Dalla crisi del governo Morsi alla mobilitazione popolare contro i Fratelli Musulmani
di Chiara Cavalieri
IL CAIRO- La Rivoluzione del 30 giugno 2013 in Egitto non fu un episodio isolato, né una semplice protesta di piazza contro un presidente eletto. Fu il risultato di una lunga accumulazione di crisi politiche, sociali, economiche, religiose e istituzionali che attraversarono il Paese dopo la caduta di Hosni Mubarak nel 2011 e raggiunsero il loro punto di rottura durante l’anno di governo di Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani.
Per comprendere il 30 giugno bisogna partire dal vuoto lasciato dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011. Dopo trent’anni di potere di Mubarak, l’Egitto entrò in una fase di transizione difficile, segnata da aspettative enormi e da istituzioni indebolite. Il popolo chiedeva libertà, giustizia sociale, dignità, riforme economiche e partecipazione politica. In quel vuoto, i Fratelli Musulmani furono l’organizzazione meglio preparata: avevano una rete sociale capillare, una struttura disciplinata, esperienza elettorale e una forte capacità di mobilitazione.

Fondati nel 1928 da Hassan al-Banna, i Fratelli Musulmani avevano attraversato quasi tutto il Novecento egiziano oscillando tra attività sociale, presenza politica, repressione statale e ambiguità ideologica. Dopo il 2011, uscirono dalla semi-clandestinità e crearono il Partito Libertà e Giustizia. In pochi mesi passarono dall’essere una forza di opposizione storica a diventare la principale forza parlamentare del Paese. Questa rapidissima ascesa generò entusiasmo nei loro sostenitori, ma anche forte inquietudine in settori liberali, nazionalisti, laici, cristiani, istituzionali e perfino in una parte del mondo islamico non legato alla Fratellanza.
Nel giugno 2012 Mohamed Morsi venne eletto Presidente della Repubblica. La sua vittoria fu interpretata dai Fratelli Musulmani come il coronamento di decenni di lotta politica. Tuttavia, sin dai primi mesi, emerse una frattura profonda tra la promessa di essere “presidente di tutti gli egiziani” e la percezione, sempre più diffusa, che la Fratellanza stesse governando come organizzazione chiusa, interessata a consolidare il proprio controllo sullo Stato.

