C’è un limite oltre il quale la superficialità cessa di essere semplice disinformazione per diventare pura malafede ideologica. Basta fare un giro tra i commenti che popolano le bacheche per rendersene conto: non ci troviamo di fronte ad interlocutori con velleità intellettuali o dotati di strumenti critici, ma a veri e propri squadristi della tastiera. Si tratta di figure spesso legate politicamente a circuiti di partiti come Fratelli d’Italia, ai movimenti vicini a figure come Vannacci e a una destra più squallida e marginale. Spesso sono persone di bassa estrazione sociale e culturale, che covano rancori personali viscerali e fallimenti esistenziali: pur provenendo da un Paese che offre a tutti l’opportunità di studiare gratuitamente, non ne hanno approfittato, preferendo farsi abbagliare dal mito consumista e trasferirsi in Italia, magari attraverso legami matrimoniali. Il loro odio verso Cuba è un livore puramente personale, privo di qualsiasi base oggettiva. Con il consueto metodo della cagnara digitale, costoro si scagliano in gruppo per urlare la propria verità da bar, ignari — o forse incuranti — delle più elementari dinamiche della finanza internazionale.
Il loro cavallo di battaglia preferito? “Se il pollo a Cuba arriva dagli Stati Uniti, allora l’embargo non esiste!” Una perla di analfabetismo economico che farebbe sorridere, se non nascondesse la giustificazione di un crimine geopolitico.
LA PROVA DEL NOVE: PERCHÉ IL POLLO USA È LA DIMOSTRAZIONE DELL’EMBARGO
Con la precisione tipica di chi parla di cose che non conosce, questi soloni invertono la realtà: la presenza del pollo statunitense a Cuba non è la smentita del blocco, ma la sua prova più schiacciante e perversa.
Ci troviamo davanti a una classica tecnica di strozzinaggio di Stato. L’embargo americano non blocca le risorse per generosità, ma per strangolamento selettivo. Attraverso deroghe iper-normate (come il TSREEA del 2000), Washington decide quali derrate consentire e a quali condizioni impossibili. Non si tratta di “libero commercio”, ma di un monopolio coercitivo dove una potenza impone a un’isola assediata da chi e come comprare il cibo:
- Niente crediti, solo liquidità: Cuba non può accedere a prestiti internazionali o banche statunitensi per questi acquisti. Deve pagare ogni singolo carico di pollo in contanti e in anticipo. Una mossa studiata per prosciugare costantemente le riserve di valuta estera del Paese.
- Canali commerciali “ghetto”: Le imprese statunitensi autorizzate a vendere derrate alimentari operano sotto licenze speciali e vincoli draconiani. Non possono sviluppare normali partnership finanziarie o commerciali ad ampio raggio con altre realtà legate al circuito americano, né tantomeno consentire a Cuba di esportare le proprie merci verso gli USA. Il flusso è rigidamente unidirezionale: voi pagate subito, noi vi mandiamo quello che diciamo noi.
- Isolamento forzato dal resto del mondo: Impedendo a Cuba di commerciare liberamente con terzi stati — sanzionando le navi estere che attraccano nei porti cubani — gli Stati Uniti tarpano le ali a qualsiasi fornitore alternativo, costringendo l’isola a dipendere dalle deroghe “concesse” da Washington a prezzi e condizioni dettati dall’aggressore.
IL BRACCIO ARMATO DEL NEOCOLONIALISMO DIGITALE
Pensare che tutto questo equivalga alla “fine dell’embargo” dimostra una totale assenza di cultura finanziaria e storica. La verità è che il pollo statunitense è lo strumento con cui si applica, in chiave moderna, l’antica Dottrina Monroe: impedire l’autodeterminazione di Cuba, controllare i suoi approvvigionamenti primari e impedire che altri Stati sovrani possano stringere accordi commerciali paritetici con L’Avana.
Ma per comprendere questi meccanismi occorrerebbe studiare, analizzare i flussi d’import-export e comprendere il diritto internazionale. Attività troppo complesse per queste squadracce da tastiera, addestrate solo a ripetere la propaganda della destra e a scagliarsi contro chiunque osi difendere la sovranità dei popoli.
Di fronte alle loro urla disordinate e ai loro attacchi orchestrati, la risposta resta una sola: smascherare l’ignoranza con i fatti, denunciare la violenza verbale e continuare a spiegare la differenza sostanziale tra il libero scambio e uno strangolamento economico travestito da mercato.
