di Chiara Cavalieri
ADDIS ABEBA– L’Etiopia torna ad alzare il livello dello scontro diplomatico con l’Egitto sulla questione della Grande Diga del Rinascimento Etiope (GERD), il più grande progetto idroelettrico dell’Africa e uno dei dossier geopolitici più delicati del continente. A riaccendere la polemica è stato il parlamentare etiope Mohammed Al-Arusi, che in un’intervista all’agenzia di stampa ufficiale etiope ENA ha accusato il Cairo di continuare a sostenere una visione ormai superata del diritto sulle acque del Nilo.

Secondo Al-Arusi, parlare di “azioni unilaterali” da parte dell’Etiopia rappresenta una distorsione della realtà storica e giuridica. Il parlamentare sostiene infatti che la posizione egiziana continui a fondarsi su un concetto di diritti esclusivi sulle acque del Nilo derivante dagli accordi stipulati in epoca coloniale, accordi che Addis Abeba non ha mai riconosciuto come vincolanti.
Le dichiarazioni arrivano pochi giorni dopo quelle del ministro degli Esteri egiziano Badr Abdel-Aty, che aveva affermato come i negoziati sulla GERD siano ormai giunti a un punto morto, ribadendo che l’Egitto non può accettare una gestione unilaterale della diga da parte dell’Etiopia.
Per Addis Abeba, invece, la situazione viene letta in modo diametralmente opposto. Al-Arusi ricorda che oltre l’86% delle acque del Nilo Azzurro nasce in territorio etiope e sostiene che il proprio Paese abbia il pieno diritto sovrano di utilizzare le risorse naturali per produrre energia e favorire lo sviluppo economico nazionale. Secondo il parlamentare, accusare l’Etiopia di aver agito unilateralmente non sarebbe altro che “propaganda politica”, incompatibile con quella che definisce una lunga storia di pazienza diplomatica e disponibilità al dialogo.
Nel suo intervento il deputato etiope respinge anche il concetto di “egemonia idrica” rivendicato storicamente dall’Egitto, sostenendo che la costruzione della Grande Diga del Rinascimento rappresenti una svolta epocale verso una gestione più equa delle risorse condivise del bacino del Nilo. A suo giudizio, il tempo in cui un solo Paese poteva esercitare un controllo predominante sul fiume sarebbe definitivamente terminato.
Al-Arusi evidenzia inoltre come l’Etiopia partecipi ai negoziati internazionali sulla diga da oltre tredici anni e sostiene che, durante tutto questo periodo, Addis Abeba abbia dimostrato moderazione e disponibilità al confronto. Secondo la ricostruzione etiope, sarebbero state invece le richieste avanzate dall’Egitto e, in alcune fasi, anche dal Sudan, ad aver rallentato il processo negoziale, cercando di estendere la discussione oltre gli aspetti tecnici della diga per includere un accordo complessivo sulla ripartizione delle acque del Nilo.
Uno degli argomenti centrali della posizione etiope riguarda la Dichiarazione di Principi firmata a Khartoum nel marzo 2015 da Etiopia, Egitto e Sudan. Addis Abeba sostiene che l’articolo 5 del documento consenta il proseguimento delle operazioni di riempimento e gestione della diga parallelamente alle consultazioni tra le parti. Per questo motivo il governo etiope ritiene che tutte le fasi di riempimento del bacino siano state effettuate nel rispetto degli impegni sottoscritti e che le accuse di unilateralità siano prive di fondamento giuridico.
A rafforzare questa narrativa contribuiscono anche numerosi commentatori e analisti etiopi. L’agenzia ENA ha pubblicato un articolo dell’avvocato e scrittore Al-Maryam, secondo il quale l’utilizzo da parte del Cairo dell’espressione “azioni unilaterali” avrebbe principalmente lo scopo di danneggiare l’immagine internazionale dell’Etiopia, soprattutto presso le organizzazioni multilaterali e i partner occidentali. Secondo questa interpretazione, l’Egitto cercherebbe di presentare la GERD come una minaccia per i Paesi a valle al fine di ottenere maggiore sostegno diplomatico.
Negli ultimi giorni anche i media ufficiali etiopi hanno intensificato la pubblicazione di articoli e commenti critici nei confronti delle posizioni egiziane. La comunicazione governativa insiste sul fatto che i Paesi a monte del bacino del Nilo abbiano finalmente il diritto di utilizzare le risorse idriche per il proprio sviluppo economico, senza essere vincolati da accordi stipulati durante il periodo coloniale.
L’inasprimento della retorica arriva in una fase particolarmente delicata. Secondo diverse fonti diplomatiche, gli Stati Uniti stanno cercando di rilanciare il dialogo tra Il Cairo e Addis Abeba dopo il sostanziale stallo registrato negli ultimi anni. Washington punta a favorire un nuovo ciclo di negoziati che possa portare a un’intesa sulle modalità di gestione della diga e sui meccanismi da applicare durante i periodi di siccità, tema considerato essenziale dall’Egitto.
Molti osservatori ritengono che le recenti dichiarazioni etiopi siano parte di una strategia negoziale. Addis Abeba mira infatti a rafforzare la propria posizione prima di un eventuale ritorno al tavolo delle trattative e, allo stesso tempo, a consolidare il consenso interno attorno a un’opera che rappresenta uno dei principali simboli dell’orgoglio nazionale e dello sviluppo economico del Paese.
Dal canto suo, l’Egitto continua a ribadire che la propria opposizione non riguarda il diritto dell’Etiopia a svilupparsi o a produrre energia elettrica. La posizione ufficiale del Cairo è che qualsiasi utilizzo delle acque del Nilo debba essere regolato da un accordo giuridicamente vincolante, capace di disciplinare sia il riempimento sia la gestione operativa della diga, prevedendo procedure condivise soprattutto durante gli anni di grave siccità, quando la disponibilità d’acqua potrebbe diminuire sensibilmente.
Per il governo egiziano la questione non è soltanto economica, ma riguarda direttamente la sicurezza nazionale. L’Egitto dipende infatti dal Nilo per circa il 97% delle proprie risorse idriche rinnovabili e considera qualsiasi riduzione significativa della portata del fiume un rischio strategico per l’approvvigionamento idrico, l’agricoltura, la sicurezza alimentare e la stabilità sociale del Paese.
Negli ultimi mesi Il Cairo ha inoltre smentito con decisione le indiscrezioni secondo cui sarebbe disposto a collegare il dossier della GERD ad altre questioni regionali, come l’accesso etiope al Mar Rosso o altre concessioni geopolitiche. Le autorità egiziane hanno ribadito che il tema delle risorse idriche rimane una questione esclusivamente legata alla sicurezza nazionale e non può essere oggetto di scambi politici.
La disputa sulla Grande Diga del Rinascimento dura ormai dal 2011, anno di avvio della costruzione dell’opera sul Nilo Azzurro. Nonostante numerosi cicli negoziali, la mediazione dell’Unione Africana, gli interventi degli Stati Uniti e il coinvolgimento di altri partner internazionali, le parti non sono ancora riuscite a raggiungere un accordo definitivo.
Oggi il confronto appare ancora lontano da una soluzione condivisa. Da una parte Addis Abeba considera la GERD il simbolo della propria indipendenza economica e del diritto allo sviluppo; dall’altra l’Egitto continua a ritenere imprescindibile un accordo vincolante che garantisca la tutela delle proprie risorse idriche. La recente escalation verbale dimostra come il dossier della diga resti uno dei principali fattori di tensione geopolitica nel Corno d’Africa e nell’intero bacino del Nilo.
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