di Chiara Cavalieri*
ROMA- “Nel 1453 abbiamo perso Costantinopoli. Nel 2034 potremmo vincere la Turchia per l’Europa.” È una frase destinata inevitabilmente a provocare reazioni fortissime, perché tocca uno dei nervi più profondi della memoria storica europea: la caduta di Costantinopoli, il 29 maggio 1453, per mano del sultano ottomano Mehmet II. Quel giorno non cadde soltanto una città. Cadde l’ultimo grande frammento dell’Impero Romano d’Oriente, l’erede politico, religioso e culturale di Roma in Oriente. Per l’Europa cristiana fu uno shock epocale, una ferita simbolica destinata a restare impressa nella coscienza storica del continente.
Oggi, a distanza di secoli, Istanbul torna al centro di una nuova provocazione geopolitica: non più come città conquistata o perduta, ma come possibile chiave di una nuova architettura europea.
A rilanciare questa visione è stato Gunther Fehlinger, politico e attivista europeista austriaco, che ha immaginato una futura “EU47”: un’Unione Europea allargata fino a comprendere la Turchia, l’Ucraina, il Kosovo, i Balcani occidentali e altri Paesi candidati entro il 2034.

L’idea è ambiziosa, forse utopica, certamente divisiva. Ma dietro lo slogan si nasconde una questione molto più seria: la Turchia è davvero esterna all’Europa, oppure è già parte integrante del suo destino storico, economico, militare e strategico?
La risposta non è semplice, perché la Turchia si trova da sempre in una posizione unica. È Europa e Asia. È Mediterraneo e Mar Nero. È mondo turcofono, mondo islamico, NATO, Medio Oriente, Caucaso, Balcani. È uno Stato che sfugge alle categorie semplici, e proprio per questo risulta indispensabile e scomodo allo stesso tempo.

Il riferimento al 1453 non è casuale. Costantinopoli è stata per secoli il cuore dell’Impero Bizantino, la capitale della cristianità orientale, il ponte tra il Mediterraneo romano e l’Oriente. La sua conquista ottomana trasformò radicalmente gli equilibri del continente. Da allora Istanbul è diventata uno dei simboli più potenti dell’incontro e dello scontro tra Europa e Islam, tra Cristianesimo e mondo ottomano, tra Oriente e Occidente.
Ma nel XXI secolo la domanda cambia completamente: Istanbul deve continuare a rappresentare una frontiera oppure può diventare il simbolo di una nuova integrazione?

Secondo i sostenitori dell’ingresso turco nell’Unione Europea, Ankara è già profondamente europea. Lo è nella storia, perché l’Impero Ottomano è stato per secoli un attore interno alla politica europea. Lo è nella sicurezza, perché la Turchia è membro della NATO dal 1952 e possiede uno degli eserciti più importanti dell’Alleanza Atlantica. Lo è nell’economia, perché l’Unione Europea è uno dei principali partner commerciali della Turchia. Lo è nella società, perché milioni di cittadini di origine turca vivono stabilmente in Europa, soprattutto in Germania. Lo è nella geografia strategica, perché controlla gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, passaggi decisivi per l’accesso al Mar Nero.
La guerra in Ucraina ha reso ancora più evidente questa centralità. Il Mar Nero è tornato a essere uno dei teatri decisivi della competizione tra Russia, NATO ed Europa. In questo scenario, la Turchia non è un attore marginale, ma una potenza cardine. Controlla il collegamento tra Mediterraneo e Mar Nero, dialoga con Mosca e Kiev, resta dentro la NATO ma mantiene una politica estera autonoma, capace di muoversi su più tavoli.
È proprio questa autonomia che affascina e inquieta l’Europa.
Negli ultimi anni Ankara ha costruito una politica estera sempre più assertiva. È membro dell’Alleanza Atlantica ma dialoga con la Russia. Collabora con l’Occidente ma sviluppa rapporti economici con la Cina. Guarda ai Balcani, al Caucaso, all’Asia Centrale, all’Africa e al Medio Oriente. Si propone come potenza regionale indipendente, capace di trattare con tutti senza farsi inglobare completamente da nessun blocco.
Questa posizione rende la Turchia indispensabile per l’Europa, ma anche difficile da integrare.
Qui entra in gioco una riflessione molto importante dell’ambasciatore Carlo Marsili, già ambasciatore d’Italia ad Ankara e profondo conoscitore della realtà turca. Nelle sue analisi, Marsili ha più volte mostrato la grande contraddizione europea verso Ankara: da una parte la Turchia viene considerata un partner strategico essenziale; dall’altra, la sua adesione piena all’Unione Europea resta bloccata da resistenze politiche, culturali e diplomatiche.

La Turchia, in altre parole, è troppo importante per essere esclusa, ma troppo grande, autonoma e complessa per essere accolta facilmente.
Marsili ha spiegato bene come la Turchia abbia rappresentato per decenni un ponte fondamentale tra Europa, NATO e Medio Oriente. L’Italia, in particolare, ha storicamente guardato con favore alla prospettiva europea della Turchia, anche per ragioni economiche, mediterranee e strategiche. Roma ha spesso compreso meglio di altri Paesi europei il valore geopolitico di Ankara, mentre altre capitali, soprattutto Parigi e Berlino in alcune fasi, hanno mostrato maggiori resistenze.
Ma il grande nodo irrisolto resta Cipro.
La questione cipriota è forse l’ostacolo più concreto e più pesante nel processo di adesione turca all’Unione Europea. Dal 1974 l’isola è divisa tra la Repubblica di Cipro, internazionalmente riconosciuta e membro dell’UE, e la Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta soltanto da Ankara. Questa frattura storica, politica e diplomatica pesa enormemente sui rapporti tra Turchia ed Europa.
La situazione è paradossale: l’Unione Europea ha ammesso al suo interno la Repubblica di Cipro nel 2004, pur sapendo che l’isola era divisa e che il conflitto non era stato risolto. Da quel momento, la questione cipriota è diventata un blocco strutturale nei negoziati con Ankara. Per Bruxelles, la Turchia dovrebbe riconoscere pienamente la Repubblica di Cipro; per Ankara, invece, l’Europa ha commesso l’errore di integrare una parte dell’isola senza risolvere prima il problema delle due comunità.
Marsili ha sottolineato proprio questo punto: Cipro non era formalmente uno dei criteri di Copenaghen per l’adesione all’UE, ma è diventata nei fatti un deterrente politico potentissimo contro l’ingresso turco. In particolare, dopo il raffreddamento della posizione francese, il negoziato si è progressivamente irrigidito.
Il nodo cipriota mostra bene l’ambiguità europea. L’Unione Europea chiede alla Turchia di rispettare pienamente i criteri politici, ma allo stesso tempo non è riuscita a proporsi come mediatore efficace tra le due parti dell’isola. Così Cipro è rimasta una ferita aperta, un ostacolo permanente, una questione irrisolta che blocca un processo molto più ampio.
Ma Cipro non è l’unico problema.
L’ingresso della Turchia nell’UE è frenato anche da questioni legate ai diritti umani, alla libertà di stampa, all’indipendenza della magistratura, alla questione curda e alla crescente centralizzazione del potere sotto Recep Tayyip Erdoğan. Molti governi europei ritengono che la Turchia si sia allontanata dagli standard democratici richiesti dall’Unione. Le tensioni nel Mediterraneo orientale, soprattutto con Grecia e Cipro, hanno ulteriormente aggravato il quadro.

E poi c’è il tema più difficile, quello che spesso l’Europa non nomina apertamente: la questione identitaria.
Una parte dell’opinione pubblica europea continua a considerare la Turchia come un Paese “non pienamente europeo”, soprattutto a causa della sua maggioranza musulmana e della sua eredità ottomana. È un tema delicatissimo, perché tocca il rapporto tra Europa, Cristianesimo, laicità, Islam e memoria storica. L’Unione Europea si presenta come progetto politico fondato su democrazia, diritto e mercato comune, ma nella percezione di molti cittadini resta anche una comunità culturale e storica con radici cristiane.
Per questo l’ingresso turco è molto più controverso di altri allargamenti.
L’Ucraina, i Balcani occidentali o il Kosovo pongono problemi politici enormi, ma non sollevano lo stesso livello di dibattito identitario. La Turchia invece obbliga l’Europa a porsi una domanda radicale: che cos’è davvero l’Europa? È una geografia? Una civiltà? Un mercato? Un progetto democratico? Una comunità storica? Una potenza geopolitica?
Se l’Europa è solo geografia, la Turchia è dentro e fuori. Se è storia, la Turchia è parte della storia europea da secoli. Se è sicurezza, Ankara è essenziale. Se è democrazia liberale, la questione diventa più complessa. Se è identità cristiana, il discorso si complica ancora di più.
È proprio qui che la provocazione “dal 1453 al 2034” diventa interessante.
Dire che nel 1453 l’Europa ha perso Costantinopoli e nel 2034 potrebbe “vincere” la Turchia non significa immaginare una conquista militare o imperiale. Significa proporre un rovesciamento simbolico: non più guerra, non più impero, non più frontiera religiosa, ma integrazione attraverso democrazia, NATO, commercio, prosperità e unità europea.
È una visione potente, ma anche estremamente difficile da realizzare.
Una Turchia pienamente europea rafforzerebbe enormemente l’Unione. Porterebbe dentro l’UE una grande popolazione, un esercito strategico, una posizione geografica unica, un mercato dinamico, una profondità mediterranea e mediorientale che oggi Bruxelles non possiede realmente. Renderebbe l’Europa più forte nel Mar Nero, più influente nel Caucaso, più presente in Medio Oriente, più credibile verso il mondo islamico e più competitiva rispetto a Russia e Cina.
Un’Europa da Lisbona a Istanbul sarebbe una potenza completamente diversa da quella attuale.
Non sarebbe più soltanto un’unione economica ricca ma spesso fragile sul piano geopolitico. Sarebbe un blocco continentale capace di proiettarsi verso il Mediterraneo, il Mar Nero, il Medio Oriente, l’Africa e l’Asia Centrale. Una vera superpotenza democratica, almeno nelle intenzioni.
Ma il prezzo politico sarebbe enorme.
L’ingresso della Turchia modificherebbe gli equilibri interni dell’UE. Ankara diventerebbe uno degli Stati più popolosi dell’Unione, con un peso istituzionale enorme. La politica agricola, i fondi europei, la rappresentanza parlamentare, la gestione delle frontiere, la politica migratoria e la politica estera comune verrebbero completamente ridisegnate.
Inoltre, l’UE dovrebbe affrontare una sfida culturale senza precedenti: integrare una grande potenza a maggioranza musulmana, con una storia imperiale, una politica estera autonoma e una società attraversata da tensioni profonde tra laicità kemalista, conservatorismo religioso, nazionalismo e modernizzazione.
Anche per la Turchia l’ingresso non sarebbe semplice.
Entrare nell’Unione Europea significherebbe accettare regole, vincoli, controlli e compromessi che potrebbero limitare la sua autonomia strategica. Ankara dovrebbe risolvere o almeno normalizzare il rapporto con Cipro, ridurre le tensioni con la Grecia, rafforzare lo Stato di diritto, garantire maggiore libertà di stampa, affrontare la questione curda in modo compatibile con gli standard europei e ripensare parte della propria politica regionale.
La domanda dunque è: la Turchia vuole davvero entrare nell’UE oggi?
Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila la risposta sembrava più chiaramente positiva. La prospettiva europea era un motore di riforme, modernizzazione e apertura. Oggi la situazione è diversa. La Turchia si percepisce sempre più come potenza autonoma. Non vuole essere periferia dell’Europa, ma centro di una propria area d’influenza.
Ed è forse questo il punto più interessante: oggi non è soltanto la Turchia a bussare alla porta dell’Europa. È l’Europa che rischia di perdere definitivamente la Turchia.
In un mondo multipolare, Ankara ha alternative. Può dialogare con Mosca, con Pechino, con il mondo turcofono, con il Golfo, con l’Africa, con l’Asia Centrale. Può restare nella NATO senza aderire all’UE. Può usare la propria posizione geografica come leva diplomatica permanente. Può essere indispensabile senza essere integrata.
Per l’Europa, invece, perdere la Turchia significherebbe restringere il proprio orizzonte strategico. Significherebbe lasciare che uno degli attori fondamentali del Mediterraneo orientale e del Mar Nero si muova sempre più autonomamente, magari in equilibrio tra Occidente e potenze rivali.
Da questo punto di vista, il dibattito sulla Turchia non riguarda soltanto Ankara. Riguarda soprattutto Bruxelles.
L’Unione Europea deve decidere se vuole restare un progetto prevalentemente regolatorio, economico e burocratico, oppure se vuole diventare una vera potenza geopolitica. Per diventarlo, non può ignorare la Turchia. Ma per integrarla, dovrebbe superare paure profonde, contraddizioni interne e ostacoli storici giganteschi.
Il 2034 indicato da Fehlinger è probabilmente una data simbolica più che realistica. Da qui ad allora è difficile immaginare una piena adesione turca all’UE, soprattutto senza una svolta democratica interna ad Ankara e senza una soluzione almeno parziale del nodo cipriota.
Tuttavia, la forza di questa provocazione sta nel costringere l’Europa a pensare più in grande.
L’Europa non può continuare a considerare la Turchia soltanto come un problema migratorio, un partner commerciale, una base NATO o un interlocutore difficile. Deve decidere se Ankara appartiene al suo futuro strategico oppure no.
Allo stesso modo, la Turchia deve decidere se vuole continuare a giocare da potenza autonoma tra più mondi o se vuole tornare a vedere nell’Europa non un limite, ma una destinazione politica.
La verità è che la Turchia è già dentro la storia europea. Lo è da secoli. La questione è se potrà mai entrare pienamente anche nelle istituzioni europee.
Costantinopoli fu perduta nel 1453. Istanbul potrebbe diventare, nel XXI secolo, non il simbolo di una perdita, ma quello di una riconciliazione storica. Non attraverso la guerra. Non attraverso l’impero. Ma attraverso una nuova idea di Europa, capace di comprendere la propria complessità e di trasformare le antiche frontiere in ponti geopolitici.
Resta però una condizione imprescindibile: senza democrazia, senza Stato di diritto, senza soluzione del nodo cipriota e senza una reale volontà politica da entrambe le parti, l’ingresso della Turchia nell’UE resterà più un sogno geopolitico che un progetto concreto.
Ma i sogni geopolitici, a volte, servono proprio a questo: a mostrare quanto piccolo sia diventato il pensiero europeo e quanto grande potrebbe ancora tornare a essere.
*L’autrice e’ membro della Associazione Italia Turchia https://share.google/xob0d2rKinUFkNywU
©𝗧𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶
