Secondo il ricercatore israeliano Uzi Rabi, la vera “arma segreta” dell’Iran non sarebbe soltanto il programma nucleare, ma la capacità strategica di giocare sul lungo periodo.
di Chiara Cavalieri
TEHERAN – Nel pieno delle tensioni regionali e del confronto tra Iran, Israel e Stati Uniti, una nuova analisi pubblicata dal sito israeliano Walla sta alimentando il dibattito strategico a Tel Aviv sul futuro dei rapporti tra Washington e Teheran e sulle possibili conseguenze di un eventuale accordo sul nucleare iraniano.
L’articolo, firmato dal ricercatore israeliano Uzi Rabi e intitolato “Tra Trump e Teheran: l’orologio iraniano e l’ansia israeliana”, sostiene che la vera forza strategica della Repubblica Islamica non risiederebbe soltanto nelle sue capacità nucleari o missilistiche, ma nella sua capacità di ragionare sul lungo periodo, trasformando il tempo stesso in un’arma geopolitica.

Secondo Rabi, Israele guarderebbe con crescente preoccupazione alla possibilità che un futuro accordo tra Washington e Teheran possa lasciare intatte gran parte delle infrastrutture strategiche iraniane, consentendo alla Repubblica Islamica di guadagnare tempo, alleggerire la pressione economica e ricostruire progressivamente la propria influenza regionale.
L’“OROLOGIO IRANIANO” COME STRATEGIA GEOPOLITICA
Nel suo articolo, Uzi Rabi sostiene che esista una profonda differenza tra la percezione del tempo da parte degli Stati Uniti, di Israele e dell’Iran.

Secondo il ricercatore israeliano:
• l’orologio americano segue i cicli elettorali, i mercati e i risultati immediati;
• l’orologio israeliano si muove sulla percezione costante della minaccia e sulla distanza dalla soglia nucleare iraniana;
• l’orologio iraniano invece opera su tempi lunghi, con la pazienza strategica di un sistema disposto ad assorbire sanzioni e pressioni pur di preservare le proprie infrastrutture strategiche.
Rabi sottolinea come Teheran non ragioni soltanto sulla crisi attuale, ma soprattutto sulla fase successiva, considerando anche l’eventualità di un futuro cambiamento politico negli Stati Uniti dopo l’era di Donald Trump.
Secondo questa interpretazione, la leadership iraniana vedrebbe Trump come una fase temporanea da superare e non come una condizione permanente della politica americana.
LE PREOCCUPAZIONI DI ISRAELE
L’analisi evidenzia come a Tel Aviv la principale preoccupazione non riguardi soltanto la firma di un eventuale accordo, ma ciò che l’Iran conserverebbe dopo la firma.
Secondo Rabi, Israele teme che Teheran possa mantenere: • capacità di arricchimento dell’uranio; • infrastrutture nucleari; • sistemi missilistici; • competenze scientifiche; • meccanismi produttivi; • influenza regionale.
Dal punto di vista israeliano, il rischio maggiore sarebbe che un accordo internazionale conceda all’Iran una sorta di “ossigeno economico” attraverso: • allentamento delle sanzioni; • sblocco di beni congelati; • ripresa economica; • normalizzazione diplomatica parziale.
Secondo il ricercatore israeliano, tutto ciò permetterebbe alla Repubblica Islamica di recuperare forza politica, economica e regionale mantenendo però intatte le capacità strategiche considerate minacciose da Israele.
IL DIBATTITO SULLA “SOGLIA NUCLEARE”
Uno dei punti centrali dell’analisi riguarda la cosiddetta “soglia nucleare”.
Per Israele, la questione fondamentale non sarebbe soltanto limitare temporaneamente il programma nucleare iraniano, ma impedire definitivamente a Teheran di conservare la capacità tecnica, scientifica e industriale necessaria a raggiungere rapidamente capacità nucleari militari nel futuro.
Secondo Rabi, Israele teme che eventuali meccanismi di monitoraggio internazionale o limiti temporanei possano soltanto rallentare il programma iraniano senza eliminarlo realmente.
Per questo motivo, a Tel Aviv verrebbe osservato con estrema attenzione non solo il contenuto formale di un eventuale accordo, ma soprattutto l’orizzonte strategico che esso aprirebbe negli anni successivi.
IL RUOLO DI TRUMP E LE DIFFERENZE TRA WASHINGTON E TEL AVIV
L’analisi di Walla evidenzia inoltre le differenze strategiche tra Stati Uniti e Israele nella percezione della minaccia iraniana.
Secondo Rabi, Donald Trump rappresenterebbe per Teheran un presidente eccezionalmente duro sul piano economico e geopolitico, disposto a mantenere alta la pressione sull’Iran più a lungo rispetto ad altre amministrazioni americane.
Tuttavia, proprio questa eccezionalità spingerebbe la leadership iraniana a puntare sul lungo periodo, aspettando eventuali future amministrazioni statunitensi più orientate alla diplomazia e alla gestione del rischio piuttosto che al confronto diretto.
Israele, invece, temerebbe che un cambio di approccio a Washington possa consentire all’Iran di consolidare le proprie capacità strategiche sotto la copertura di un accordo diplomatico.
LO STRETTO DI HORMUZ E LA DETERRANZA REGIONALE
Rabi affronta anche la questione dello Strait of Hormuz, considerato uno dei punti più sensibili della sicurezza energetica mondiale.

Secondo il ricercatore israeliano, anche su Hormuz emergerebbe una differenza di prospettiva tra Washington e Tel Aviv.
Gli Stati Uniti vedrebbero infatti lo stretto soprattutto come:
• una minaccia al commercio globale;
• un rischio per i mercati energetici;
• una possibile crisi economica internazionale.
Israele, invece, lo interpreterebbe come parte di un più ampio sistema di deterrenza regionale iraniana, collegato soprattutto a: • Hezbollah; • Libano; • reti regionali filo-iraniane; • influenza militare nel Levante.
Secondo l’analisi, dopo l’indebolimento dell’influenza iraniana in Siria, il Libano e Hezbollah sarebbero diventati ancora più centrali nella strategia di deterrenza della Repubblica Islamica.
LA STRATEGIA DEL TEMPO COME “ARMA SEGRETA”
La riflessione di Uzi Rabi evidenzia dunque una delle principali paure strategiche israeliane: che la Repubblica Islamica utilizzi il tempo come strumento geopolitico, sopravvivendo alle pressioni economiche e diplomatiche fino a condizioni internazionali più favorevoli.
© 𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗘𝗿𝗶𝗱𝗮𝗻𝘂𝘀 – 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶
