di Chiara Cavalieri
NEW YORK – Ci sono discorsi pronunciati davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si limitano a rappresentare la posizione di un Paese. E ce ne sono altri che cercano di trasformare quella posizione in una riflessione più ampia sullo stato della comunità internazionale.
Il discorso pronunciato il 22 settembre 2026 dal re di Giordania Abdullah II davanti alla 81ª Assemblea Generale dell’ONU appartiene a questa seconda categoria. Non soltanto per i contenuti affrontati, ma per la costruzione retorica, la capacità di tenere insieme crisi diverse e il modo in cui il sovrano ha utilizzato linguaggio, pause, tono e linguaggio del corpo per dare forza alle proprie argomentazioni.
Il risultato è stato un intervento fortemente politico e diplomatico, nel quale la questione palestinese è diventata il punto attraverso cui interrogare la credibilità stessa del sistema internazionale.
Abdullah II ha aperto il suo intervento con un’osservazione apparentemente lontana dalla geopolitica: la progressiva riduzione della capacità di attenzione nell’epoca degli schermi.
Il riferimento ai 47 secondi di attenzione media citati nel discorso non è stato casuale. Il sovrano ha trasformato il tema dell’attenzione in una vera e propria chiave interpretativa della politica internazionale: in un mondo attraversato contemporaneamente da guerre, crisi economiche, emergenze umanitarie e trasformazioni tecnologiche, ciò a cui la comunità internazionale decide di prestare attenzione diventa una scelta politica.
Da qui la domanda implicita che attraversa tutto il discorso: che cosa accade quando una tragedia smette di occupare le prime pagine ma non smette di esistere?
È precisamente su questo terreno che Abdullah II colloca Gaza.
GAZA E CISGIORDANIA: DUE FRONTI DELLO STESSO CONFLITTO
Uno dei passaggi più rilevanti del discorso riguarda il rifiuto della separazione tra Gaza e Cisgiordania.
Secondo la ricostruzione proposta dal sovrano, non si tratta di due vicende indipendenti, ma di due dimensioni dello stesso conflitto. Gaza viene descritta attraverso la distruzione e la guerra, mentre la Cisgiordania attraverso l’espansione degli insediamenti, l’acquisizione di terre e il progressivo mutamento della realtà territoriale.

Il re giordano ha quindi scelto deliberatamente di intervenire anche sul linguaggio utilizzato dalla diplomazia internazionale.
La sua tesi è che le parole non siano neutre quando vengono utilizzate per descrivere ciò che accade sul terreno. Nel suo intervento ha contrapposto le definizioni ufficiali alla realtà che, secondo la posizione giordana, esse rischierebbero di nascondere: la demolizione di abitazioni per l’espansione degli insediamenti viene indicata come trasferimento forzato; l’acquisizione di territori occupati come annessione di fatto; il sistema di checkpoint e barriere come strumento di controllo e repressione.
È uno dei passaggi più incisivi dell’intervento proprio perché sposta la discussione dal terreno delle dichiarazioni politiche a quello della definizione giuridica dei fatti.
IL PUNTO CENTRALE: LA CREDIBILITÀ DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
Il tema palestinese viene così inserito in una questione ancora più ampia: che valore hanno il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali se le loro regole vengono applicate in modo discontinuo?
Abdullah II ha sostenuto che il problema non sia soltanto ciò che accade oggi a Gaza o in Cisgiordania, ma il precedente che tali eventi possono creare per il sistema internazionale.
La domanda è semplice ma politicamente pesante: se le violazioni possono diventare progressivamente normali attraverso la loro ripetizione, che cosa rimane dell’autorità delle norme?
È questo, probabilmente, uno degli aspetti più interessanti del discorso. Il sovrano non presenta la questione palestinese soltanto come una causa araba o giordana. La presenta come una questione che riguarda la credibilità delle istituzioni internazionali nel loro complesso.
Anche l’agenzia ufficiale giordana Petra ha letto il discorso in questa chiave, sottolineando il passaggio dalla semplice descrizione delle crisi alla richiesta di responsabilità e di applicazione effettiva del diritto internazionale.
LA SIRIA E LA SICUREZZA DELLA GIORDANIA
Un altro elemento significativo è l’attenzione dedicata alla Siria.
Abdullah II ha collegato le incursioni e l’espansione territoriale nel sud della Siria alla sicurezza nazionale giordana, richiamando in particolare la sicurezza delle frontiere settentrionali e quella delle risorse idriche.
La formula utilizzata è stata estremamente chiara: per la Giordania, una minaccia alla frontiera settentrionale o alla sicurezza idrica rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale.
Questo passaggio è importante perché dimostra come Amman non interpreti la crisi regionale esclusivamente attraverso la questione palestinese. La posizione giordana comprende anche la necessità di tutelare direttamente i propri confini, le proprie risorse e la propria stabilità.
È una linea che consente al sovrano di combinare il linguaggio della diplomazia con quello della sicurezza nazionale.
GIORDANIA: DIPLOMAZIA NON SIGNIFICA DEBOLEZZA
Uno dei passaggi più politici dell’intervento riguarda l’immagine che Abdullah II vuole proiettare della Giordania.
