di Chiara Cavalieri
TEL AVIV– Un documento di 237 pagine, pubblicato nel 2025 dall’Argaman Institute, propone una revisione complessiva della strategia di sicurezza israeliana dopo il 7 ottobre 2023. Il titolo è “Nuova agenda strategica per Israele” e il progetto è articolato in quattordici capitoli, dedicati alla dottrina di sicurezza, alle forze armate, all’intelligence, alla Cisgiordania, agli Stati confinanti, all’Iran e alla politica estera.
Il rapporto nasce, secondo la sua stessa introduzione, dalla necessità di un riesame strategico successivo alla crisi del 7 ottobre. Gli autori dichiarano di voler andare oltre l’analisi degli errori tattici e di voler riconsiderare i presupposti di lungo periodo della sicurezza israeliana. Il gruppo di lavoro comprende diversi ex ufficiali dell’intelligence e delle forze armate, oltre a esperti di strategia e geopolitica. Il progetto è diretto accademicamente da Rafael Ben-Levi, responsabile del Churchill Program dell’Argaman Institute, mentre tra gli autori del rapporto figura Nitzan David Fuchs, autore del capitolo dedicato a Egitto e Giordania.
Il capitolo 10, intitolato “Strategia per il cerchio degli Stati vicini – Egitto e Giordania”, occupa le pagine 182-191. Ed è proprio in queste pagine che emerge uno degli aspetti più significativi dell’intero documento: gli accordi di pace con Cairo e Amman vengono considerati un elemento strategico da preservare, ma contemporaneamente viene costruita una pianificazione per l’eventualità che gli equilibri politici dei due Paesi cambino radicalmente.

LA PREMESSA: LA PACE NON VIENE CONSIDERATA IRREVERSIBILE
Il punto di partenza del capitolo è una valutazione negativa dell’evoluzione delle relazioni con Egitto e Giordania.
Per quanto riguarda l’Egitto, il documento parla di un “pace fredda”, caratterizzata da stabilità istituzionale ma da un progressivo deterioramento dei contenuti politici del rapporto. Gli autori collegano questa dinamica alla crescente distanza tra gli interessi di sicurezza dei due Paesi e l’atteggiamento dell’opinione pubblica egiziana nei confronti della normalizzazione con Israele.
Il rapporto interpreta inoltre alcune iniziative diplomatiche egiziane durante la guerra di Gaza come azioni ostili nei confronti di Israele. Tra gli esempi citati dagli autori figurano l’iniziativa egiziana alle Nazioni Unite, la proposta di una presenza internazionale a Gaza e in Cisgiordania e il procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia. Sono elementi presentati nel documento come parte di un progressivo deterioramento delle relazioni.
Qui emerge già una prima questione metodologica importante: il rapporto legge le azioni diplomatiche egiziane prevalentemente attraverso la lente della sicurezza israeliana. Non è quindi un’analisi bilaterale neutrale delle relazioni Cairo-Gerusalemme, ma un documento costruito per individuare rischi e strumenti utili alla sicurezza di Israele.
IL SINAI AL CENTRO DELLA PREOCCUPAZIONE
La parte più sensibile dell’analisi egiziana riguarda il Sinai.
Il documento sostiene che l’aumento della presenza militare egiziana nella penisola, giustificato dal Cairo con le operazioni contro il terrorismo, debba essere osservato con particolare attenzione.
Gli autori citano, tra gli altri elementi, la presenza di forze egiziane, il potenziamento di infrastrutture militari e il rafforzamento di strutture logistiche. Da questi dati sviluppano uno scenario ipotetico: qualora avvenisse un cambiamento politico significativo in Egitto, la penisola potrebbe trasformarsi in una piattaforma per operazioni militari contro Israele.
Il passaggio successivo è ancora più esplicito.
Il documento afferma che l’erosione della demilitarizzazione del Sinai, associata a difficoltà economiche e alla possibile crescita dell’opposizione islamista, potrebbe portare allo scenario estremo nel quale “un esercito egiziano ostile” torni a essere schierato lungo il confine israeliano.
Non viene affermato che questo scenario sia imminente.
La funzione di questa ipotesi all’interno del rapporto è diversa: serve a giustificare la necessità di una pianificazione preventiva.
È uno degli elementi caratteristici dell’intero documento: partire da scenari estremi per costruire strumenti che permettano di anticiparli.
GIORDANIA: LA DIPENDENZA COME STRUMENTO STRATEGICO
Per la Giordania l’analisi assume una forma differente.
Il rapporto definisce la relazione come caratterizzata da una “dipendenza asimmetrica”. Gli autori individuano tre settori nei quali Amman dipenderebbe in maniera significativa da Israele: acqua, energia e rapporto con l’assistenza americana.
Il documento cita, tra gli altri dati, la fornitura di acqua israeliana alla Giordania e il ruolo del gas naturale israeliano nella produzione elettrica giordana.
Da questa situazione di interdipendenza gli autori ricavano una conseguenza strategica precisa: le relazioni economiche non devono essere considerate soltanto strumenti di cooperazione, ma anche potenziali leve diplomatiche.
È un passaggio centrale per comprendere la filosofia del rapporto.
La dipendenza reciproca viene considerata positiva quando stabilizza le relazioni, ma può diventare anche uno strumento di pressione nel momento in cui uno Stato adotti comportamenti considerati incompatibili con gli interessi israeliani.
DALLA COOPERAZIONE ALLA PRESSIONE: LA “SCALA”
Il documento non si limita a proporre una generica politica di deterrenza.
Costruisce una vera “scala della pressione”.
Al primo livello vengono indicate misure diplomatiche relativamente limitate: proteste ufficiali, limitazione di visite e riduzione della cooperazione in forum regionali.
A un livello successivo compaiono il ricorso al Congresso americano, il possibile rallentamento di progetti regionali nel settore dell’energia, dell’acqua e del turismo e la sospensione della condivisione di determinate informazioni di intelligence.
Per violazioni più gravi degli accordi di pace, il documento contempla misure ulteriori, tra cui riduzione delle forniture di gas all’Egitto e limitazione delle forniture d’acqua alla Giordania, oltre ad azioni contro infrastrutture in determinati scenari.
Questo passaggio merita particolare attenzione perché trasforma una relazione diplomatica in una sorta di sistema graduato di incentivi e penalizzazioni.
Il documento lo dichiara esplicitamente: l’obiettivo è creare un meccanismo nel quale il timore di un’ulteriore escalation induca lo Stato partner a modificare il proprio comportamento.
IL PARADOSSO DELLA STRATEGIA
Qui emerge una delle principali tensioni interne al documento.
Da una parte, gli autori sostengono che la stabilità di Egitto e Giordania sia un interesse strategico israeliano.
Dall’altra, propongono strumenti di pressione che, secondo il testo stesso, potrebbero contribuire a destabilizzare quei medesimi governi.
Il rapporto lo riconosce esplicitamente quando afferma che alcune misure di pressione possono mettere a rischio la stabilità dei regimi, ma sostiene che Israele debba comunque essere disposto ad applicarle qualora siano in gioco interessi considerati fondamentali.
È quindi possibile individuare una tensione strutturale:
Israele vuole stabilità nei Paesi vicini, ma vuole anche avere strumenti sufficientemente forti per condizionarne il comportamento.
Il problema strategico che il documento stesso si trova ad affrontare è quindi come esercitare pressione senza produrre proprio quell’instabilità che considera una minaccia.
IL SINAI COME “LINEA ROSSA”
Tra le linee rosse indicate dal rapporto figura innanzitutto il mantenimento della demilitarizzazione del Sinai.
Gli autori sostengono che qualsiasi modifica debba essere temporanea, autorizzata preventivamente da Israele e non debba comprendere capacità strategiche quali sistemi avanzati di difesa aerea, ampliamento delle basi, aeroporti o infrastrutture logistiche.
La formulazione è significativa perché amplia il concetto di controllo. Non si tratta soltanto di verificare la presenza di truppe egiziane.
La proposta riguarda anche infrastrutture, capacità militari e potenziale futuro.
Il rapporto suggerisce inoltre un sistema permanente di raccolta e analisi delle informazioni sulle forze armate egiziane e giordane, comprese le infrastrutture a doppio uso. L’obiettivo dichiarato è consentire allo Stato maggiore israeliano di elaborare tempestivamente una valutazione della potenziale minaccia proveniente dal Sinai.
UN ALTRO PUNTO SENSIBILE: GAZA
Il capitolo contiene poi una posizione molto netta sul futuro ruolo dell’Egitto nella Striscia di Gaza.
Il rapporto sostiene che Israele dovrebbe impedire un coinvolgimento egiziano nella futura governance di Gaza, sia nel caso di una gestione esclusivamente egiziana sia nel caso di una struttura nella quale il Cairo partecipasse insieme ad altri soggetti.
La motivazione indicata dagli autori è che la presenza egiziana costituirebbe un “rischio strategico” e che Israele debba mantenere il controllo della sicurezza della Striscia.
Questo elemento è particolarmente rilevante nel dibattito sulla futura Gaza perché attribuisce al Cairo un ruolo molto più limitato rispetto a quello che l’Egitto ha storicamente svolto come interlocutore israeliano, palestinese e regionale.
Anche in questo caso, però, occorre distinguere: si tratta della proposta degli autori del rapporto, non di una decisione formalmente adottata dal governo israeliano.
L’ECONOMIA COME STRUMENTO DI SICUREZZA
Il documento dedica ampio spazio anche all’economia.
Gli autori propongono di aumentare gli scambi commerciali, la cooperazione tecnologica, i progetti infrastrutturali e il turismo con Egitto e Giordania.
Vengono ipotizzate persino “pacchetti di pace” che colleghino Israele, Egitto e Giordania attraverso itinerari turistici comuni. L’obiettivo sarebbe rafforzare l’interesse economico dei due Paesi al mantenimento delle relazioni con Israele.
Ma la logica economica è duplice.
La stessa pagina propone di utilizzare la dipendenza giordana dall’acqua e dall’energia israeliana come leva e di collegare l’approvvigionamento di gas egiziano al comportamento diplomatico del Cairo.
Quindi, nella strategia proposta, cooperazione e condizionamento non sono alternativi. Sono due facce dello stesso meccanismo.
GLI STATI UNITI COME MOLTIPLICATORE DELLA PRESSIONE
Il rapporto assegna inoltre agli Stati Uniti un ruolo importante.
Israele dovrebbe lavorare con Washington affinché gli aiuti economici e militari a Egitto e Giordania siano condizionati all’assenza di comportamenti ritenuti ostili a Israele o contrari allo spirito degli accordi di pace.
Questa proposta introduce una dimensione ulteriore.
La relazione israelo-egiziana e quella israelo-giordana non vengono più analizzate soltanto come rapporti bilaterali, ma come parte di una rete strategica comprendente Israele, Stati Uniti e altri partner regionali.
Il documento propone infatti anche un coordinamento con Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita per sostenere la stabilità dei governi egiziano e giordano.
IL RUOLO DELL’INTELLIGENCE
Un intero segmento del capitolo è dedicato all’intelligence.
Gli autori propongono di aumentare la raccolta di informazioni su Egitto e Giordania, rafforzando in particolare l’analisi economica e sociale e la capacità di valutare le forze armate dei due Paesi.
Il rapporto ipotizza inoltre una collaborazione con Cairo e Amman contro le reti islamiste, compresa la possibilità di condividere informazioni sui finanziamenti e sulle attività di organizzazioni legate ai Fratelli Musulmani.
Ma l’intelligence viene descritta anche come strumento di pressione.
Il documento afferma infatti che la condivisione di informazioni può diventare un “moltiplicatore” nei rapporti con gli Stati firmatari degli accordi di pace.
È un’altra indicazione della concezione complessiva del rapporto: non esiste una netta separazione tra cooperazione e deterrenza.
IL PUNTO CRITICO: QUAL È LA DEFINIZIONE DI “MINACCIA”?
La parte più interessante dell’analisi non è necessariamente l’elenco delle misure proposte, ma il modo nel quale il documento costruisce il concetto di minaccia.
Egitto e Giordania non vengono descritti come nemici attuali.
Vengono invece analizzati attraverso scenari di trasformazione: cambiamento del regime, crescita dell’islamismo, deterioramento economico, aumento delle capacità militari, presenza di potenze esterne e crisi degli accordi di pace.
In altre parole, il documento sposta il problema dal presente al futuro.
La domanda non è soltanto:
“Egitto e Giordania sono oggi partner o avversari?”
La domanda diventa:
“Cosa accadrebbe se domani non lo fossero più?”
Questa impostazione spiega perché il rapporto insista tanto sulla preparazione a scenari estremi.
IL LIMITE ANALITICO: SCENARI E PREVISIONI NON SONO LA STESSA COSA
Qui è necessario mantenere una distinzione. Un documento strategico può costruire scenari estremi senza sostenere che tali scenari siano probabili o imminenti.
Nel caso dell’Argaman Institute, il testo utilizza deliberatamente scenari di rischio per giustificare la costruzione di capacità preventive.
