La trappola della destabilizzazione globale: dall’economia di guerra all’Imperialismo delle Periferie
L’attuale scenario geopolitico internazionale non è una sequenza di crisi isolate, ma si manifesta come un unico, coerente dispositivo di destabilizzazione globale. Esiste un filo rosso, invisibile ma d’acciaio, che collega i blocchi economici asfissianti contro Cuba, le costanti minacce militari volte a colpire l’Iran e l’asse della resistenza mediorientale, o i tentativi di soffocare il riscatto indigeno della Bolivia dei *ponchos rossi*, con le dinamiche di impoverimento e disciplinamento che stanno investendo il continente europeo. L’imperialismo contemporaneo agisce infatti su due fronti speculari: se da un lato aggredisce militarmente ed economicamente le periferie del mondo per impedirne l’autodeterminazione, dall’altro impone alle masse europee un’asfissiante economia di guerra. Questa strategia binaria punta a erodere i diritti sociali all’interno e a distruggere qualsiasi modello alternativo all’esterno, riducendo lo spazio del dissenso a un’unica, militarizzata narrazione.
Per decenni, l’Occidente ha confinato il Sud Globale nel ruolo coloniale di mero fornitore di materie prime — l’archetipo storico della “repubblica delle banane”. Oggi, quel vecchio simbolo di sfruttamento subisce una metamorfosi ironica e dissacrante nella coscienza dei popoli in lotta: si rimpicciolisce, diventa una “nano banana”, una caricatura pop che smaschera l’ipocrisia dei dominatori. Questa beffa culturale rappresenta il rifiuto della Periferia di farsi incasellare e dimostra come la resistenza materiale debba sempre essere accompagnata da un sabotaggio epistemico, capace di ridicolizzare l’autorità morale del Centro imperialista proprio mentre questo mostra il suo volto più brutale.
Le radici teoriche per comprendere questo duplice attacco si trovano nel nucleo più profondo del pensiero critico. Nella Critica del Programma di Gotha, Karl Marx aveva già smantellato le illusioni sullo “Stato neutrale” e sul “diritto uguale” di matrice borghese, svelando come formule apparentemente universali servano in realtà a perpetuare le disuguaglianze e a proteggere i rapporti di forza capitalistici. Questa analisi dello Stato come strumento di dominio si sposa perfettamente con l’intuizione di Vladimir Lenin nel suo saggio sul Diritto delle Nazioni all’Autodeterminazione.
Lenin comprese che l’era dell’imperialismo divide il mondo in nazioni opprimenti e nazioni oppresse, e che l’internazionalismo non può essere un’astrattezza dogmatica, ma deve necessariamente fondarsi sul riconoscimento della sovranità e del diritto alla separazione politica dei popoli colonizzati.
Quando questo impianto attraversa le latitudini per essere metabolizzato nella Periferia, trova una straordinaria fioritura nella Filosofia della Liberazione di Enrique Dussel e nell’antimperialismo sociologico di Ali Shariati. Dussel ricolloca al centro della storia il “Povero”, l’escluso assoluto la cui stessa vita viene negata dalla totalità capitalista, trasformando il “bisogno” marxiano nel motore di un riscatto che è prima di tutto etico e culturale. Shariati, dal canto suo, unisce la critica materiale al risveglio identitario della tradizione mediorientale, esortando le masse a combattere l’alienazione culturale imposta dall’imperialismo attraverso il recupero della propria riserva simbolica e spirituale.
Il legame dialettico tra l’oppressione della Periferia e il disciplinamento del Centro si fa oggi drammaticamente evidente. L’imposizione dell’economia di guerra in Europa — con il taglio sistematico alla spesa sociale, alla sanità, all’istruzione e il parallelo riversamento di risorse nell’industria bellica — dimostra che l’imperialismo necessita del controllo totale anche sui propri cittadini. Sottraendo ogni forma di alternativa economica e politica, il potere riduce le masse europee a una condizione di passività e impoverimento, arruolandole ideologicamente in una crociata permanente contro i popoli che resistono.
In questa prospettiva, la lotta delle periferie contro l’aggressione imperialista e la resistenza delle masse europee contro l’economia di guerra sono due facce della stessa medaglia. Smontare la retorica bellicista significa non solo difendere il diritto inalienabile dei popoli a decidere del proprio destino, ma anche spezzare le catene di un autoritarismo interno che logora i diritti dei lavoratori nel cuore stesso dell’Occidente.