Il regno viene presentato come un Paese disposto al dialogo con tutti, impegnato nella diplomazia e nella costruzione della pace, ma contemporaneamente determinato a difendere i propri interessi.
È un equilibrio delicato.
La Giordania si propone infatti come interlocutore affidabile in una regione estremamente instabile, senza rinunciare alle proprie linee rosse.
Il sovrano ha inoltre richiamato il ruolo del Paese nella lotta al terrorismo e al traffico di stupefacenti, nella protezione delle comunità cristiane e del loro patrimonio storico e nella promozione di una rappresentazione dell’Islam distinta dalle ideologie dell’odio. Ha ribadito inoltre il sostegno alla resilienza palestinese, all’UNRWA e al ruolo hascemita nella custodia dei luoghi santi musulmani e cristiani di Gerusalemme.
Questa parte del discorso contribuisce a costruire un’immagine della Giordania come Paese che cerca di mantenere una posizione di equilibrio tra dimensione araba, identità islamica, tutela del patrimonio cristiano e diplomazia internazionale.
IL RIFIUTO DELLA CENTRALITÀ DELLA FORZA MILITARE
Un’altra affermazione fondamentale riguarda il rapporto tra forza militare e soluzione dei conflitti.
Abdullah II sostiene che la potenza militare non possa risolvere problemi che sono, per loro natura, politici, umanitari e istituzionali.
La guerra può distruggere, ma non può da sola ricostruire la fiducia; non può garantire il ritorno degli sfollati; non può alimentare chi ha fame; non può costruire una pace stabile.
Da qui la sua insistenza sulla necessità di istituzioni dotate di legittimità e sulla fiducia tra Stati.
Il concetto di fiducia è probabilmente la parola-chiave della seconda parte del discorso: fiducia negli accordi, nelle istituzioni e soprattutto nella capacità della comunità internazionale di applicare realmente le norme che proclama.
LA FORZA DELLA COMUNICAZIONE
Il discorso di re Abdullah II merita attenzione anche dal punto di vista comunicativo.
Il testo è costruito attraverso frasi brevi, contrapposizioni, domande retoriche e definizioni nette. Il sovrano alterna l’argomentazione generale alla denuncia di situazioni concrete, senza perdere il filo principale.
Anche la modalità dell’esposizione ha contribuito alla percezione di autorevolezza dell’intervento: postura composta, contatto visivo, gestualità controllata e variazioni del tono hanno accompagnato i passaggi più importanti.
Non è soltanto una questione estetica. Nella comunicazione politica internazionale, la forma attraverso cui viene pronunciata una posizione contribuisce alla sua percezione pubblica.
Ed è significativo che anche analisti e commentatori giordani abbiano sottolineato, accanto ai contenuti, la forza dell’esposizione e del linguaggio del corpo. Petra ha riportato l’analisi di esperti che hanno evidenziato proprio l’equilibrio tra forza dell’argomentazione e modalità della presentazione.
UN DISCORSO CHE SUPERA LA SOLA QUESTIONE PALESTINESE
La parte forse più significativa dell’intervento è però la sua conclusione.
Abdullah II non parla soltanto di Gaza, della Cisgiordania o della Siria. Parla del modo in cui il mondo contemporaneo seleziona ciò che considera urgente.
La sua riflessione parte dall’attenzione e arriva alla responsabilità.
Il messaggio è che la comunità internazionale non possa modificare i propri principi in funzione dell’attenzione mediatica del momento. Una crisi non diventa meno importante semplicemente perché il mondo ha smesso di guardarla.
È una critica rivolta non soltanto ai governi, ma anche alla struttura stessa della comunicazione contemporanea.
UN LEADER CHE HA SCELTO LA CHIAREZZA
Guardando all’intervento nel suo complesso, colpisce soprattutto la scelta di Abdullah II di non nascondere le proprie posizioni dietro una diplomazia eccessivamente neutra.
Ha utilizzato il linguaggio diplomatico, ma senza rinunciare alla chiarezza.
Ha parlato di diritto internazionale, ma collegandolo alle conseguenze concrete delle sue violazioni.
Ha difeso la causa palestinese, ma contemporaneamente ha parlato degli interessi nazionali della Giordania.
Ha criticato le dinamiche regionali, ma ha ribadito la disponibilità al dialogo.
Ed è proprio questa combinazione – fermezza sulle questioni considerate fondamentali e apertura sul terreno diplomatico – a costituire il tratto più riconoscibile del suo intervento.
Non è necessario stabilire una graduatoria tra i discorsi pronunciati all’ONU per riconoscere che quello di Abdullah II ha avuto una precisa caratteristica: ha trasformato una posizione nazionale in una riflessione più ampia sulla credibilità del diritto internazionale e sulla responsabilità della comunità internazionale.
Il futuro non dipende soltanto da ciò che scegliamo di fare, ma anche da ciò che scegliamo di ignorare. È questo il vero filo conduttore del discorso di Abdullah II.
E forse è anche il motivo per cui, al di là delle diverse posizioni politiche sulla guerra e sul conflitto israelo-palestinese, il suo intervento ha generato una discussione che va oltre la singola giornata dell’Assemblea Generale.
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