Il primo grande fattore che portò al 30 giugno fu dunque la crisi della fiducia politica. Molti egiziani accusarono Morsi di non aver costruito un governo realmente nazionale. Invece di includere tutte le forze che avevano partecipato alla rivoluzione del 2011, il potere sembrò concentrarsi attorno alla Fratellanza e ai suoi alleati. L’opposizione denunciò quella che in Egitto venne chiamata “ikhwanizzazione” delle istituzioni: il tentativo, cioè, di collocare uomini vicini ai Fratelli Musulmani nei gangli dello Stato, nei governatorati, nei ministeri, nei media pubblici e nell’amministrazione.
La crisi esplose in modo clamoroso nel novembre 2012, quando Morsi emanò una dichiarazione costituzionale che attribuiva ai suoi decreti una protezione eccezionale dal controllo giudiziario. Per i sostenitori del Presidente, quella misura serviva a proteggere il processo rivoluzionario e la transizione dalle interferenze del vecchio sistema. Per gli oppositori, invece, fu il segnale più evidente di una deriva autoritaria. Le piazze tornarono a riempirsi, la magistratura protestò, e una parte crescente dell’opinione pubblica iniziò a vedere Morsi non come il garante della nuova democrazia, ma come un presidente intenzionato ad accumulare poteri straordinari.
Il secondo grande fattore fu la crisi costituzionale. La Costituzione del 2012 venne elaborata in un clima fortemente divisivo. Diverse componenti politiche e sociali accusarono l’Assemblea Costituente di non rappresentare in modo equilibrato l’intera società egiziana. Liberali, laici, donne, cristiani e oppositori denunciarono il rischio che il testo costituzionale riflettesse soprattutto la visione islamista della Fratellanza e dei suoi alleati. La questione non era soltanto giuridica: riguardava l’identità stessa dello Stato egiziano. L’Egitto doveva essere uno Stato nazionale, civile e inclusivo, oppure uno Stato sempre più orientato da un progetto politico-religioso?
Il terzo fattore fu la crisi economica. Durante l’anno di governo Morsi, la vita quotidiana degli egiziani peggiorò sensibilmente. Il Paese affrontò carenze di carburante, lunghe file ai distributori, blackout elettrici, aumento dei prezzi, difficoltà nel settore turistico, calo degli investimenti, disoccupazione e insicurezza. La popolazione, già provata dagli anni successivi al 2011, percepì il governo come incapace di gestire i bisogni immediati del Paese. Il problema non era solo l’economia in senso tecnico, ma la sensazione che lo Stato non riuscisse più a garantire ordine, servizi e stabilità.
Il quarto fattore fu il deterioramento dei rapporti tra Presidenza e istituzioni. Morsi entrò progressivamente in conflitto con la magistratura, con una parte dei media, con le forze di opposizione, con settori dell’amministrazione e con apparati dello Stato. Invece di ricucire le fratture, il confronto politico assunse toni sempre più duri. La Fratellanza interpretava molte resistenze come sabotaggio del vecchio regime; gli oppositori interpretavano le mosse della Fratellanza come un tentativo di controllo totale. In mezzo, il cittadino comune vedeva crescere il caos.
Un ruolo delicatissimo fu quello della comunità copta. I copti non sono una minoranza estranea alla storia egiziana: sono parte originaria dell’identità nazionale del Paese. Tuttavia, durante il periodo Morsi, molti cristiani egiziani vissero un clima di crescente preoccupazione. La paura non riguardava soltanto la sicurezza fisica, ma il principio della cittadinanza. Molti copti temevano che l’ascesa dei Fratelli Musulmani e l’influenza di gruppi islamisti più radicali potessero restringere lo spazio dei cristiani nella vita pubblica e trasformarli in cittadini politicamente vulnerabili.
Prima del 30 giugno si verificarono episodi di intimidazione e tensione settaria. In alcune aree dell’Alto Egitto circolarono minacce rivolte ai cristiani affinché non partecipassero alle manifestazioni contro Morsi. Alcuni predicatori vicini al fronte pro-Morsi usarono toni aggressivi contro chi si opponeva al Presidente, e in particolare contro i copti accusati di sostenere la mobilitazione. Questa retorica contribuì a rendere la comunità cristiana un bersaglio simbolico.
Il rapporto tra Presidenza e Chiesa copta si deteriorò ulteriormente nell’aprile 2013, dopo gli scontri davanti alla Cattedrale di San Marco ad Abbassiya, al Cairo, seguiti a tensioni settarie nel governatorato di Qalioubiya. Papa Tawadros II condannò ufficialmente la dichiarazione dell’allora presidente Morsi, che accusava i copti di essersi scontrati con le forze di sicurezza. Questo episodio divenne uno dei simboli del disagio della comunità cristiana durante il governo dei Fratelli Musulmani.

La posizione della Chiesa copta fu però nazionale e non confessionale. Papa Tawadros II, come anche il Grande Imam di Al-Azhar Ahmed al-Tayeb, rappresentò una delle figure religiose presenti nella fase successiva alla mobilitazione popolare. La sua presenza accanto alle istituzioni egiziane fu letta da molti come il segno che il 30 giugno non era una rivolta religiosa contro l’Islam, ma una mobilitazione nazionale contro il monopolio politico della Fratellanza.
In questo contesto nacque Tamarod, il movimento “Ribellione”. Fondato da giovani attivisti, Tamarod lanciò una campagna di raccolta firme per chiedere elezioni presidenziali anticipate. Nell’aprile 2013 Mahmoud Badr, Mohamed Abdel-Aziz e altri giovani attivisti lanciarono da Piazza Tahrir la campagna per ritirare la fiducia a Morsi. Il movimento dichiarò di aver raccolto 22 milioni di firme prima del 30 giugno. Al di là del numero esatto, il dato politicamente rilevante fu la capacità di Tamarod di diventare un catalizzatore nazionale.
La forza del movimento fu quella di tradurre il malcontento diffuso in un gesto semplice: firmare per ritirare la fiducia al Presidente. Tamarod riuscì a unire segmenti diversi della società: giovani rivoluzionari, famiglie, lavoratori, donne, cristiani, musulmani, liberali, nazionalisti, ex sostenitori di Morsi delusi, cittadini comuni esasperati dalla crisi economica e dal clima politico.
La campagna annunciò di aver raccolto milioni di firme. Al di là del numero esatto, il dato politicamente rilevante fu la capacità di Tamarod di diventare un catalizzatore nazionale. Il 30 giugno 2013, primo anniversario dell’insediamento di Morsi, venne scelto come giorno della grande mobilitazione popolare.
Nei giorni precedenti, la tensione aumentò. I sostenitori di Morsi organizzarono manifestazioni parallele, in particolare a Rabaa al-Adawiya, presentando la difesa del Presidente come difesa della “legittimità”. Gli oppositori, invece, parlavano di una legittimità ormai svuotata dal fallimento politico, dalla crisi economica e dalla perdita di consenso popolare. Lo scontro era ormai tra due narrazioni: da un lato la legittimità elettorale; dall’altro la legittimità popolare della piazza.

Il 30 giugno milioni di egiziani scesero in strada al Cairo, ad Alessandria, a Giza, a Mansoura, a Tanta, a Port Said, a Suez, nell’Alto Egitto e in numerosi governatorati. Piazza Tahrir tornò a essere il simbolo della protesta, ma il cuore politico della mobilitazione fu anche il Palazzo presidenziale di Ittihadiya. Gli slogan chiedevano la fine del governo Morsi, elezioni anticipate e il recupero dello Stato nazionale.
La Fratellanza rifiutò di riconoscere la portata della protesta. Morsi, nel suo discorso finale, insistette sulla propria legittimità costituzionale ed elettorale. Ma quella risposta non bastò a fermare la crisi. Il 1° luglio le Forze Armate emisero un ultimatum di 48 ore, chiedendo alle forze politiche di trovare una soluzione che rispondesse alle richieste del popolo. Il messaggio era chiaro: se la politica non avesse risolto la crisi, l’esercito sarebbe intervenuto con una roadmap.

Il 3 luglio 2013 Abdel Fattah al-Sisi, allora Ministro della Difesa, annunciò la sospensione della Costituzione, la rimozione di Morsi, la nomina del Presidente della Corte Costituzionale Adly Mansour come Presidente ad interim e l’avvio di una nuova fase di transizione. Accanto a lui erano presenti figure religiose e politiche, tra cui il Grande Imam di Al-Azhar e Papa Tawadros II. La scena fu costruita come immagine dell’unità nazionale: Stato, esercito, religioni, giovani e forze civili.
Sisi dichiarò che l’esercito non poteva ignorare la richiesta del popolo egiziano di riappropriarsi del proprio ruolo nazionale, precisando che le Forze Armate non intendevano governare né prendere il potere politico. Nel discorso del 3 luglio, Sisi annunciò anche la sospensione della Costituzione del 2012, redatta da una commissione dominata dai Fratelli Musulmani e dai loro alleati, e la nomina di Adly Mansour, presidente della Corte Costituzionale Suprema, come Presidente ad interim.

