Le dure accuse del giornalista egiziano Nashaat Al-Dehi contro l’orientalista israeliano Edy Cohen riaccendono il confronto mediatico tra Egitto e Israele.
di Chiara Cavalieri
IL CAIRO- L’Egitto e Israele tornano al centro di una nuova escalation mediatica che, pur non configurando una crisi diplomatica ufficiale tra i due Paesi, riflette il crescente clima di tensione psicologica e strategica che attraversa il Medio Oriente dopo gli eventi del 7 ottobre.
A riaccendere il dibattito sono state le dichiarazioni del giornalista egiziano Nashaat Al-Dehi, che durante una trasmissione televisiva ha attaccato duramente l’orientalista israeliano Edy Cohen, accusandolo di condurre una sistematica campagna mediatica contro il Cairo e di alimentare una narrativa volta a presentare l’Egitto come una minaccia regionale.

Le parole di Al-Dehi sono state immediatamente rilanciate da media israeliani come Maariv, Channel 14 e Natsiv Net, che hanno definito alcune sue dichiarazioni una “minaccia esplicita”, soprattutto per i riferimenti all’esercito egiziano e alle capacità militari del Paese.
LE ACCUSE DI EDY COHEN E LA NARRATIVA DEL “DOPPIO GIOCO”
Da tempo Edy Cohen sostiene che il Cairo stia adottando una strategia ambigua nei confronti di Israele.
Secondo l’analista israeliano, l’Egitto continuerebbe ufficialmente a rispettare gli accordi di pace firmati con Israele, ma parallelamente alimenterebbe un clima ostile attraverso messaggi mediatici, esercitazioni militari nel Sinai e una retorica politica considerata sempre più assertiva.
Tra gli articoli attribuiti a Cohen figurano testi dai titoli particolarmente provocatori, come “Guerra fredda” e “Le manovre dell’Egitto contro Israele: dal sostegno all’Iran alle esercitazioni militari al confine”.
Secondo la narrativa diffusa da alcuni ambienti mediatici israeliani, il Cairo starebbe quindi giocando un “doppio gioco”: mantenere formalmente la pace mentre rafforza contemporaneamente la propria postura militare e strategica.
Una lettura che in Egitto viene respinta con forza.
LA REPLICA DI NASHAAT AL-DEHI: “OSSSESSIONATI DALL’EGITTO”
La risposta di Nashaat Al-Dehi è stata estremamente dura sia nei toni sia nei contenuti.

Il giornalista egiziano ha accusato Eddy Cohen di essere “ossessionato dall’Egitto”, sostenendo che ogni giorno cerchi nuovi argomenti per attaccare il Cairo e diffondere sospetti sulle sue intenzioni regionali. Ha inoltre definito Cohen “arrogante”, “spregevole” e “maleducato”.
Nel corso del suo intervento televisivo, il giornalista egiziano Nashaat Al-Dehi ha affermato che “tutti dovrebbero ricordare ciò che potrebbero aver dimenticato”, sottolineando che l’esercito egiziano resta “vigile per proteggere i confini dell’Egitto e preservare gli interessi della nazione in patria e all’estero”.
Al-Dehi ha precisato che il suo messaggio era rivolto “al popolo israeliano, a Eddy Cohen e a tutti gli Eddy Cohen in Israele che pensano di compromettere la sicurezza dell’Egitto”.
Il giornalista egiziano ha inoltre invitato a “leggere bene la storia”, mettendo in guardia contro le derive dell’estrema destra religiosa israeliana, accusata di alimentare narrative polarizzanti basate sulla contrapposizione tra “popolo della luce” e “popolo delle tenebre”, e di utilizzare religione, sicurezza e conflitto come strumenti di lotta politica ed elettorale.
Nashaat Al-Dehi ha anche citato figure mediatiche vicine ai Fratelli Musulmani, tra cui Mohamed Saad Khairallah, Mohamed Nasser e Hamza Zoba’a, accusandole di diffondere dall’estero messaggi di incitamento e campagne ostili contro l’Egitto con il fine di destabilizzare il Paese e indebolire il ruolo dello Stato egiziano nella regione.
Al-Dehi haribadito che “la gloriosa storia testimonia le capacità militari dell’Egitto e la sua volontà di difendere i propri diritti”, sottolineando tuttavia che il Cairo, pur disponendo di una forte capacità militare, continua a considerare la pace una scelta strategica e non intende né cercare né provocare una guerra.
La frase che ha provocato il maggiore clamore nei media israeliani è stata quella pronunciata da Al-Dehi sull’esercito egiziano:
“Il nostro esercito mangia sassi”.
Si tratta di una tipica espressione popolare egiziana utilizzata per esaltare la resistenza, la durezza e la capacità di sacrificio delle forze armate.
Secondo Maariv e Natsiv Net, tuttavia, quella frase rappresenterebbe una minaccia diretta, soprattutto nel contesto delle recenti esercitazioni militari egiziane nel Sinai.
Al-Dehi ha dichiarato:
“Noi chiediamo la pace e siamo costruttori di pace, ma abbiamo un esercito in grado di distruggere tutto”.
IL SINAI E LE PAURE STRATEGICHE ISRAELIANE
Il Sinai è tornato progressivamente al centro del dibattito strategico israeliano dopo il trauma del 7 ottobre.
All’interno di Israele è infatti cresciuta una forte percezione di vulnerabilità, che ha portato media, analisti e ambienti della sicurezza a osservare con maggiore attenzione i movimenti militari regionali, comprese le esercitazioni egiziane nella penisola del Sinai.
Channel 14 ha rilanciato gli avvertimenti di Eddy Cohen rivolti al governo guidato da Benjamin Netanyahu, invitandolo a non sottovalutare l’esercito egiziano.
Cohen ha persino evocato precedenti storici come la guerra dello Yom Kippur, sostenendo che Israele non dovrebbe ignorare i messaggi provenienti dai media egiziani e la crescente enfasi posta sulle capacità militari del Cairo.
UNA TENSIONE MEDIATICA, NON UNA CRISI DIPLOMATICA
Nonostante il linguaggio sempre più duro utilizzato da alcuni commentatori e media, è importante sottolineare che non esiste al momento una crisi diplomatica ufficiale tra Egitto e Israele.
I due Paesi mantengono relazioni istituzionali e cooperazione su diversi dossier regionali, compresi temi legati alla sicurezza e alla gestione delle crisi nell’area.
La tensione attuale riguarda soprattutto il piano mediatico e psicologico.
Da una parte alcuni ambienti israeliani descrivono l’Egitto come una potenziale minaccia strategica mascherata da partner diplomatico; dall’altra il Cairo considera queste accuse una campagna finalizzata a delegittimare il proprio ruolo regionale e a costruire artificialmente un clima di sospetto.
La crescente radicalizzazione del linguaggio mediatico rappresenta uno dei principali rischi per la stabilità regionale.
Quando ogni esercitazione viene interpretata come preparazione alla guerra e ogni frase come una minaccia strategica, il dibattito pubblico smette di essere analisi geopolitica e si trasforma in propaganda emotiva.
Per l’Egitto, la questione riguarda la difesa della propria immagine come Stato sovrano, potenza regionale e garante della stabilità.
Per Israele, invece, il trauma del 7 ottobre continua a influenzare profondamente la percezione della sicurezza e il modo in cui vengono interpretati i segnali provenienti dall’ambiente regionale.
© 𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗘𝗿𝗶𝗱𝗮𝗻𝘂𝘀 – 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶
