Pechino, Aprile 2026 – Al termine degli incontri ufficiali con la leadership cinese, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha tenuto una conferenza stampa monumentale che traccia i confini di un nuovo equilibrio geopolitico. Attraverso una critica serrata all’egemonia occidentale, Lavrov ha delineato il passaggio dalla globalizzazione a trazione statunitense a una “frammentazione liberatoria” guidata dall’asse Mosca-Pechino. Durante l’intervento, Lavrov ha affrontato i principali temi della geopolitica globale, con dure critiche a Stati Uniti ed Europa, accusati di voler mantenere la propria egemonia attraverso sanzioni, pressioni economiche e interventi internazionali.
Nel corso della conferenza, Lavrov ha sottolineato come Russia e Cina stiano rafforzando una cooperazione strategica sempre più centrale negli equilibri internazionali, mentre crescono le tensioni globali legate a energia, sicurezza e conflitti regionali. Il rapporto Russia-Cina ha attualmente superato i 200 miliardi di dollari di interscambio, segnando il superamento di vecchi schemi coloniali in favore di una nuova stabilità in Eurasia.

Lavrov ha aperto il suo intervento denunciando il fallimento del modello di globalizzazione promosso dagli Stati Uniti, accusando Washington di aver strumentalizzato il ruolo predominante del dollaro e i principi della libera concorrenza solo finché servivano ai propri interessi. Secondo il capo della diplomazia russa, concetti come l’inviolabilità della proprietà privata e la presunzione di innocenza sono stati “gettati nella spazzatura” ben prima dell’operazione militare speciale, attraverso una politica sanzionatoria che prosegue senza sosta dall’amministrazione Trump a quella Biden.
Lavrov ha citato l’esempio del petrolio venezuelano, ricordando come le accuse di narcotraffico contro il presidente Maduro siano svanite nel momento in cui è emersa la necessità di controllare le risorse energetiche del paese, definendo questo approccio come pura coercizione illegale e ricatto internazionale che segna per Mosca la fine dell’affidabilità dell’Occidente come partner globale.
Un passaggio particolarmente critico ha riguardato l’aggravarsi della situazione nel Golfo Persico e nel Mar Rosso. Lavrov ha messo in guardia sui rischi derivanti dal blocco dello stretto di Hormuz, collegando la crisi a quella di Bab el-Mandeb. Il Ministro ha sottolineato che una simile instabilità non si sarebbe mai verificata senza quella che ha definito “l‘aggressione di Washington e Israele contro l’Iran”.
Lavrov ha espresso profonda preoccupazione per le monarchie arabe del Golfo, i cui partner russi e cinesi vedono minacciata la stabilità socioeconomica a causa delle tensioni militari. Ha evidenziato come l’obiettivo ideologico del rovesciamento del regime iraniano si intrecci pericolosamente con la volontà di controllare i mercati petroliferi mondiali. Al contempo, ha ribadito che Russia e Cina dispongono di capacità di riserva e piani strategici per non dipendere da queste “avventure aggressive” che minano il settore energetico globale.
Spostando lo sguardo sul continente europeo, Lavrov ha denunciato una militarizzazione rapida e intensa dell’Unione Europea, sostenuta attivamente dagli Stati Uniti per scaricare sul “vecchio continente” il peso finanziario e militare del contenimento della Russia. Il Ministro ha citato esponenti dell’amministrazione americana, come Keith Kellogg e il sottosegretario Colby, accusandoli di voler creare nuovi blocchi militari antirussi con la partecipazione attiva dell’Ucraina, bypassando la stessa NATO.

Lavrov ha descritto il regime di Kiev come “nazista e russofobo”, criticando aspramente l’Occidente per non aver mai richiamato l’Ucraina al rispetto dei diritti umani fondamentali, come l’istruzione e la cultura russa, nonostante siano sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla stessa Costituzione ucraina.
In merito ai tentativi di dialogo, Lavrov ha smentito l’idea di un totale isolamento nei rapporti con Washington, confermando che sotto l’amministrazione Trump il dialogo è ripreso rapidamente. Ha rivelato un retroscena critico: gli accordi raggiunti nel 2025 in Alaska, accettati con sincerità da Mosca, sarebbero stati sabotati dalle élite di Bruxelles, Parigi e Berlino. Lavrov ha accusato queste élite di aver esercitato pressioni su Washington e sul regime di Kiev per spingere Zelenski a ritirare proposte su cui inizialmente sembrava concorde.
Il punto di attrito resta il riconoscimento de jure delle realtà territoriali (Crimea e Donbass) e la natura del governo ucraino, che Mosca continua a definire incompatibile con una pace duratura finché non abbandonerà le sue politiche discriminatorie. Ha criticato l’idea occidentale di voler imporre “garanzie di sicurezza” o dispiegare “contingenti di stabilizzazione” sul terreno senza prima affrontare il problema della natura del regime ucraino. Secondo Lavrov, le dichiarazioni di leader come Starmer o Rubio confermano la volontà di mantenere una carica russofoba costante nel continente.
