Ro. Ro. – Chi come me è cresciuto negli anni Ottanta ricorda bene il dizionario del nucleare a cui si era esposti nonostante la Guerra fredda si stesse ritirando negli archivi della storia: volenti o nolenti si imparava la differenza tra bombe atomiche strategiche e tattiche, tra deterrenza e first strike, tra testate a lunga gittata e missili da campo di battaglia. Era una specie di lavaggio mentale collettivo: si conosceva il contenuto del Trattato di non proliferazione nucleare, il Tnp, quasi come oggi si conoscono i dizionari degli algoritmi. Si subiva quotidianamente una sorta di strisciante pedagogia del pericolo attraverso una semiotica del nucleare, fatta di linguaggi parlati, immagini, gesti, sensazioni. Il tutto dominato dalla Tv.
Non c’è dubbio che ogni stagione bellica abbia poi portato con sé un fenomeno simile, con una inestricabile dose di propaganda che abbiamo scoperto solo a posteriori: l’operazione americana “Desert Storm” contro l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein – la prima guerra in diretta tv della mia generazione – costruì la percezione che la tecnologia potesse uccidere solo i cattivi. Venne chiamata “guerra chirurgica”. Le guerre sono sempre sporche. Ma per un momento noi, i primi utenti televisivi della guerra, ci cascammo. Erano tutti presagi che avrebbero poi portato alla spettacolarizzazione, sempre in diretta tv, del più grande attacco terroristico della storia, quello dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle di New York. L’esperimento socio-linguistico continua ancora oggi: la nuova chiave lessicale di cui ha scritto anche papa Leone nella sua enciclica Magnifica Humanitas è l’ossimoro per eccellenza, la dottrina della “guerra giusta” usata in Iran. Le guerre sono sempre sporche. Ma noi viviamo in una cultura simbolica e le parole sono simboli usati fin dai tempi antichi dai pifferai. Ci cadiamo sempre, per poi risvegliarci dall’effetto letargico delle combinazioni di parole che sembrano poter uccidere il male. È un gioco che l’umanità fa dai tempi antichi: intorno al fuoco il capotribù raccontava il mito come rituale del proibito. Allontanarsi dalla tribù era pericoloso.
“Paura”
è stata la prima parola del dizionario del potere. Come sempre accade, una cartina di tornasole della capacità di questa semiotica di penetrare l’immaginario collettivo è l’influenza sulla cultura popolare. Gli anni Ottanta erano gli anni di «War Games», il film che anticipava come persino un’intelligenza artificiale, giocando a Tris, arrivasse alla conclusione che una guerra nucleare non potesse avere vincitori (dovremmo ricominciare a giocare a tris?). Erano gli anni dei thriller di Frederick Forsyth e dei romanzi che immaginavano valigette atomiche, disertori sovietici e «bombe atomiche tascabili». Nel 1984, mentre la Apple lanciava il suo spot contro Ibm giocando sul libro 1984 di George Orwell) usciva in libreria «Il Quarto protocollo», il famoso thriller di Forsyth che ruotava attorno a una bomba atomica tascabile (una testata nucleare miniaturizzata trasportabile in valigia). La trama del romanzo seguiva un complotto sovietico (denominato “Piano Aurora”) per introdurre clandestinamente e assemblare in Inghilterra i componenti di una piccola bomba nucleare. L’obiettivo era farla detonare vicino a una base americana per screditare gli Stati Uniti, provocare l’espulsione delle truppe Nato dal Regno Unito e favorire l’ascesa di un governo filo-sovietico. Il titolo faceva riferimento a un accordo fittizio (aggiunto al trattato di non proliferazione nucleare) che vietava la consegna non convenzionale di armi atomiche. Forse anche questo libro andrebbe riletto.
è stata la prima parola del dizionario del potere. Come sempre accade, una cartina di tornasole della capacità di questa semiotica di penetrare l’immaginario collettivo è l’influenza sulla cultura popolare. Gli anni Ottanta erano gli anni di «War Games», il film che anticipava come persino un’intelligenza artificiale, giocando a Tris, arrivasse alla conclusione che una guerra nucleare non potesse avere vincitori (dovremmo ricominciare a giocare a tris?). Erano gli anni dei thriller di Frederick Forsyth e dei romanzi che immaginavano valigette atomiche, disertori sovietici e «bombe atomiche tascabili». Nel 1984, mentre la Apple lanciava il suo spot contro Ibm giocando sul libro 1984 di George Orwell) usciva in libreria «Il Quarto protocollo», il famoso thriller di Forsyth che ruotava attorno a una bomba atomica tascabile (una testata nucleare miniaturizzata trasportabile in valigia). La trama del romanzo seguiva un complotto sovietico (denominato “Piano Aurora”) per introdurre clandestinamente e assemblare in Inghilterra i componenti di una piccola bomba nucleare. L’obiettivo era farla detonare vicino a una base americana per screditare gli Stati Uniti, provocare l’espulsione delle truppe Nato dal Regno Unito e favorire l’ascesa di un governo filo-sovietico. Il titolo faceva riferimento a un accordo fittizio (aggiunto al trattato di non proliferazione nucleare) che vietava la consegna non convenzionale di armi atomiche. Forse anche questo libro andrebbe riletto.Tornando ai simboli, sebbene fosse nato negli anni Sessanta, «Il Dottor Stranamore» continuava a essere un culto. Erano gli ultimi anni di una dottrina che era risultata pestilenziale: la teoria della deterrenza aveva portato alla proliferazione: esattamente come aveva già anticipato nel 1946 lo scienziato Robert Oppenheimer, «gli esplosivi atomici hanno enormemente accresciuto il potere distruttivo per dollaro speso» (ne ho scritto in questa newsletter in questo episodio dedicato al ritorno della teoria della deterrenza: perché non è una buona idea paragonare AI e atomica (come consiglia Palantir)). Tornando agli anni Ottanta, poco prima il presidente della Repubblica Francesco Cossiga aveva rivelato l’esistenza di testate nucleari tattiche anche nelle basi Nato presenti sul territorio italiano.
La bomba atomica, con la sua ombra, faceva parte del patrimonio semantico della società. Nessuno avrebbe però immaginato il salto all’indietro che stiamo vivendo in questi anni e di cui stiamo subendo l’assuefazione. Quelle parole che sembravano archiviate nei musei della Guerra fredda sono tornate. E con esse sono tornati numeri, investimenti e strategie che pensavamo appartenessero a un’altra epoca.
Nel marzo del 2022 il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, aveva osservato che l’eventualità di una guerra nucleare, a lungo ritenuta impensabile, era nuovamente entrata fra le possibilità concrete. Quattro anni più tardi quell’intero vocabolario che credevamo dismesso – deterrenza, primo colpo, ordigni strategici e da campo di battaglia – è tornato a popolare i discorsi delle cancellerie.
Secondo Il Financial Times sarebbero già in corso trattative per allargare i Paesi europei che accolgono ordigni nucleari. La Polonia, il Paese europeo che sta investendo la percentuale del Pil maggiore in armamenti, non ha fatto mistero di essere pronta a fare parte del progetto se mai ci fosse. L’obiettivo? Come ricorda il FT: «Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato dopo una riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza il mese scorso che c’era “un’intesa comune sul fatto che, mentre gli Stati Uniti si orienteranno maggiormente verso altri teatri operativi… la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono rimanere invariate”. “Voglio essere assolutamente chiaro… Se qualcuno fosse così sciocco da attaccarci, la risposta sarebbe devastante”, ha affermato Rutte.Stiamo ricostruendo, simbolo dopo simbolo, la semiotica del nucleare. Solo pochi mesi fa il presidente Usa Donald Trump aveva annunciato il ritorno dei test nucleari (qui spiegavo perché non avrebbero senso vista la tecnologia attuale). Ma i tempi sono cambiati. E anche le circostanze.
I numeri sono diversi, anche se in crescita, ma le guerre si fanno anche aggiornando i dizionari di media e cancellerie.
Il Trattato di non proliferazione nucleare delle Nazioni Unite, entrato in vigore nel 1970, rappresentò uno dei grandi pilastri dell’ordine internazionale del secondo Novecento. Gli Stati dotati di armi atomiche si impegnavano verso il disarmo; gli altri rinunciavano a svilupparle. Lo sottoscrissero immediatamente Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito; successivamente aderirono Francia e Cina. Restarono fuori Israele, India e Pakistan, mentre la Corea del Nord, dopo aver aderito, si ritirò nel 2003.
Per decenni il sistema ha funzionato. Non perfettamente, ma abbastanza da ridurre drasticamente gli arsenali. Nel 1967 gli Stati Uniti possedevano oltre 31 mila testate nucleari. Oggi il numero è enormemente inferiore. Ma il problema non è più soltanto quantitativo. È qualitativo e geopolitico.
