La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia segna un momento di rottura e, paradossalmente, di estrema continuità storica. Al centro della Laguna, la riapertura del Padiglione della Federazione Russa – lo storico edificio progettato nel 1914 da Aleksej Ščusev – è diventata il simbolo di una “resistenza della bellezza” contro quella che l’Ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, definisce una nuova “cortina di ferro” burocratica.
Inaugurato ufficialmente il 6 maggio, il progetto presentato dal collettivo russo non è solo un’esposizione estetica, ma un dialogo profondo con il tema della Biennale curata dalla scomparsa Koyo Kouoh, In Minor Keys (In tonalità minori). Il titolo della mostra russa, “L’albero è radicato nel cielo”, evoca una dimensione spirituale e verticale dell’arte che non può essere recisa dalle contingenze terrene.
L’Ambasciatore Paramonov ha sottolineato come l’opera rivendichi il “diritto di parola” in un momento in cui l’esclusione sembra essere diventata la norma nei rapporti internazionali. Coinvolgere oltre 50 giovani artisti, musicisti e filosofi provenienti non solo dalla Russia, ma anche da Argentina, Brasile, Italia, Mali e Messico, trasforma il padiglione in un laboratorio multipolare, una sfida aperta all’idea che la cultura debba avere confini o sanzioni.
C’è un dettaglio doloroso nel calendario veneziano: la presenza fisica russa è durata solo i quattro giorni della pre-apertura. Dal 9 maggio — data altamente simbolica, essendo il Giorno della Vittoria per la Russia — l’esposizione è diventata accessibile esclusivamente in formato video.

Paramonov ha denunciato con forza questa trasformazione forzata:
«C’è del doloroso e dell’irragionevole nell’ossessione dell’UE di colpire l’arte con restrizioni di ogni genere. È un tentativo di far calare una cortina di ferro che impedisce qualsiasi scambio culturale e scientifico.»
L’Ambasciatore ha lodato il “buon senso” della maggioranza degli italiani che, a suo dire, rifiutano di recidere legami culturali secolari in nome di un “grosso diktat” esterno.
In questo scenario di tensioni, la figura di Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Biennale di Venezia, assume un rilievo centrale. Buttafuoco, intellettuale da sempre attento alle radici metafisiche e ai legami tra Mediterraneo e Oriente, ha espresso una visione che sembra voler preservare la sacralità dello spazio artistico.
Sebbene debba muoversi entro i binari istituzionali, Buttafuoco ha spesso ribadito che “la cultura non può essere cancellata” e che la Biennale deve restare un luogo di confronto universale. In una recente riflessione sulle dinamiche globali, Buttafuoco ha affermato:

«Venezia è, per sua natura, una porta aperta. Chiudere le porte alla cultura significa chiudere le porte alla comprensione dell’altro. L’arte ha il compito di parlare anche quando la politica tace o urla.»
Questa posizione di Buttafuoco risuona con l’appello di Paramonov per un “dialogo normale, rispettoso e paritetico”. La Biennale diventa così il terreno di scontro tra due visioni del mondo: quella dei “burocrati anonimi” che cercano l’isolamento e quella degli artisti e intellettuali che vedono in Venezia l’ultimo porto franco della diplomazia culturale.
La presenza russa alla Biennale, pur “smaterializzata” dalle sanzioni, rimane un punto fermo. Come l’albero citato nel titolo del progetto, le radici della cultura russa in Italia sono profonde e intrecciate alla storia stessa della Laguna. Se il Padiglione di Ščusev ha resistito a due guerre mondiali e a innumerevoli crisi, il messaggio che arriva da questa 61ª edizione è chiaro: la cultura non accetta passaporti, né si lascia imprigionare in tonalità minori.

INAUGURAZIONE PADIGLIONE RUSSO
