Roberto Roggero – Prendendo a prestito l’affermazione di Winston Churchill, purtroppo sempre attuale, “Mai sprecare le opportunità di una crisi, anche se il re è impazzito”, ci si trova di fronte alla cronica mancanza di lungimiranza e reali capacità analitiche e politiche, da parte di molti leader, soprattutto europei e, ovviamente, americani.
Il contesto attuale si presta perfettamente a constatare diversi errori di valutazione, ad esempio nel saper leggere e interpretare mutamenti sistemici e anomalie; la confusione fra irrazionale, irreale, non conveniente, controproducente, scorretto, illegale, instabile; l’utilizzo di modelli ben identificati entro i termini delle dinamiche, soprattutto quelle inaspettate e non lineari; identificare le anomalie e, per risolverle, classificarle come temporanee e non come cambiamento strutturale.
La domanda semmai è un’altra, da considerare nell’ambito internazionale, anche di una società multipolare: si sta attraversando una fase di acuta percezione della singolarità, oppure una trasformazione che può essere compatibile con le necessità dei singoli Paesi? Perché nel primo caso si produce una discontinuità, dove le correlazioni storiche decadono, gli shock si propagano trasversalmente e piccoli eventi possono produrre effetti macroscopici. Nel secondo caso, invece, il sistema resta dentro lo stesso equilibrio dinamico: le tensioni aumentano, ma vengono ancora assorbite attraverso meccanismi di adattamento. Da questo ne derivano conseguenze inadatte, ovvero dannose.
In questo senso, il “re pazzo” è quel governo, preso nel suo insieme dal vertice al mattone base, o quel Paese in posizione egemonica, il cui disequilibrio interno può fare collassare l’intera catena.
Nell’Inghilterra medievale, o in casi come “Machbet”, “Titus” o “King Lear”, il re non veniva necessariamente eliminato, ma estromesso dal funzionamento della macchina dello Stato, ma con la nascita degli Stati Uniti, risultato del costituzionalismo britannico, francese e l’illuminismo italiano, nasce un nuovo concetto di gestione dello Stato, caratterizzato dalla priorità di separare la conoscenza dei fatti reali dal dover prendere una decisione, e il dover prendere una decisione dalla verità dei fatti, ovvero, la conservazione del potere può anche non coincidere con la realtà. E oggi ne abbiamo un esempio lampante, che persegue l’egemonia mondiale e l’identificazione degli interessi statunitensi con una distorta visione della democrazia liberale, dove chi maneggia le leve del potere considera gli Stati Uniti non solo nome potenza egemonica, ma come struttura di base dell’ordine mondiale.Ne consegue una sempre crescente centralità e una continua espansione del meccanismo di coordinamento dei diversi settori in cui è diviso il mondo, ovviamente dal punto di vista americano, e una continua volontà di controllo fra la parte logistica, politica, strategica, commerciale e geopolitica.
In sostanza, quindi, l’adeguamento americano al concetto del “re pazzo”, non comprende l’indebolimento del potere, ma un adattamento a nuove impalcature istituzionali, in grado semmai di limitarne il potere personale, ma mantenendo integra l’operatività degli apparati, come riflesso dell’espansione della superficie costituzionale degli Stati Uniti.
Ne risulta una rete di contro-poteri, apparati cognitivi e autonomie istituzionali capace di mantenere distinta la decisione dalla produzione della conoscenza parallelamente alla centralità dell’esecutivo. La stabilità del sistema dipende dall’integrazione del vertice politico dentro un ecosistema sufficientemente complesso da impedire la trasformazione della leadership in sovranità personale assoluta.
Questo equilibrio ha funzionato finché l’ordine internazionale ha conservato una geometria relativamente stabile. Durante la Guerra Fredda, la pressione contribuiva anche alla coesione interna dell’Occidente, le catene decisionali restavano gerarchiche, i confini interno-esterno erano distinguibili, il rapporto tra conoscenza e decisione relativamente ordinato. Dagli anni Novanta questo assetto inizia a implodere.
I segni del cambiamento sono ancora oggi sono indelebili, ad esempio le guerre dei Balcani e la ex Jugoslavia, poi la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’URSS, e quindi l’elemento separatore per eccellenza, l’11 settembre 2001 e le guerre americane in Afghanistan e soprattutto in Iraq. Ed elemento separatori sono oggi la guerra in Ucraina e l’aggressione sionista-americana all’Iran, con l’indebolimento anche delle diverse strutture di intelligence e dei gangli interni fra equilibri e incarichi di potere, che si ripercuotono in politica estera.All’interno riguarda il rapporto fra presidente e apparato informativo; all’esterno si riflette nella proiezione internazionale, dove la decisione tende a precedere il quadro entro cui dovrebbe essere verificata. I due piani si sovrappongono progressivamente: la decisione contribuisce sempre più a definire ciò che viene considerato reale.
Se un presidente come Barak Obama utilizzava le strutture di intelligence per controllare l’amministrazione e l’esecutivo, il primo “biondo” Trump impone il controllo della cornice narrativa, poi arriva Joe Biden che tenta di ristabilire la distinzione fra analisi e decisione, per poi arrivare all’attuale secondo “biondone” Trump, che annulla il divario fra le due parti, fino a fare coincidere ciò che si decide con ciò che viene presentato come conoscenza della realtà.
Trump segna una evidente discontinuità, perché le istituzioni restano ufficialmente in piedi, ma il nesso fra consenso, decisione e legittimazione cambia radicalmente: ciò che prima stabilizzava il sistema tende progressivamente a produrre instabilità.
Risultato? Contestazione delle valutazioni di CIA, NSA e FBI sulle interferenze russe, con licenziamento dei responsabili e sostituzione con fedeli cortigiani; passaggio da deterrenza a negoziato diretto con Kim Jong-Un; scontro con l’intelligence a Helsinki davanti a Vladimir Putin; uscita dall’accordo nucleare iraniano; conflitti durante l’impeachment; politicizzazione del DNI (Director of National Intelligence) massima autorità dell’intera struttura dell’intelligence americana; restrizioni alla condivisione informativa con il Congresso.
Per non parlare poi di eccessi tipo narrazione che precede l’acquisizione e l’analisi dei fatti (cioè il dare per scontato eventualità totalmente improponibili). Gli effetti negativi si accumulano: indebolimento della deterrenza, aumento dei costi economici, frammentazione delle catene di approvvigionamento, riduzione dell’affidabilità degli Stati Uniti nel mondo, che già non è mai stata proprio totalmente condivisa…
Il “biondo” Trump impone finestre strategiche ad alta intensità. La fluidità diventa moltiplicatore operativo; la destabilizzazione entra direttamente dentro il dispositivo del potere, e la proiezione esterna segue questa logica: la distanza fra conoscenza dei fatti e decisione non funziona più come spazio di correzione dell’azione politica, ma come leva per ampliare il margine operativo del neocolonialismo americano, ovvero il distorto e depravato concetto MAGA come nuova versione della Dottrina Monroe, ampliata ai teatri di mezzo mondo.La politica estera americana degli ultimi anni mostra chiaramente questa dinamica, che fa leva anche su strumenti di ricatto economico come i dazi, usati per fare pressione sistemica con lo scopo di modificare simultaneamente mercati, alleanze e rapporti di forza, sconfinando poi in ambiti che solo apparentemente non hanno a che fare con la sfera dell’intelligence e della difesa, ovvero in campo europeo con la NATO, diventata spazio di confronto, negoziabile sotto pressione.
Anche la guerra in Ucraina oscilla tra sostegno, condizionamento e implicita ridefinizione degli impegni occidentali, introducendo un’incertezza strategica permanente che diventa parte della leva geopolitica americana.
In questo quadro particolare, la funzione dell’intelligence cambia carattere, perché non è più finalizzata a ridurre l’incertezza per migliorare la decisione, ma è utilizzata per gestire selettivamente l’incertezza come componente attiva della competizione strategica.
Ovviamente, l’argomento deve affrontare anche quello che sarà il periodo post-Trump, che è inevitabile. La comunità internazionale deve prepararsi ai nuovi equilibri che necessariamente seguiranno tale fase, con nuovi adattamenti del sistema globale. La questione non riguarda solo la successione politica del fulvo Donald, ma la configurazione che emergerà dalla crisi del modello che ha organizzato l’ordine occidentale negli ultimi decenni.
Anche gli strumenti concettuali ereditati dalla modernità politica rischiano di diventare insufficienti. Il problema non sarà più la gravità di una crisi internazionale, ma la possibile trasformazione della struttura di interpretazione di tale crisi, del riassetto dell’ordine globale, stabilità e sovranità nazionale.
Per lungo tempo l’Occidente ha pensato il potere dentro una geometria sostanzialmente meccanica: relazioni proporzionali, distinzione tra osservatore e fenomeno osservato, linearità fra raccolta delle informazioni e decisione. Attualmente lo spazio geopolitico appare sempre meno compatibile con questo schema. Informazione, percezione, narrazione e scelta strategica tendono a sovrapporsi dentro dinamiche simultanee e retroattive. Ed è proprio il “biondo” presidente americano a incarnare queta mutazione con maggiore evidenza dei suoi predecessori, perché non è un incidente temporaneo, ma il sintomo di una trasformazione molto più profonda dell’ecosistema politico globale, il cui esito non può essere calcolato. Molto dipenderà dalla capacità dell’Occidente di operare simultaneamente su livelli sempre più intrecciati.
Serve una revisione profonda delle categorie con cui interpretiamo potere, sicurezza e stabilità internazionale. Un secolo fa Werner Heisenberg e Albert Einstein hanno mostrato i limiti di un universo lineare e osservabile dall’esterno. La geopolitica continua invece a ragionare come se il sistema funzionasse ancora secondo modelli prevedibili. Gli avvenimenti attuali dimostrano, però, che l’osservazione modifica il fenomeno osservato, che l’informazione altera il processo che tenta di descrivere, e che la narrazione entra direttamente nella dinamica strategica.Il problema non è più interpretare l’eccezione, m a comprendere se le categorie con cui continuiamo a descrivere l’ordine internazionale siano ancora compatibili con la configurazione reale del sistema.
In un contesto sempre più instabile, la questione decisiva non è solo militare, ma cognitiva, tecnologica e strategica al tempo stesso.
Difesa comune, interoperabilità industriale, autonomia energetica, integrazione informativa, sicurezza tecnologica e capacità decisionale appartengono ormai allo stesso spazio.
L’Europa, in particolare, potrà far valere il proprio peso solo se sarà capace di realizzare una capacità autonoma di interpretazione/azione per non rischiare di rafforzare strumenti costruiti per un mondo che non esiste più. La ricostruzione di uno spazio europeo della difesa, della tecnologia e della sicurezza non è quindi separabile dalla necessità di sviluppare nuovi modelli interpretativi adeguati a un ambiente non lineare.
La vera sfida dei prossimi anni sarà costruire un equilibrio fra conoscenza, decisione e potere, dentro un sistema che ha perso la linearità su cui era stato edificato l’ordine precedente.
In questo senso, il “biondo” Donald è il punto di svolta di una trasformazione del sistema che non è più possibile ignorare, proprio perché è da considerare un “re coscientemente pazzo” che ha generato una crisi da interpretare per trovare la giusta chiave e non fare in modo che sia solo totalmente negativa.