La dissoluzione dell’Urss lasciò sul terreno una costellazione di depositi, laboratori e armamenti sparsi nelle ex repubbliche sovietiche. Il timore occidentale era che il collasso economico e istituzionale potesse trasformare parte di quel patrimonio militare in un gigantesco bazar atomico. L’Ucraina ne rappresentava il nodo principale: nel 1991 era la terza potenza nucleare del pianeta dopo Russia e Stati Uniti.
Kiev accettò di rinunciare completamente al proprio arsenale. In cambio ricevette garanzie politiche, sostegno economico e il riconoscimento della propria integrità territoriale. Se ciò non fosse avvenuto, oggi il conflitto in corso ormai da anni vedrebbe contrapposte due potenze nucleari. È uno degli aspetti meno ricordati della storia recente europea.
Gli Stati Uniti investirono per anni miliardi di dollari non soltanto per smantellare i propri armamenti, ma anche per mettere in sicurezza quelli dell’ex impero sovietico. In alcuni periodi finanziarono direttamente la protezione dei depositi russi di materiale fissile. Nella città segreta di Ozërsk contribuirono persino alla costruzione di un enorme deposito destinato a custodire una quota significativa del plutonio russo. Un paradosso che oggi appare quasi incomprensibile: Washington che finanzia la sicurezza dell’arsenale di Mosca. Gli aiuti cessarono nel 2014 con l’annessione della Crimea. Ma il riarmo era già iniziato.L’8 aprile 2010 Barack Obama e Dmitrij Medvedev avevano firmato a Praga il New Start, evoluzione dei precedenti accordi Start. Il trattato fissava un limite di 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascuna delle due superpotenze. Appariva come il segnale di una nuova stagione di controllo degli armamenti. In realtà, sotto la superficie, stava maturando il processo opposto.
Già nel 2012 l’amministrazione Obama aveva richiesto nuovi investimenti per rafforzare il sistema di deterrenza nucleare americano. Successivamente la prima amministrazione Trump ne avrebbe accelerato la modernizzazione. Sul versante opposto, la Russia aveva avviato un vasto programma di aggiornamento del proprio arsenale già nel decennio 2011-2020, seguito da un nuovo piano destinato a completarsi entro il 2027. I numeri aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno.
La Russia mantiene il primato mondiale con circa 6.370 armi nucleari tra missili e bombe. Gli Stati Uniti ne possiedono tra 5.000 e 6.000 a seconda delle metodologie di conteggio. Circa un centinaio di testate americane risultano ancora dislocate in Europa nell’ambito della Nato, comprese quelle presenti nelle basi italiane di Aviano e Ghedi.
Ma il dato più significativo riguarda la spesa. Mosca investe annualmente circa 8,5 miliardi di dollari nel settore nucleare militare. Washington ne spende oltre 35 miliardi. A prima vista la sproporzione appare inspiegabile. In realtà una parte rilevante della differenza deriva dal fatto che gli Stati Uniti stanno ancora pagando il conto della Guerra Fredda.
Nel bilancio federale americano miliardi di dollari vengono destinati alla bonifica ambientale di siti contaminati, allo smantellamento di strutture obsolete e alla gestione delle scorie radioattive. Soltanto per il programma di pulizia nucleare sono stati stanziati oltre 7 miliardi di dollari l’anno. Una parte importante riguarda la decontaminazione del sito di Oak Ridge, nel Tennessee, dove lavorò Enrico Fermi durante il Progetto Manhattan e dove si preparava il materiale fissile. È una lezione spesso dimenticata. Costruire la bomba è costato migliaia di miliardi. Smontarla costa ancora.
Nel frattempo il club nucleare continua a investire. Cina, India e Francia hanno aumentato significativamente le proprie spese. Pechino, in particolare, ha attirato l’attenzione degli osservatori internazionali dopo che immagini satellitari hanno mostrato negli ultimi anni la costruzione di oltre cento nuovi silos missilistici nella regione di Yumen. Segnali che indicano come il mondo non si stia avviando verso un disarmo generalizzato, ma verso una nuova fase di consolidamento strategico.
La Guerra Fredda è “ufficialmente” finita da oltre trent’anni. Ma l’infrastruttura mentale che la sosteneva non è mai stata completamente smantellata. Era rimasta sotto la superficie, come le scorie radioattive sepolte nei depositi atomici: invisibile, costosa da mantenere, apparentemente inattiva. Finché qualcuno non ha ricominciato a scavare.
