di Chiara Cavalieri
Il Cairo — La disputa tra Egitto ed Etiopia sulle acque del Nilo si allarga ben oltre la Grande Diga del Rinascimento (GERD). Al centro del confronto torna ora l’Accordo Quadro di Cooperazione per il Bacino del Nilo, conosciuto internazionalmente come Cooperative Framework Agreement (CFA), sostenuto da Addis Abeba ma contestato dall’Egitto e dal Sudan.
Il ministro etiope dell’Acqua e dell’Energia Habtamu Itefa ha riaffermato l’impegno dell’Etiopia nei confronti dell’accordo, sostenendo che esso riconosca i diritti degli Stati del bacino e stabilisca il principio di un utilizzo “equo e ragionevole” delle risorse idriche condivise.
Dietro una formula apparentemente tecnica si nasconde però una questione geopolitica enorme: chi stabilirà in futuro le regole per la gestione delle acque del Nilo?
Per l’Egitto, che dipende dal fiume per la quasi totalità delle proprie risorse idriche rinnovabili, la questione riguarda direttamente la sicurezza nazionale.
NON PIÙ SOLTANTO LA DIGA DEL RINASCIMENTO
Per oltre un decennio l’attenzione internazionale si è concentrata sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam, costruita dall’Etiopia sul Nilo Azzurro.
Ma il contenzioso tra Il Cairo e Addis Abeba è molto più ampio.
Il CFA punta infatti a creare un nuovo quadro giuridico e istituzionale per la gestione dell’intero bacino del Nilo. Il testo fu aperto alla firma nel 2010 e, dopo il raggiungimento del numero necessario di ratifiche, è entrato in vigore il 13 ottobre 2024.
Il passaggio successivo previsto dal sistema è la trasformazione dell’attuale Nile Basin Initiative nella Nile River Basin Commission, destinata a diventare l’organismo permanente di cooperazione tra gli Stati aderenti.
Ed è proprio qui che si concentra una parte fondamentale delle preoccupazioni egiziane.
IL PRINCIPIO DELL’“USO EQUO E RAGIONEVOLE”
L’Etiopia sostiene che il precedente sistema di gestione delle acque del Nilo abbia prodotto squilibri a favore dei Paesi a valle e che gli Stati a monte debbano poter utilizzare maggiormente le risorse del fiume per sostenere sviluppo economico, agricoltura ed energia.

Il CFA introduce come principio centrale quello dell’utilizzo equo e ragionevole delle risorse del bacino.
Addis Abeba considera questo principio la base per superare quella che descrive come una distribuzione storicamente squilibrata delle acque.
L’Egitto pone invece una questione differente: un nuovo sistema di governance del Nilo non può, secondo Il Cairo, compromettere gli utilizzi esistenti, la sicurezza idrica dei Paesi a valle e i relativi diritti acquisiti.
La divergenza non riguarda quindi semplicemente quanta acqua possa utilizzare un singolo Stato.
Riguarda la stessa architettura giuridica che dovrà governare il Nilo nei prossimi decenni.
EGITTO E SUDAN FUORI DAL NUOVO QUADRO
Egitto e Sudan non hanno aderito al CFA.Il Cairo sostiene da tempo che le questioni fondamentali riguardanti la gestione del fiume debbano essere affrontate attraverso un consenso inclusivo tra gli Stati del bacino e respinge qualsiasi meccanismo che possa produrre decisioni capaci di incidere sugli interessi idrici egiziani senza il consenso dell’Egitto.
La posizione ufficiale egiziana è particolarmente netta anche sul piano giuridico.
In una dichiarazione congiunta dell’ottobre 2024, Egitto e Sudan hanno sostenuto che il CFA non possa produrre effetti giuridici nei loro confronti e hanno contestato qualsiasi tentativo di trasformare la Nile Basin Initiative in una commissione senza un accordo complessivo tra gli Stati interessati.
Nasce così un problema potenzialmente ancora più profondo di quello legato alla singola diga: due differenti visioni dell’ordine giuridico del Nilo rischiano di convivere nello stesso bacino.
PERCHÉ IL CFA PUÒ DIVENTARE PIÙ IMPORTANTE DELLA GERD
La Grande Diga del Rinascimento è un’infrastruttura specifica, per quanto gigantesca e strategicamente decisiva.
Il CFA riguarda invece le regole generali attraverso cui gli Stati potrebbero gestire in futuro l’intero sistema idrico del Nilo.
È questa la ragione per cui il dossier assume una dimensione potenzialmente ancora più ampia.
Se la nuova architettura sostenuta dall’Etiopia dovesse consolidarsi, il confronto non riguarderebbe più soltanto il riempimento e il funzionamento della GERD, ma potrebbe estendersi a futuri progetti idroelettrici, sistemi di irrigazione, prelievi d’acqua e infrastrutture realizzate dagli Stati a monte.
La partita, quindi, riguarda il futuro del bacino nel suo complesso.
LA GERD RESTA IL NODO IMMEDIATO
Questo non significa che il dossier della diga sia stato superato.
Il Cairo continua a chiedere un accordo giuridicamente vincolante sulle modalità di funzionamento della GERD, con particolare attenzione alla gestione delle fasi di siccità e siccità prolungata.
L’Egitto sostiene inoltre il principio secondo cui nessuno Stato dovrebbe adottare unilateralmente misure capaci di provocare un danno significativo agli altri Paesi rivieraschi.
L’Etiopia rivendica invece il proprio diritto allo sviluppo e considera la diga essenziale per la produzione di energia elettrica e per la crescita economica nazionale.
Sono posizioni che anni di negoziati non sono riusciti a conciliare definitivamente.
La posizione egiziana deve essere letta alla luce di una caratteristica geografica difficilmente paragonabile a quella degli altri grandi Paesi africani.
L’Egitto è uno Stato prevalentemente desertico e dipende in misura straordinaria dal Nilo per l’approvvigionamento idrico della popolazione, dell’agricoltura e di una parte significativa delle attività economiche.
Per questo motivo Il Cairo definisce ripetutamente la propria sicurezza idrica una questione esistenziale.
Ogni cambiamento strutturale delle regole che governano il fiume viene quindi valutato non soltanto come una questione ambientale o economica, ma come un dossier direttamente collegato alla sicurezza nazionale egiziana.
Le nuove dichiarazioni etiopi mostrano dunque come il confronto tra Il Cairo e Addis Abeba stia entrando in una dimensione più profonda.
La GERD rimane il simbolo più evidente dello scontro, ma dietro la diga esiste ormai una battaglia ancora più grande: la definizione delle regole che disciplineranno il Nilo nel XXI secolo.
L’Etiopia vuole consolidare un sistema fondato sul principio dell’utilizzo equo e ragionevole e su una nuova struttura istituzionale del bacino.
L’Egitto insiste sulla necessità di tutelare la propria sicurezza idrica, evitare decisioni unilaterali e impedire che nuovi meccanismi regionali possano modificare gli equilibri del fiume senza il consenso dei Paesi direttamente interessati.
Per questo il confronto non riguarda soltanto Egitto ed Etiopia.
Coinvolge progressivamente tutti gli Stati attraversati dal sistema del Nilo e pone una questione destinata a diventare sempre più centrale nella geopolitica africana: chi avrà il potere di decidere come utilizzare una delle risorse idriche più strategiche del continente?
Fonte: Nile Basin Initiative
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