Mentre il Nord Globale si barrica dietro logiche securitarie, sanzioni unilaterali e l’ossessione per il riarmo, dal cuore dell’Abya Yala si leva una lezione geopolitica che scardina la Totalità del modello neoliberista. È la diplomazia medica cubana, una prassi che trasforma la salute e la cura da merci di scambio a diritti universali e inalienabili dei popoli. Una forza interruttiva che, negli ultimi anni, ha trovato proprio nel Meridione d’Italia, e in particolare in Calabria, un terreno d’elezione e di riscatto, superando con la forza dei fatti i tentativi di boicottaggio internazionale e le miserie ideologiche dei guardiani dello status quo.
L’assedio criminale a Cuba: la strategia del soffocamento politico
Per comprendere appieno il valore del miracolo sanitario cubano all’estero, è necessario analizzare il contesto di brutale asfissia in cui l’isola è costretta a operare. Oggi più che mai, gli Stati Uniti portano avanti un assedio economico, commerciale e finanziario che ha superato i limiti della tollerabilità giuridica e umanitaria. L’amministrazione di Washington sta esercitando pressioni spietate per bloccare sistematicamente l’afflusso di carburante verso l’isola, provocando una crisi energetica e logistica senza precedenti.
Non si tratta di una casualità burocratica, ma di una strategia deliberata: negare i beni di prima necessità e tagliare i rifornimenti di combustibile serve a ingegnerizzare un fallimento politico interno. L’obiettivo, mai celato dai settori più reazionari dell’imperialismo statunitense, è quello di piegare la resistenza del popolo cubano attraverso la privazione materiale, per poter finalmente liquidare l’esperienza rivoluzionaria, riprendersi il controllo del territorio e restaurare quel protettorato coloniale che storicamente rimanda all’oscura e corrotta epoca di Fulgencio Batista. Un’epoca in cui l’isola era ridotta a casinò e piantagione a beneficio esclusivo del capitale d’oltreoceano.
L’ipocrisia geopolitica e il fango contro i camici bianchi
È in questo quadro di eroismo quotidiano che la “superpotenza della solidarietà” continua a inviare i propri professionisti ovunque ci sia bisogno di cura. Eppure, la risposta di Washington e dei suoi megafoni continentali è stata la criminalizzazione. I dipartimenti di Stato americani hanno ripetutamente tentato di etichettare le brigate internazionali come il contingente Henry Reeve sotto la categoria della “tratta di esseri umani”, esercitando pressioni diplomatiche asfisse sui governi europei e occidentali affinché rifiutassero l’aiuto dell’Avana.
Anche in Italia, all’indomani dello storico sbarco dei medici cubani durante le fasi più drammatiche della pandemia in Piemonte e Lombardia, e successivamente con l’accordo strutturale in Calabria, le centrali della reazione si sono messe in moto. Settori conservatori, legati a doppio filo alle direttive atlantiste, insieme ad alcune sigle sindacali corporative e ordini professionali nostrani, hanno tentato di sollevare un polverone. Hanno gridato alla “scappatoia burocratica”, hanno paventato dubbi sulla validità dei titoli di studio e hanno cercato di ridurre un monumentale atto di cooperazione umanitaria a una mera questione di contabilità contrattuale. L’intento era chiaro: screditare l’efficacia di un sistema pubblico e socialista per difendere i recinti di una sanità privata o privatizzata.
La risposta della realtà: il trionfo della Calabria e l’effetto emulazione
Tuttavia, la realtà ha la virtuosa abitudine di scardinare la propaganda. Negli ospedali della Calabria, specialmente in presidi storicamente disastrati e abbandonati dallo Stato centrale come Locri, Polistena, Gioia Tauro e Melito Porto Salvo, i medici cubani non hanno portato ideologia astratta, ma competenza scientifica, rigore etico e una profonda, dirompente umanità. Laddove i concorsi andavano deserti e i reparti rischiavano la chiusura immediata a causa di decenni di tagli selvaggi dettati dall’austerità neoliberista, i camici bianchi caraibici hanno garantito il diritto costituzionale alla salute per migliaia di cittadini calabresi.
La polemica politica si è letteralmente sciolta di fronte all’abbraccio dei territori. I pazienti e i colleghi italiani hanno riconosciuto nei medici cubani non solo dei professionisti impeccabili, ma dei militanti della vita, capaci di ascoltare il malato al di fuori delle logiche del profitto aziendale. Il successo è stato così travolgente che il progetto calabrese è stato non solo blindato e ampliato, ma è diventato un modello di riferimento per l’intero Paese. Regioni come la Sardegna e l’Abruzzo stanno rompendo gli indugi geopolitici, avviando le procedure per replicare l’esperienza e accogliere i contingenti sanitari dell’Avana.
L’esempio della Calabria dimostra che la solidarietà internazionalista non può essere fermata dai decreti di Washington o dalle sanzioni sul carburante. Cuba, pur al buio a causa dell’assedio energetico, continua a illuminare il mondo con la luce della sua scienza medica e della sua dignità decoloniale. Chi spera in un ritorno all’epoca di Batista dovrà fare i conti con la memoria storica dei popoli e con la concretezza di una diplomazia che, invece di sganciare bombe o imporre sanzioni, cura i corpi, emancipa le menti e costruisce la pace.

