Ro. Ro. – Come si usa dire, “fatta la legge, trovato l’inganno”, e sulla base di tale concetto, Iran e Cina hanno messo a punto un astuto sistema che consente a Teheran di aggirare le sanzioni internazionali con l’aiuto di Pechino, e quindi continuare a mantenere i propri apparati e sostenere l’economia.
Il punto nodale del meccanismo finanziario si troverebbe a Hong Kong, dove è notoriamente poco problematico creare società e muovere ingenti capitali, e dove le “lavatrici” per transazioni e fondi funzionano a pieno ritmo.
Un sistema che funzionerebbe da diversi anni, e che a tutti gli effetti è un fondamentale aiuto per Teheran per resistere all’isolamento imposto dal sistema ricattatorio imposto da Washington.
Un esempio è il caso dell’imprenditore iraniano Hamed Dehghan, che nel 2019 era stato preso di mira dal Dipartimento del Tesoro americano di avere creato società di comodo per il commercio di componenti per i sistemi missilistici della Repubblica Islamica, come i componenti per droni Shahed.
Le sanzioni americane, quindi, non hanno intaccato più di tanto i meccanismi di sostegno iraniani, dal momento che se una determinata società viene messa sotto pressione, se ne crea una nuova grazie al sistema semplificato di rendere operative, e pienamente regolari, nuove sedi legali, sostenute dal meccanismo che, non a caso, è definito delle “scatole cinesi”, cioè una vera e propria rete di società schermo, che muovono milioni di dollari al giorno.

Secondo recenti informazioni, nel 2024 alcune società con base a Hing Kong hanno movimentato circa 5 miliardi di dollari in transazioni che farebbero riferimento ai sistemi di finanziamento della Repubblica Islamica, con un volume di affari secondo solo a quello messo in piedi dagli Emirati Arabi.
Di per sé il funzionamento del sistema è semplice nella sua complessità: una società acquista e vende beni di un determinato genere, con conseguente movimentazione dei relativi capitali, e quando viene inquadrata dalla osservazione internazionale, o specificatamente americana, viene immediatamente chiusa, e il volume di affari viene smembrato e passa direttamente in altre società già pronte all’occorrenza, che continuano l’attività. Il tutto grazie al fatto che la Cina non riconosce le sanzioni statunitensi, in quanto definite “provvedimenti unilaterali non condivisibili”. Da considerate poi il fatto non certo secondario, che Pechino è il principale acquirente di greggio iraniano, commerciato in gran parte proprio attraverso percorsi alternativi e società di navigazione appositamente preparate per evitare tracciamenti particolari.
Conseguentemente, se dall’Iran arriva in Cina il petrolio, dalla Cina è attivo un flusso pressoché continuo di elementi definiti “dual-use”, cioè adatti a scopi civili, ma all’occasione anche militari, ad esempio, guarnizioni o cuscinetti a sfera destinati a macchine agricole, che funzionano perfettamente anche all’interno di un apparato per lancio missili o per calibrare il volo di un drone.
Naturalmente, le autorità americane tentano costantemente di contrastare questo sistema, prendendo di mira sia aziende con sede legale a Hong Kong, sia lo stesso meccanismo che consente di aprire e chiudere le medesime, ma si scontra con una catena perfettamente oliata che si adatta ai tentativi di sabotaggio, e molto spesso senza lasciare alcuna traccia.
Il Dipartimento del Tesoro americano è più scatenato in questa “guerra nell’ombra” contro la rete che sostiene sia Cina che Iran, specialmente con il BIS (Bureau of Industry) che fa capo al Segretariato per il Commercio, che recentemente ha incluso nella Black List una trentina di nuove entità, delle quali 19 in Cina, 9 in Turchia e una negli Emirati Arabi, accusate di sostenere l’apparato militare iraniano, in particolare per quanto riguarda la componentistica dei droni usati dalla Guardia della Rivoluzione Islamica contro l’aggressore americano e israeliano, e anche gli Houthi dello Yemen, Hezbollah in Libano, e Hamas nella Striscia di Gaza.
Il ricatto americano si accanisce utilizzando il divieto di attività import-export, senza specifica licenza governativa, per ragioni di sicurezza nazionale. Nella lista sono comprese anche filiali di aziende americane con sede a Hong Kong e Shangai, ad esempio la Arrow Electronics
Parallelamente, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha imposto sanzioni su circa 100 entità, (aziende, persone fisiche, società di navigazione) per smantellare l’export petrolifero iraniano. Particolarmente prese di mira lo Shandong Jincheng Petrochemical Group, considerato una sorta di raffineria indipendente, che si trova nella provincia cinese di Shandong, con l’accusa di accusato di avere acquistato milioni di barili di petrolio iraniano dal 2023, o i terminal portuali Rizhao Shihua Crude Oil Terminal, ritenuto snodo cruciale per lo le importazioni di petrolio della “flotta ombra” di Teheran, e quindi i vettori che trasportano il greggio, fra cui le petroliere “Voy”, “Kongm” e “Big Mag” che percorrono la rotta da e per il porto cinese di Lanshan.
Allo stesso modo, nell’elenco dei “cattivi”, è stata compresa anche la cinese Jiangyin Foreversun Chemical Logistics, terminale accusato di commerciale in prodotti petrolchimici iraniani, e oltre 160 di navi battenti bandiere di diverse nazioni, a sottolineare che nel mirino americano non ci sono solo Iran e Cina, ma tutti quei Paesi che con Teheran e Pechino intrattengono rapporti commerciali, Turchia compresa, in una vera e propria massiccia operazione di contenimento a diversi livelli, nella quale convergono energia, sicurezza, economia, e molto altro.
I dossier americani segnalano che i ricavi di questo commercio vanno a sostenere il programma missilistico iraniano, nonché le formazioni che gravitano nell’asse della resistenza che fa capo a Teheran.
E’ una delle tante facce di quella guerra commerciale ed economica che si combatte dietro le quinte delle offensive militari, e che mette in luce come gli Stati Uniti intendono utilizzare ogni possibile strumento, per condizionare gli equilibri il Medio Oriente, e non solo, come ha dichiarato lo stesso Scott Bessent, segretario del Tesoro di Washington.
Da parte sua, il “biondo” Donald non smette si insistere sul fatto che l’obiettivo è impedire in ogni modo che l’Iran possa continuare nel proprio programma di arricchimento dell’uranio, perché non è pensabile che possa disporre di un’arma atomica, e certamente anche quello di impedire che l’Irna possa estendere la propria influenza a livello regionale, cosa che solo lo stato nazi-sionista israeliano può permettersi.
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Roberto Roggero è giornalista professionista, inviato freelance e fotoreporter. Ha attraversato scenari di conflitto e territori di crisi in ogni parte del mondo, dai Balcani al Medio Oriente, dal Nord Africa al Golfo Persico.
Redattore capo di BRICS&Friends; Direttore responsabile della agenzia stampa internazionale Assadakah News; Vicedirettore di StoriaVerità, rivista di studi storici e ricerca (politicamente scorretta). Collabora inoltre con la Investigative Reporters & Editors Association della Missouri School of Journalism e con l’Istituto di Cultura e Studi Militari. Autore della Delta Editrice (Parma) con la pubblicazione di oltre 70 saggi di Storia Militare e Geopolitica
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