Questo produce però un effetto analitico da considerare: quanto più ampio è il numero di scenari estremi presi in considerazione, tanto più ampia diventa la gamma di politiche che possono essere giustificate in nome della preparazione preventiva.
È una caratteristica tipica della pianificazione strategica, ma rende essenziale distinguere tra:
- dati osservabili;
- interpretazioni degli autori;
- scenari ipotetici;
- raccomandazioni politiche.
Nel documento questi livelli sono spesso collocati all’interno della stessa narrazione strategica.
Sarebbe però riduttivo presentarlo esclusivamente come un piano di pressione.
Il rapporto propone infatti una notevole espansione della cooperazione economica regionale. Parla di energia, acqua, agricoltura, tecnologia, turismo, commercio, infrastrutture e sicurezza marittima nel Mar Rosso. Prevede anche la possibilità di progetti industriali comuni e di una maggiore integrazione economica tra i tre Paesi.
La logica è quella dell’interdipendenza strategica: più Egitto e Giordania dipendono da rapporti economici stabili con Israele, secondo gli autori, maggiore sarebbe il loro interesse a preservare gli accordi.
È precisamente qui che la strategia presenta la sua caratteristica più evidente: la pace viene pensata contemporaneamente come relazione diplomatica, rapporto economico e rapporto di deterrenza.
IL COLLEGAMENTO CON LA CISGIORDANIA
Il capitolo su Egitto e Giordania deve essere letto insieme al capitolo precedente sulla Cisgiordania.
Il progetto complessivo dell’Argaman Institute propone infatti un ripensamento più ampio dell’ordine regionale, che comprende il superamento del modello di Oslo, una diversa organizzazione della Cisgiordania e una maggiore centralità israeliana sul piano della sicurezza. Il capitolo 9 precede immediatamente quello dedicato a Egitto e Giordania.
Questo collegamento è importante perché consente di comprendere perché il rapporto attribuisca tanto peso alla Valle del Giordano, al confine orientale e al controllo degli spazi strategici.
Non sono capitoli isolati ma fanno parte della stessa visione strategica.
UNA VISIONE DELLA SICUREZZA COSTRUITA SULLA PREVENZIONE
Nel complesso, il documento propone il passaggio da una politica definita dagli stessi autori come prevalentemente reattiva a una politica proattiva.
I tre pilastri indicati per Egitto e Giordania sono:
stabilità politica dei regimi;
rispetto degli accordi di pace;
interdipendenza strategica.
A questi vengono aggiunti tre strumenti:
linee rosse;
incentivi e penalizzazioni;
preparazione agli scenari estremi.
Questa struttura consente di leggere l’intero capitolo come un sistema coerente.
Israele dovrebbe contribuire alla stabilità dei Paesi vicini, aumentare la loro interdipendenza economica con Israele, stabilire preventivamente ciò che considera inaccettabile e predisporre una risposta graduata nel caso in cui tali limiti vengano superati.
LA QUESTIONE POLITICA CHE RESTA APERTA
Il documento non stabilisce quale sarà il futuro delle relazioni israelo-egiziane o israelo-giordane. La sua importanza risiede nel fatto che mette nero su bianco una determinata concezione della sicurezza israeliana: gli accordi di pace vengono considerati fondamentali, ma non sufficienti; la stabilità dei governi vicini viene considerata un interesse israeliano; l’interdipendenza economica viene trasformata in strumento strategico; e, parallelamente, vengono preparati scenari nei quali gli stessi partner di pace potrebbero diventare fonte di una minaccia militare.
È questa combinazione — cooperazione, deterrenza, condizionamento e preparazione militare — a costituire il cuore del capitolo dedicato a Egitto e Giordania.
Il documento, quindi, non dice semplicemente che Cairo e Amman sono “Stati nemici”.
Dice qualcosa di più articolato: la pace viene considerata una condizione da preservare, ma una condizione che Israele deve essere pronto a difendere anche contro un eventuale cambiamento politico nei Paesi con cui l’ha sottoscritta.
E proprio questa impostazione rende il rapporto un documento rilevante per comprendere una parte del dibattito strategico israeliano successivo al 7 ottobre.
DOCUMENTO ORIGINALE: Nuova agenda strategica per Israele, Argaman Institute, 2025, 237 pagine. Il capitolo 10, Strategia per il cerchio degli Stati vicini – Egitto e Giordania, pp. 182-191.
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