Roberto Roggero – Ci sono voluti quasi 80 anni, centinaia di migliaia di morti, distruzione, genocidio, guerre, ma finalmente oggi pare che il fronte dei Paesi che hanno acquisito la consapevolezza di avere a che fare con un governo composto di dementi assassini di donne e bambini, stia finalmente prendendo la giusta decisione. Molte volte ci si è avvicinati, sempre con dichiarazioni di retorica circostanza e parole, solo parole di condanna, ma mai alcuna azione concreta. Meglio tardi che mai. E si spera che questa strada possa condurre finalmente al pieno riconoscimento dello Stato di Palestina, o almeno quello che ne rimane. I palestinesi, da parte loro, come i siriani, libanesi, cisgiordani, iraniani, e tutte le popolazioni che lo stato criminale israeliano ha attaccato in questi anni, hanno sempre scelto di non arrendersi. D’altra parte, anche se l’ONU ormai è solo un carrozzone da circo, o Società per Azioni che dir si voglia, rimane il fatto che ufficialmente 158 Paesi riconoscono di fatto lo Stato di Palestina su 193 membri. Quelli che riconoscono Israele sono 160, Una situazione di sostanziale parità. Rimangono ancora alcuni governi che riconoscono la Palestina solo a parole, e fra questi l’Italia, che tuttavia ospita il corpo diplomatico con tanti di ambasciatrice palestinese e con tanto di credenziali presentate e accettate dalla presidente della Repubblica, il che di fatto dovrebbe già costituire un formale riconoscimento.
Anche l’Unione Europea sembra sia arrivata al dunque: su impulso della progressista Spagna, 26 Paesi membri sostengono la sospensione di ogni accordo con lo Stato nazi-sionista israeliano. Fra i governi che ancora non vogliono prendere la decisione, rimane quello presieduto dal nuovo primo ministro ungherese, Peter Maguar, come il predecessore Victor Orban. E dire che Magyar era visto come un leader che avrebbe cambiato le cose e fatto trionfare i diritti umani e la democrazia. È comunque un risultato più che apprezzabile, visto che si parla di 26 Paesi su 27, ovvero 26 contro 1.
L’Unione Europea ha votato per sospendere l’accordo commerciale con Israele, richiamando le clausole sui diritti umani. L’unico voto contrario è arrivato dall’Ungheria. Non da un passato che non c’è più, ma dal presente: Péter Magyar, e questo non è certo un bene.
L’Europa ha fatto un passo che per anni ha evitato: trasformare i principi in atti. L’accordo con Israele non è un dettaglio tecnico, è il cuore di una relazione economica che vale circa il 32% del commercio estero israeliano, e significa di fatto l’isolamento economico di Israele, Paese che di per sé non ha alcuna risorsa, se non gli armamenti, e andare a toccare questo settore può essere davvero una strada efficace per mettere fine ai deliri di onnipotenza dell’estrema destra nazi-sionista, che purtroppo continua a mantenere il sostegno della lobby sionista americana AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), principale organizzazione politica pro-Israele, che manovra e manipola la politica estera americana.
L’Europa che cambia è un allarme notevole per il primo ministro assassino di massa Netanyahu e per la sua accozzaglia di criminali assassini, e non perché l’Europa sia diventata improvvisamente coerente, ma perché non può più permettersi di non esserlo.
Il fatto che il nuovo primo ministro ungherese rimanga schierato con Israele, è quindi anche una spia rivelatrice di come Peter Magyar sia stato oggetto di notevoli errori di valutazione, e che il tanto sperato cambiamento espresso con il voto degli ungheresi, di fatto non abbia buoni presupposti per essere attuato.
l’Ungheria rimane dove è sempre rimasta negli ultimi anni, ovvero a difesa di Israele e a fianco di Netanyahu. Il punto dolente quindi non è più Orbán, ma che cosa intende fare Magyar, che aveva occasione di segnare una rottura chiara e non lo ha fatto, soprattutto su un tema assolutamente fondamentale.
Netanyahu oggi è sempre più isolato, ma non è un interlocutore neutro: è il capo di un governo sotto accusa davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, mentre da tempo, fra organizzazioni per i diritti umani, analisti e parte della comunità giuridica, si utilizza apertamente il termine “genocidio” per descrivere quanto sta accadendo.
Una netta scelta politica. E come accade sempre in questi casi, è anche una scelta che etichetta chi la compie: Péter Magyar ha deciso di stare dalla parte sbagliata della storia, lungo la stessa linea già tracciata prima di lui da Viktor Orbán.