L’immagine di quel discorso divenne simbolica. Alle spalle di Sisi sedevano Mohamed ElBaradei, coordinatore del Fronte di Salvezza Nazionale; Mahmoud Badr e Mohamed Abdel-Aziz di Tamarod; il Grande Imam di Al-Azhar Ahmed El-Tayeb; Papa Tawadros II della Chiesa copta ortodossa; Bassam El-Zarqa del partito salafita Nour; oltre a membri del Consiglio Supremo delle Forze Armate, tra cui Sedki Sobhi e Mahmoud Hegazy. Vi erano inoltre Hamed Abdullah, allora presidente del Consiglio giudiziario supremo, il generale Mohamed El-Assar, il generale Younes El-Masry, comandante dell’aeronautica egiziana, il generale Ossama El-Gendy, comandante della marina egiziana, il generale Abdel-Moniem Altras, comandante della difesa aerea egiziana, e Sekina Fouad, ex assistente presidenziale di Morsi e figura di spicco del femminismo egiziano.

Sedki Sobhi, Mahmoud Hegazy erano i generali membri del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), che assunse il controllo in seguito alla destituzione dell’ex presidente Hosni Mubarak. Sedki Sobhi era comandante della Terza Armata, mentre Mahmoud Hegazy era a capo dell’Autorità di Gestione e Amministrazione.
Sotto Morsi, Sobhi fu nominato capo di stato maggiore militare, mentre Hegazy divenne capo dell’intelligence militare. Ma quando Sisi annunciò la sua candidatura alla presidenza nel marzo 2014, Sobhi divenne ministro della Difesa e Hegazy lo sostituì come capo di stato maggiore.
Da quel momento nacque la grande disputa interpretativa. Per le istituzioni egiziane e per larga parte della stampa nazionale, il 30 giugno fu una rivoluzione popolare sostenuta dall’esercito. Per i Fratelli Musulmani e molti osservatori internazionali, fu invece un colpo di Stato militare contro un presidente eletto. Tuttavia, per comprendere la lettura egiziana, bisogna considerare la massa delle proteste, il crollo della fiducia popolare, la crisi istituzionale e il timore diffuso che la Fratellanza stesse trasformando lo Stato in uno strumento di parte.
Mohamed ElBaradei era il coordinatore generale del Fronte di Salvezza Nazionale, fondato nel novembre 2012 per rappresentare i principali partiti e movimenti della società civile contrari a Morsi. Sei giorni dopo la destituzione di Morsi, l’ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica fu nominato vicepresidente ad interim. In quei giorni parlò della necessità di fermare la violenza, avviare un dialogo, attuare la roadmap e costruire una società riconciliata capace di offrire sicurezza a tutti gli egiziani, compresi i Fratelli Musulmani. Tuttavia, il 14 agosto 2013, si dimise in protesta contro la dispersione dei sit-in pro-Morsi al Cairo, una decisione che suscitò forti critiche in Egitto e che venne sfruttata dai Fratelli Musulmani nella loro campagna internazionale contro le autorità egiziane.

Anche Tamarod, protagonista della mobilitazione del 30 giugno, conobbe una fase complessa dopo la rimozione di Morsi. Secondo Ahram Online, il movimento fu attraversato da spaccature interne e dimissioni di massa, soprattutto nell’Egitto meridionale, dove alcuni sostenitori denunciarono di essere stati emarginati dalla sede centrale del Cairo. La frattura più evidente avvenne quando Mohamed Abdel-Aziz e Hassan Shahin annunciarono il loro sostegno a Hamdeen Sabahi nelle elezioni presidenziali del 2014, mentre Mahmoud Badr sostenne Abdel Fattah al-Sisi. Questa divisione mostrò come Tamarod fosse stato soprattutto uno strumento di mobilitazione contro Morsi, più che un partito politico strutturato.

Il ruolo del Grande Imam Ahmed El-Tayeb fu altrettanto delicato. Egli sostenne la roadmap successiva alla rimozione di Morsi, ma assunse una posizione critica davanti al sangue versato negli scontri presso il Circolo delle Guardie Presidenziali l’8 luglio 2013. Dopo gli attacchi contro diverse chiese seguiti alla dispersione dei sit-in del 14 agosto, El-Tayeb accusò i Fratelli Musulmani di fomentare la violenza e ribadì che l’aggressione contro le chiese non aveva nulla a che vedere con l’Islam. Le sue parole furono importanti perché confermarono la posizione di Al-Azhar contro ogni tentativo di trascinare il Paese in una guerra settaria.

Papa Tawadros II divenne una delle figure simboliche dell’unità nazionale post-30 giugno. Dopo la destituzione di Morsi, uno degli elementi più rilevanti per i copti fu l’articolo 3 della Costituzione del 2014, secondo cui i principi delle leggi cristiane ed ebraiche sono la fonte principale della legislazione per cristiani ed ebrei egiziani nelle questioni relative allo status personale, agli affari religiosi e alla scelta delle guide spirituali. Un ulteriore gesto simbolico avvenne il 7 gennaio 2015, quando Sisi partecipò alla messa di Natale copta al Cairo, primo presidente egiziano a compiere tale gesto, affermando che musulmani e cristiani sono “un’unica entità” davanti al mondo.
Tra le figure presenti il 3 luglio vi era anche Bassam El-Zarqa, vicepresidente del partito salafita Nour. Il partito Nour era stato inizialmente alleato dei Fratelli Musulmani, ma in seguito divenne critico verso le politiche di Morsi e sostenne la roadmap dopo la sua rimozione. La sua presenza mostrava che non tutto il campo islamista si schierò con la Fratellanza.

Dopo il 3 luglio, i sostenitori di Morsi organizzarono sit-in a Rabaa al-Adawiya e a Nahda. Secondo la narrazione egiziana, quei sit-in non furono semplici presidi pacifici, ma luoghi in cui si raccolsero anche elementi armati e da cui vennero lanciati appelli alla resistenza contro il nuovo corso politico. La stampa egiziana, tra cui Al-Akhbar attraverso la ricostruzione di Mustafa Bakri, ha insistito sul carattere armato del sit-in di Rabaa e sulla presenza di barricate, armi, comitati di sicurezza interni e incitamenti alla mobilitazione.
Il 14 agosto 2013 le forze di sicurezza dispersero i sit-in di Rabaa e Nahda. Secondo la ricostruzione riportata dalla stampa egiziana e dal rapporto del Consiglio Nazionale per i Diritti Umani, le forze di sicurezza avrebbero annunciato attraverso altoparlanti la necessità di evacuare, predisponendo un corridoio sicuro per l’uscita dei manifestanti. Il rapporto descrive l’inizio dell’operazione all’alba, l’uso di gas lacrimogeni, idranti, bulldozer per rimuovere barricate, e poi l’escalation con l’uso di armi da fuoco da parte di alcuni manifestanti contro le forze di sicurezza.

