Tutti tendono a dimenticarlo, ma la storia di Cuba è, nel suo nucleo più profondo, una storia di ingerenze continue, di destabilizzazione costante e di una lotta strenua, condotta da un intero popolo, per la difesa della propria sovranità territoriale.
La nuova fabbrica della dissidenza
La polemica recente che ha visto protagonista la giovane influencer Anna Bensi e lo scontro mediatico con Gerardo Hernández non è un episodio isolato, ma l’ennesimo capitolo di un manuale di ingerenza che si aggiorna costantemente. Sebbene oggi il campo di battaglia si sia spostato sui social network, la logica sottostante rimane quella di una “fabbrica della dissidenza” costruita e finanziata esternamente. Come denunciato da Cuba Mambí, ci troviamo di fronte a un meccanismo che, sotto spoglie di “spontaneità”, prosegue una strategia decennale di destabilizzazione. Washington continua a destinare milioni di dollari – attraverso USAID, NED e Dipartimento di Stato – per promuovere voci che si presentano come alternative, ma che sono organiche a un progetto di “cambiamento di regime”. La vicenda Bensi, rilanciata con forza dai media dell’esilio e sostenuta dagli stessi ambienti politici che hanno sempre promosso l’ostilità verso L’Avana, ci dimostra che gli strumenti cambiano – si passa da Radio Martí e TV Martí alle piattaforme digitali – ma l’obiettivo resta identico: minare il sistema politico cubano dall’interno.
Quando si analizza la storia delle relazioni tra Washington e L’Avana, spesso si ricorre a termini come “embargo” o “blocco”. Sebbene queste definizioni siano corrette per descrivere la soffocante morsa economica, esse rischiano di minimizzare un aspetto ben più oscuro e violento del confronto: la lunga scia di atti terroristici, sabotaggi e operazioni paramilitari che, per oltre sessant’anni, hanno insanguinato l’isola e colpito i suoi cittadini.
La strategia di destabilizzazione degli Stati Uniti non si è mai limitata alla pressione diplomatica o mediatica. È stata, fin dall’inizio, un’operazione che ha compreso la violenza diretta, orchestrata o tollerata da agenzie federali statunitensi, spesso attraverso l’utilizzo di gruppi mercenari radicati nel sud della Florida.
Dalle infiltrazioni agli attentati dinamitardi
Il terrorismo contro Cuba non è una teoria del complotto, ma una cronaca documentata. Gli anni ’60 furono segnati non solo dalla fallimentare invasione della Baia dei Porci (Playa Girón), ma da una costante attività di pirateria e sabotaggio. Gruppi di oppositori addestrati dalla CIA compivano incursioni notturne, bruciando campi di canna da zucchero, attaccando infrastrutture civili e seminando il terrore nelle zone rurali.
Luis Posada Carriles e la guerra contro il turismo negli anni ’90
Un capitolo particolarmente truce di questa storia è rappresentato dalla campagna terroristica degli anni ’90, orchestrata per colpire il cuore pulsante dell’economia cubana: il settore turistico. Figura centrale di questa strategia fu Luis Posada Carriles, un ex agente della CIA, il cui nome è legato a una serie di attentati dinamitardi contro alberghi e strutture ricettive a L’Avana. Questi attacchi non miravano solo a causare danni materiali, ma avevano l’obiettivo deliberato di creare un clima di insicurezza per scoraggiare i visitatori stranieri e isolare l’economia cubana a livello internazionale. Fu proprio in uno di questi vili attentati, avvenuto nel 1997 al Copacabana Hotel, che perse la vita il giovane imprenditore italiano Fabio Di Celmo. La protezione garantita per anni a Posada Carriles dagli apparati statunitensi, nonostante le inconfutabili prove della sua responsabilità, rimane una macchia indelebile che dimostra quanto la lotta al terrorismo fosse, per Washington, un concetto a geometria variabile a seconda dell’obiettivo politico da colpire.

La dottrina del “cambiamento di regime” a ogni costo
Perché Washington ha tollerato, e talvolta sostenuto, individui responsabili di atti terroristici contro Cuba? La risposta risiede in una dottrina che vede la Rivoluzione cubana non come un avversario politico, ma come un’anomalia da eliminare con ogni mezzo necessario.
Il terrorismo è stato utilizzato come uno strumento di pressione psicologica. L’obiettivo era duplice:
1. Destabilizzare l’economia: Colpire il turismo e le esportazioni per generare malcontento popolare.
2. Creare insicurezza: Dimostrare al popolo cubano che lo Stato non era in grado di proteggerlo, minando la fiducia nel governo.
Mentre oggi si discute di “influencer” e “nuovi media”, occorre ricordare che il terreno su cui si muovono queste figure è stato preparato da una storia di violenza che mirava a distruggere materialmente la società cubana. L’infiltrazione mediatica moderna è solo la naturale evoluzione di una strategia che, avendo fallito nel tentare di abbattere il governo con la forza bruta del terrorismo, ha virato verso la “guerra ibrida” e la manipolazione digitale.
La dignità della memoria contro l’oblio
La polemica recente tra giovani volti dell’opposizione e figure storiche della difesa della sovranità cubana, come Gerardo Hernández, non è un semplice scontro generazionale. È un conflitto tra chi è stato protagonista della resistenza a una politica estera statunitense che non ha mai rinunciato all’ingerenza, e chi oggi ne promuove le istanze sotto nuove vesti.
Gerardo Hernández e i Cinque Cubani hanno passato anni nelle carceri statunitensi proprio perché stavano monitorando, all’interno degli Stati Uniti, le cellule terroristiche che pianificavano attentati contro l’isola. La loro incarcerazione è stata la prova tangibile di come, nel quadro geopolitico di Washington, la vittima (Cuba) venga trasformata in carnefice, mentre i veri responsabili della violenza transnazionale vengono spesso celebrati come eroi dell’esilio.
Una riflessione necessaria
Non si può comprendere l’opposizione cubana contemporanea senza contestualizzarla in questo quadro storico di aggressione. La “fabbrica della dissidenza” non nasce dal vuoto; nasce dalla volontà di mantenere viva una politica di ostilità che ha preteso di decidere le sorti di una nazione sovrana attraverso il ricatto, la sanzione e, quando ritenuto utile, il terrore.
La storia di Cuba non è solo la storia di una lotta ideologica, ma quella di un popolo che ha dovuto difendersi da un’aggressione costante. È un dovere di onestà intellettuale ricordare che, dietro i sorrisi degli influencer e i finanziamenti delle agenzie governative, si cela una continuità politica che ha ignorato le norme internazionali e il diritto alla vita e alla pace di un intero popolo.