Un passaggio fondamentale ha riguardato la “politica primitiva” dei doppi standard adottata dal Segretariato delle Nazioni Unite e dall’Occidente. Il Ministro ha tracciato un parallelismo diretto tra il Kosovo e le regioni della Crimea e del Donbass. Lavrov ha ricordato come nel 2008 il Kosovo sia stato proclamato indipendente senza alcun referendum, basandosi su una sentenza della Corte Internazionale che stabiliva come la dichiarazione d’indipendenza unilaterale non violasse il diritto internazionale.
Lavrov ha sottolineato l’incoerenza occidentale: mentre nel caso del Kosovo il diritto all’autodeterminazione è stato celebrato e imposto, lo stesso principio è stato negato ai popoli della Crimea e della Novorossia, nonostante in questi territori si siano svolte consultazioni referendarie con la presenza di osservatori stranieri. Ha citato con sarcasmo una recente dichiarazione del portavoce di Guterres sulla Groenlandia, dove il diritto all’autodeterminazione è stato improvvisamente rievocato, definendo “sconcertante” che tale logica non venga applicata alle popolazioni russofone.
Lavrov ha dedicato un’ampia riflessione alla Serbia, denunciando le condizioni “antiserbe” poste da Bruxelles per l’adesione all’Unione Europea: il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e l’allineamento totale alle sanzioni contro la Russia. Secondo Lavrov, l’Occidente sta cercando di trasformare la Serbia in una “zona cuscinetto” per contrastare l’influenza russa, ignorando la volontà del popolo serbo. A differenza dell’approccio coercitivo dell’UE, Russia e Cina si sono dichiarate interessate a un’infrastruttura balcanica unificatrice, lodando la capacità di Vucic di non voler sacrificare il rapporto con Mosca sull’altare di un’integrazione europea condizionata dall’ideologia.
Lavrov ha definito il Piano d’azione globale (JCPOA) del 2015 come uno dei risultati più alti della diplomazia multilaterale, ora ridotto in “macerie fumanti”. Ha accusato l’amministrazione Trump di aver distrutto l’accordo e l’Unione Europea di aver messo in atto una “truffa vergognosa”, pretendendo che l’Iran rispettasse restrizioni unilaterali senza alcuna reciprocità.
Russia e Cina continuano a riconoscere il diritto inalienabile dell’Iran all’arricchimento dell’uranio per scopi pacifici. Lavrov ha ricordato come la Russia abbia storicamente aiutato l’Iran trasformando l’uranio arricchito in combustibile per la centrale di Bushehr, e si è detto pronto a riprendere questo ruolo in qualsiasi nuova iniziativa diplomatica che possa nascere dai colloqui di Islamabad.
Interpellato sulle nuove leadership europee, come Péter Magyar in Ungheria, Lavrov ha risposto con ironia, paragonando le loro dichiarazioni ai frequenti annunci di Macron. “Siamo persone educate”, ha affermato, ribadendo che la Russia non si sottrae mai al dialogo con chi rappresenta realmente gli interessi nazionali.
Contemporaneamente, ha espresso fermo sostegno a Cuba, annunciando l’invio di una petroliera con 100.000 tonnellate di petrolio russo per contrastare il tentativo americano di soffocare l’economia dell’isola. Ha consigliato agli Stati Uniti di abbandonare i metodi coloniali in favore di un dialogo basato sul rispetto reciproco.
In chiusura, Lavrov ha denunciato i tentativi dell’Occidente di utilizzare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per promuovere una “cultura della cancellazione” storica, spiegando il veto russo-cinese a risoluzioni che condannano l’Iran senza menzionare le provocazioni subite.
Ha identificato nei BRICS, nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e nel G20 i pilastri di una nuova struttura di governance mondiale. Lavrov ha lodato l’iniziativa di governance globale avanzata da Pechino nell’agosto 2025, definendola “estremamente tempestiva” per la coesione della “maggioranza mondiale” a favore dei principi originari della Carta ONU. Il Ministro ha concluso parlando di un “enorme campo di lavoro” futuro con la Cina per guidare il mondo verso una stabilità basata sulla sovranità nazionale e sulla cooperazione paritaria, ponendo fine all’era dell’unilateralismo.
Sintesi Finale dei Temi Trattati:
Asse Russia-Cina: Rafforzamento strategico e interscambio oltre i 200 miliardi di dollari.
Revisionismo Storico e ONU: Critica ai doppi standard (Kosovo vs Crimea/Donbass) e alla “cultura della cancellazione” occidentale.
Accordo Alaska: Svelato il retroscena dei negoziati del 2025 sabotati dalle élite europee.
Militarizzazione Europea: Denuncia dei nuovi blocchi militari antirussi sponsorizzati dagli USA.
Sicurezza Energetica: Sostegno all’Iran e a Cuba; difesa della navigazione negli stretti di Ormuz e Bab el-Mandeb contro le “avventure” occidentali.
Multipolarismo: Il ruolo centrale di BRICS e SCO nella nuova governance globale proposta da Xi Jinping.
