Dalla proposta di legge israeliana per limitare l’adhan alle incursioni dei coloni nella Spianata delle Moschee: cresce la tensione attorno ai luoghi santi di Gerusalemme.
di Chiara Cavalieri
GERUSALEMME- In una fase già segnata da forti tensioni nei Territori palestinesi, due sviluppi hanno provocato una dura reazione da parte del mondo arabo e islamico: la proposta di legge israeliana che mira a limitare la diffusione della chiamata alla preghiera ( Adhan) a Gerusalemme e nei territori occupati del 1948 e le continue incursioni di gruppi di coloni all’interno del complesso della Moschea di Al-Aqsa sotto la protezione delle forze di sicurezza israeliane.
A lanciare l’allarme è stato lo sceicco Akrama Sabri, predicatore della Moschea di Al-Aqsa ed ex Gran Muftì di Gerusalemme, che ha denunciato quello che considera uno dei tentativi più pericolosi degli ultimi anni di modificare la natura religiosa e culturale della Città Santa.
Secondo Sabri, il nuovo progetto legislativo promosso dal Comitato ministeriale israeliano per gli affari legislativi non rappresenterebbe soltanto una misura amministrativa, ma un tentativo di legalizzare restrizioni permanenti contro uno dei simboli più importanti dell’identità islamica: la chiamata alla preghiera, l’adhan.
Il religioso ha ricordato che negli anni passati vi sono stati numerosi tentativi di ridurre il volume degli altoparlanti delle moschee o limitarne l’utilizzo, ma che l’attuale iniziativa avrebbe una portata molto più ampia perché trasformerebbe tali limitazioni in una norma giuridica.
Secondo Sabri, la chiamata alla preghiera costituisce un atto di culto fondamentale e nessuna autorità politica avrebbe il diritto di interferire con essa. Egli ha inoltre sostenuto che una simile misura rappresenterebbe una violazione della libertà religiosa e della libertà di culto garantite dal diritto internazionale.
Particolarmente dura la sua risposta alle giustificazioni avanzate da alcuni esponenti israeliani, secondo i quali l’adhan rappresenterebbe una fonte di disturbo acustico per i residenti.
Sabri ha replicato affermando che il vero rumore che affligge la popolazione palestinese non proviene dalle moschee ma dalle operazioni militari, dagli aerei da guerra, dai carri armati, dai bulldozer e dalle bombe che da anni caratterizzano il conflitto.
LA REAZIONE DEL MONDO ARABO E ISLAMICO
Parallelamente alle dichiarazioni dello sceicco Sabri, è arrivata una significativa presa di posizione diplomatica.

I ministri degli Esteri di Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Indonesia e Pakistan hanno diffuso una dichiarazione congiunta di forte condanna nei confronti delle recenti attività israeliane nella Moschea di Al-Aqsa.
Il documento denuncia le ripetute incursioni di gruppi di coloni israeliani all’interno del complesso religioso, spesso accompagnate dall’esposizione di bandiere israeliane e da manifestazioni considerate provocatorie dalle autorità religiose islamiche.
I firmatari hanno espresso il loro totale rifiuto di qualsiasi iniziativa che possa modificare lo status storico e giuridico di Gerusalemme e dei suoi luoghi santi, sottolineando che tali azioni rischiano di aggravare ulteriormente una situazione già estremamente fragile.
La dichiarazione sottolinea come le misure adottate dalle autorità israeliane nella Gerusalemme Est occupata siano percepite come tentativi di alterare il carattere storico, religioso e demografico della città.
IL RUOLO DEL WAQF GIORDANO
Uno dei punti centrali del documento riguarda la gestione della Moschea di Al-Aqsa.
I ministri hanno ribadito che l’intera area del complesso sacro, che si estende per circa 144 dunam, costituisce un luogo di culto esclusivamente musulmano.
È stato inoltre riaffermato il ruolo del Dipartimento del Waqf di Gerusalemme, dipendente dal Ministero giordano dei Waqf, quale unica autorità legittima responsabile della gestione religiosa e amministrativa della Moschea di Al-Aqsa.
La dichiarazione ribadisce anche il sostegno alla custodia hashemita dei luoghi santi di Gerusalemme, una prerogativa storicamente riconosciuta al Regno di Giordania e considerata da Amman un elemento essenziale della propria politica estera.
GERUSALEMME AL CENTRO DELLE TENSIONI REGIONALI
La questione di Gerusalemme continua a rappresentare uno dei dossier più sensibili dell’intero conflitto israelo-palestinese.

Per il mondo islamico, la Moschea di Al-Aqsa costituisce il terzo luogo santo dell’Islam dopo La Mecca e Medina. Per i palestinesi, inoltre, Gerusalemme Est rappresenta la futura capitale dello Stato palestinese.
Israele considera invece Gerusalemme la propria capitale indivisibile e respinge gran parte delle critiche internazionali relative alla gestione della città.
Proprio questa divergenza di visioni rende ogni intervento riguardante i luoghi santi particolarmente delicato e potenzialmente esplosivo.
Le visite dei coloni alla Spianata delle Moschee sono da anni motivo di tensione. Sebbene Israele sostenga che tali visite rientrino nella libertà di accesso ai luoghi religiosi, palestinesi, giordani e numerosi Paesi musulmani le considerano una provocazione e un tentativo graduale di modificare l’equilibrio storico esistente.
IL RUOLO DELL’EGITTO
Particolarmente significativa appare la partecipazione dell’Egitto alla dichiarazione congiunta.
Il Cairo mantiene da decenni relazioni diplomatiche con Israele ed è spesso impegnato come mediatore nei conflitti tra israeliani e palestinesi. Tuttavia, continua a considerare la questione di Gerusalemme e della Moschea di Al-Aqsa una linea rossa per il mondo arabo e islamico.
La posizione egiziana si inserisce nella tradizionale difesa dei luoghi santi islamici e cristiani di Gerusalemme e nel sostegno alla soluzione dei due Stati, che prevede la nascita di uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 4 giugno 1967 con Gerusalemme Est come capitale.
Nella dichiarazione, i ministri degli Esteri hanno infatti ribadito il loro sostegno ai diritti nazionali del popolo palestinese e alla realizzazione della soluzione dei due Stati in conformità alle risoluzioni delle Nazioni Unite e all’Iniziativa di Pace Araba.
IL RISCHIO DI UNA NUOVA ESCALATION
Secondo i firmatari del documento, il protrarsi delle incursioni nella Moschea di Al-Aqsa e qualsiasi tentativo di modificare lo status giuridico dei luoghi santi rischiano di alimentare ulteriormente le tensioni regionali.
I ministri hanno attribuito alle autorità israeliane la responsabilità dell’attuale escalation, avvertendo che il continuo deterioramento della situazione potrebbe favorire l’estremismo e compromettere gli sforzi diplomatici finalizzati alla pace.
L’avvertimento arriva in un momento in cui il Medio Oriente sta già affrontando numerose crisi aperte e in cui qualsiasi incidente legato a Gerusalemme potrebbe rapidamente trasformarsi in un fattore di instabilità regionale.
La proposta di limitare la chiamata alla preghiera e le tensioni attorno alla Moschea di Al-Aqsa dimostrano ancora una volta come Gerusalemme continui a rappresentare il cuore simbolico, religioso e politico di uno dei conflitti più complessi e irrisolti del nostro tempo.
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