
A pochi giorni dal ballottaggio presidenziale del 21 giugno 2026, la campagna elettorale colombiana è stata segnata da un evento destinato a influenzare il dibattito pubblico ben oltre la contingenza elettorale. Il candidato del Pacto Histórico, Iván Cepeda Castro, ha presentato una denuncia dinanzi alla Fiscalía General de la Nación e ha annunciato il ricorso alla Corte Penale Internazionale (CPI) contro il candidato della destra, Abelardo de la Espriella, per presunti legami con strutture paramilitari riconducibili alle disciolte Autodefensas Unidas de Colombia (AUC).
L’iniziativa ha immediatamente suscitato reazioni contrastanti. Per alcuni rappresenta un atto necessario di ricerca della verità e di lotta contro l’impunità; per altri costituisce una strategia politica adottata nel momento più delicato della campagna presidenziale. Tuttavia, al di là delle interpretazioni elettorali, la denuncia solleva interrogativi fondamentali sul rapporto tra memoria storica, responsabilità politica e giustizia in una società che continua a confrontarsi con le conseguenze del conflitto armato interno.
Secondo quanto reso pubblico dalla campagna di Iván Cepeda, la denuncia si fonda sulla necessità di riesaminare presunti rapporti esistenti tra Abelardo de la Espriella e figure storicamente associate alle strutture paramilitari colombiane. L’argomento centrale sostenuto dal candidato del Pacto Histórico è che alcune di tali relazioni non sarebbero state sufficientemente chiarite dalle autorità competenti e che, pertanto, meriterebbero un nuovo esame giudiziario.
La denuncia si articola attorno a tre punti principali. Il primo riguarda il presunto reato di concerto per delinquere aggravato. Secondo la documentazione presentata da Cepeda, esisterebbero elementi che suggerirebbero relazioni sistematiche tra De la Espriella e alcuni ex comandanti paramilitari. La tesi sostenuta dalla denuncia è che tali rapporti potrebbero aver oltrepassato il perimetro dell’attività professionale di difesa legale e richiederebbero pertanto un approfondimento investigativo.
Il secondo elemento riguarda il presunto finanziamento di organizzazioni coinvolte in attività criminali e in gravi violazioni dei diritti umani. Cepeda sostiene che alcune iniziative sviluppate durante i processi di smobilitazione paramilitare, in particolare nel contesto della fondazione FIPAZ, debbano essere rivalutate alla luce delle informazioni oggi disponibili.
Il terzo punto concerne il presunto arricchimento illecito derivante da relazioni con soggetti e ambienti associati al fenomeno paramilitare. In questo caso, la denuncia non presenta una prova di colpevolezza, ma sollecita un’indagine finalizzata a verificare l’origine e la natura di determinati benefici economici e professionali.
Per comprendere il significato giuridico dell’iniziativa di Cepeda è necessario richiamare il mandato della Corte Penale Internazionale (CPI), istituita attraverso lo Statuto di Roma del 1998.
La CPI non è un tribunale competente per giudicare qualsiasi reato né interviene automaticamente in tutte le controversie nazionali. La sua giurisdizione riguarda esclusivamente i crimini più gravi che interessano la comunità internazionale nel suo insieme: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione.
Nel caso colombiano, la questione non consiste nell’affermare che Abelardo de la Espriella sia automaticamente responsabile di tali crimini. La tesi sostenuta da Cepeda è differente. Egli richiama il fatto che le organizzazioni paramilitari colombiane sono state riconosciute responsabili di massacri, sfollamenti forzati, sparizioni, esecuzioni extragiudiziali e altre gravi violazioni dei diritti umani che, in numerosi casi, sono state qualificate come crimini contro l’umanità. In tale contesto, la denuncia sostiene che eventuali forme di collaborazione, sostegno o beneficio derivanti da tali strutture meritino di essere riesaminate secondo gli standard del diritto penale internazionale.
Un elemento centrale è rappresentato dal principio di complementarità. La Corte Penale Internazionale interviene soltanto quando gli Stati non sono in grado o non manifestano la volontà di svolgere indagini effettive. L’argomentazione di Cepeda si fonda precisamente sull’idea che possano esistere aspetti della vicenda che non sono stati adeguatamente chiariti e che richiedono un ulteriore esame.
Da parte sua, Abelardo de la Espriella ha respinto integralmente le accuse. Il candidato ha sostenuto che i fatti richiamati da Cepeda siano già stati oggetto di verifiche e che non abbiano prodotto alcun accertamento di responsabilità nei suoi confronti. Egli ha inoltre definito la denuncia una “cortina de humo”, ossia una manovra politica finalizzata a spostare l’attenzione dal confronto sui programmi di governo.
Dal punto di vista dello Stato di diritto, è importante ricordare che ogni persona beneficia della presunzione di innocenza fino all’eventuale accertamento di responsabilità da parte delle autorità competenti. La denuncia presentata da Cepeda rappresenta dunque una richiesta di investigazione e non una sentenza.
La rilevanza della vicenda non si esaurisce nella disputa tra due candidati. Essa riporta al centro della discussione una domanda che accompagna la Colombia da decenni: fino a che punto il Paese è riuscito a fare piena luce sui rapporti tra violenza armata, potere economico e potere politico?
La denuncia di Cepeda richiama il tema della memoria storica e della responsabilità democratica. Una società che ha vissuto decenni di conflitto armato non può limitarsi a dimenticare il proprio passato; deve invece interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibili le violazioni dei diritti umani e sulle garanzie necessarie affinché esse non si ripetano.
Il dibattito aperto dalla denuncia di Iván Cepeda supera il destino giudiziario immediato del caso e invita i cittadini colombiani a una riflessione più ampia sul significato della leadership politica. Il paramilitarismo ha rappresentato una delle pagine più dolorose della storia contemporanea della Colombia. Migliaia di vittime hanno subito massacri, sparizioni forzate, sfollamenti, persecuzioni e violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. Intere comunità hanno visto compromessa la propria libertà politica e la propria sicurezza a causa della presenza di strutture armate illegali che hanno agito al margine o contro lo Stato di diritto.
Per questa ragione, ogni discussione pubblica che richiami possibili relazioni con tale fenomeno non può essere liquidata come una semplice controversia elettorale. Essa tocca questioni essenziali per la qualità della democrazia e per il futuro della Repubblica.
Adesso gli elettori colombiani sono chiamati a valutare non soltanto programmi e promesse, ma anche la credibilità etica e istituzionale di coloro che aspirano alla più alta magistratura dello Stato. Un Presidente della Repubblica deve essere innanzitutto garante della Costituzione, della dignità umana, della giustizia sociale, del bene comune e della tutela dei diritti fondamentali. La Colombia ha il diritto di esigere dai propri dirigenti un impegno inequivocabile verso la pace, la legalità e il rafforzamento dello Stato di diritto.
La scelta che i cittadini compiranno nelle urne non riguarderà soltanto il prossimo governo. Essa contribuirà a definire quale memoria del passato guiderà il futuro della Colombia e quale idea di democrazia accompagnerà le nuove generazioni.
