In data venerdì 17 luglio 2026, si è tenuta la conferenza dal titolo MEDIO ORIENTE: GUERRA SENZA FINE – Dalla Palestina all’Iran, il nuovo ordine regionale che cambia il mondo intero”. L’evento ha rappresentato un momento cruciale di analisi geopolitica, vedendo la partecipazione di autorevoli studiosi e analisti tra cui Hanieh Tarkian, La sottoscritta Maddalena Celano, Margherita Furlan, Pepe Escobar, Andrea Zhok, Alberto Fazolo, Davide Rossi e Lorenzo Maria Pacini.
Il dibattito è stato arricchito da interventi di altissimo spessore, tra cui il contributo diretto di Hanieh Tarkian, intervenuta in collegamento da Teheran, e la lucida disamina di Davide Rossi, che si è soffermato approfonditamente sulla figura dell’Ayatollah Khomeini, analizzando con rigore documentario i suoi studi e il suo lascito intellettuale. In tale contesto di profonda analisi, La sottoscritta Maddalena Celano ha preso la parola in qualità di penultima relatrice, portando il proprio contributo critico sulla violenza simbolica, tema che qui di seguito viene ulteriormente approfondito.
L’estetica della cancellazione: L’Iran, il lutto e la necessità di un nuovo Free Speech Movement
Assistiamo, in questo tempo di crisi profonda, a un mutamento di paradigma che non è solo economico, ma profondamente esistenziale. Mentre il modello dei Diritti Sociali riconosciuti viene sistematicamente smantellato in Occidente, assistiamo alla sua sostituzione con un’economia di guerra, un warfare che non è solo fatto di missili, ma di un’architettura linguistica volta a legittimare l’aggressione contro ogni potenziale competitor. In questa strategia, l’Iran funge da cartina di tornasole: la violenza simbolica che viene esercitata contro Teheran non è un atto secondario, ma la condizione stessa che rende possibile il nuovo ordine bellicista.
La violenza simbolica agisce come una forma di chirurgia semantica. Prendiamo, ad esempio, la tragedia della scuola di Minab, colpita proprio durante il mese sacro del Ramadan, nella primavera del 2026. Quando una nazione colpisce un luogo protetto e un tempo spirituale, il messaggio non è solo tattico, è profanatorio. Eppure, la narrazione egemonica non si sofferma sull’orrore del bombardamento su civili in un momento di sacralità; essa opera una torsione che riduce l’Iran a una entità astratta, priva di diritti, che chiamano sprezzantemente “regime”. Usare questo termine non è una scelta descrittiva, è un atto di de-istituzionalizzazione: definendo il governo iraniano un “regime”, si sospende implicitamente il diritto internazionale, si rende illegittima la sua sovranità e si prepara l’opinione pubblica ad accettare qualsiasi azione violenta, persino la più estrema, come una necessaria “normalizzazione”.
Ma la violenza simbolica tocca vette di cinismo inaudito quando si sposta sul piano dell’umano, colpendo il lutto. I funerali di Stato, come quelli vissuti dall’Iran in momenti di profondo dolore collettivo, vengono sistematicamente patologizzati dai media occidentali. Bollare il dolore di un popolo come “fanatismo” o come una “messa in scena” non è solo un giudizio politico; è un tentativo di negare l’umanità stessa di quel popolo. Se il dolore dell’altro viene ridotto a “propaganda”, allora non proviamo più empatia, non sentiamo più l’orrore della morte. È qui che l’ingegneria del consenso raggiunge il suo scopo: trasformare un popolo in un nemico che non merita cordoglio.
Questa deriva non è inevitabile, ma è il risultato di un monopolio informativo che soffoca la complessità. Ecco perché oggi più che mai è necessario un nuovo Free Speech Movement. Non intendo un movimento che si limiti a invocare una astratta libertà di parola, ma un’azione collettiva di resistenza epistemologica.
Un vero Free Speech Movement nel XXI secolo deve essere, innanzitutto, un movimento di “decolonizzazione dello sguardo”. Deve rivendicare il diritto di analizzare i fatti senza passare per il filtro delle agenzie di stampa che servono l’agenda dell’egemone. Deve essere un movimento che protegge la complessità: il diritto di riconoscere che la sovranità iraniana ha una storia, che le sue azioni hanno una logica geopolitica spesso reattiva e che il suo dolore è, inequivocabilmente, dolore umano.
Questo movimento dovrebbe agire come una rete di contro-informazione attiva, che smonti sistematicamente la “matematica della violenza” con cui ci nutrono ogni giorno. Non si tratta di schierarsi acriticamente, ma di rifiutare la dicotomia manichea che ci impone di scegliere tra un “bene” occidentale e un “male” esteriore. Deve essere un movimento che difende la libertà di essere “non allineati”, ovvero di mantenere il diritto critico di contestare la narrazione del warfare che sta sacrificando il nostro futuro civile sull’altare di un dominio geopolitico ormai al tramonto.
Riaffermare che l’Iran è uno Stato sovrano, che il dolore iraniano è dolore umano e che la sua storia non è una parentesi ma una continuità, non è solo un atto di giustizia verso un altro popolo; è un atto di auto-difesa intellettuale. Se permettiamo che il linguaggio diventi un’arma di distruzione di massa, finiremo per perdere la capacità di pensare, di provare compassione e, infine, di costruire una società basata sui diritti e non sulla minaccia costante. Il Free Speech Movement che auspico è l’unica trincea rimasta per preservare la nostra comune umanità in un tempo che sembra volerla cancellare.

