vengono uccise tra le mura domestiche.
Passando alla tutela dei minori, i dati UNICEF e WHO indicano che circa il 90% degli abusi sessuali infantili avviene per mano di persone che il bambino conosce e di cui si fida, principalmente all’interno della cerchia familiare. In Italia, i dati ISTAT e del Ministero dell’Interno sulla violenza di genere sono inequivocabili: oltre l’80% dei femminicidi è commesso in ambito familiare o affettivo. Per quanto riguarda la violenza assistita, si stima che in Italia migliaia di minori assistano a violenze domestiche, diventando vittime di un trauma che le istituzioni faticano a intercettare. Il divario economico (gender pay gap), che in Italia vede le donne guadagnare mediamente il 15-20% in meno a parità di mansione (dato che peggiora considerando il part-time involontario), cementa questa dinamica, rendendo la dipendenza economica una barriera insormontabile per la fuga dal nucleo abusante.
L’ esempio dei social network
L’avvento dei social network ha agito come un reagente chimico su questa oscurità, rendendo pubblico ciò che per secoli è rimasto privato. Oggi, attraverso schermi di smartphone, assistiamo in diretta a quello che è sempre avvenuto nell’ombra: l’esposizione e lo sfruttamento sistematico dei figli da parte dei genitori. Casi mediatici come quelli di certe “famiglie social” di Palermo o Napoli non sono semplici episodi di cattivo gusto o ignoranza; sono la manifestazione plastica del “genitore-carnefice” che ridicolizza o mercifica la prole per un pugno di visualizzazioni o un ritorno economico. Il minore cessa di essere un soggetto di diritti per diventare un oggetto di scena, un “asset” da vendere in un mercato digitale che non ha etica.
In questo scenario, la Francia si pone come un esempio di civiltà giuridica necessario. Leggi come quella sulla tutela dei “bambini influencer” tentano di spezzare il legame di proprietà che il genitore crede di avere sul figlio, imponendo il deposito dei guadagni e garantendo il diritto all’oblio. Tuttavia, il problema è a monte e riguarda la stessa dignità umana. Lo vediamo drammaticamente nei fenomeni di sfruttamento sessuale, come quello delle baby squillo, dove spesso la complicità familiare è il motore primario. Quando una famiglia spinge, vende o semplicemente “permette” che una figlia si prostituisca a uomini di potere, la vittima subisce un tradimento ontologico: è scoperta non una, ma dieci volte, perché l’abuso non viene dall’estraneo, ma da chi avrebbe dovuto garantire la sopravvivenza.
È dunque fondamentale rivendicare uno Stato che non si arresti sulla soglia di casa. È necessario un approccio “abolizionista” e rigoroso: la famiglia deve smettere di essere un dogma intoccabile per diventare un contratto sociale sorvegliato. Se non esiste un intervento delle istituzioni che scavalchi l’autorità genitoriale quando questa diventa abusante o sfruttatrice, continueremo a essere spettatori di una strage silenziosa. La libertà individuale non può fiorire in un giardino recintato dall’arbitrio familiare; essa necessita della garanzia di uno Stato che riconosca ogni bambino, ogni ragazza e ogni donna come esseri autonomi, e non come proprietà di un nucleo che, lasciato a se stesso, tende troppo spesso alla distruzione.