La dispersione fu sanguinosa e segnò una delle pagine più drammatiche della storia egiziana recente. Secondo le cifre richiamate nella ricostruzione egiziana, lo sgombero di Rabaa provocò centinaia di morti e migliaia di feriti. Secondo la commissione d’inchiesta governativa la dispersione dei due sit-in causò 703 morti. La lettura ufficiale egiziana sostiene che lo Stato si trovò davanti a sit-in armati e a una minaccia diretta alla sicurezza nazionale; la Fratellanza sostenne invece di essere vittima di una repressione brutale. Anche su Rabaa, dunque, si consolidò una frattura narrativa destinata a durare nel tempo.
Un elemento fondamentale, spesso trascurato nella lettura occidentale, riguarda le violenze successive alla dispersione dei sit-in. Secondo le fonti egiziane, dopo Rabaa e Nahda si verificarono attacchi contro stazioni di polizia, edifici pubblici, tribunali, infrastrutture, proprietà private e soprattutto chiese. La stampa egiziana ha elencato decine di aggressioni contro luoghi di culto cristiani: chiese incendiate, case di copti attaccate, biblioteche religiose prese di mira, strutture ecclesiastiche devastate.
Questi attacchi furono interpretati in Egitto come la prova che la comunità copta era stata trasformata in capro espiatorio della caduta di Morsi. I cristiani vennero accusati da settori estremisti di aver sostenuto il 30 giugno, quando in realtà la mobilitazione era stata principalmente nazionale e composta da milioni di musulmani oltre che da cristiani. La violenza contro le chiese rese evidente la natura settaria di una parte della reazione islamista e rafforzò, nella percezione egiziana, la convinzione che lo Stato dovesse intervenire con fermezza per impedire il collasso dell’ordine pubblico.
Il caso di Kerdasa, gli attacchi a stazioni di polizia, gli incendi di chiese a Minya, Assiut, Sohag, Beni Suef e in altre aree, insieme alle violenze contro militari e agenti, furono inseriti dalla narrazione egiziana in un quadro più ampio: non più semplice protesta politica, ma passaggio alla violenza organizzata. È in questa cornice che le autorità egiziane dichiararono lo stato di emergenza e il coprifuoco in diversi governatorati.
Le dimissioni di Mohamed ElBaradei dalla carica di Vicepresidente per gli Affari Esteri, in protesta contro la dispersione dei sit-in, furono un ulteriore momento di frattura. All’estero, quelle dimissioni rafforzarono la critica verso il nuovo governo egiziano. In Egitto, invece, una parte della stampa le interpretò come un colpo alla posizione dello Stato in un momento in cui il Paese affrontava attacchi armati, incendi di chiese, aggressioni a sedi pubbliche e una campagna internazionale ostile.
La crisi del 2013, dunque, non può essere ridotta a una sola immagine. Non fu soltanto la caduta di Morsi. Non fu soltanto l’intervento dell’esercito. Non fu soltanto Rabaa. Fu una sequenza di eventi collegati: l’ascesa dei Fratelli Musulmani, la crisi della fiducia, la dichiarazione costituzionale, il conflitto con la magistratura, la Costituzione contestata, il peggioramento economico, le tensioni sociali, il timore dei copti, la nascita di Tamarod, la mobilitazione del 30 giugno, l’ultimatum militare, la roadmap del 3 luglio, i sit-in pro-Morsi, la dispersione di Rabaa e Nahda, e infine l’ondata di violenze contro Stato, polizia, esercito e comunità cristiane.
Per gli egiziani, il 30 giugno rappresenta il momento in cui il popolo impedì alla Fratellanza di trasformare lo Stato nazionale in uno Stato di terroristi. Per i sostenitori di Morsi, resta invece il momento in cui un presidente eletto fu rimosso con l’intervento dell’esercito. Ma qualunque interpretazione si adotti, un punto rimane centrale: nel 2013 l’Egitto era arrivato a una frattura storica. La convivenza tra il progetto dei Fratelli Musulmani e l’idea tradizionale di Stato nazionale egiziano era entrata in collisione.
Il 30 giugno fu quindi una rivoluzione per milioni di egiziani perché espresse la volontà di difendere l’identità plurale del Paese, la sovranità dello Stato, la cittadinanza comune e l’unità nazionale tra musulmani e cristiani. Non fu una rivoluzione contro la religione, ma contro l’uso politico della religione come strumento di potere. Non fu una rivolta di una sola classe sociale, ma una mobilitazione trasversale. Non fu soltanto una protesta contro un governo inefficiente, ma una reazione a un progetto percepito come esclusivo, ideologico e divisivo.
A distanza di anni, la Rivoluzione del 30 giugno continua a essere uno spartiacque della storia egiziana contemporanea. Essa segnò la fine dell’esperienza di governo dei Fratelli Musulmani, aprì la strada alla nuova fase politica guidata da Abdel Fattah al-Sisi e ridefinì il rapporto tra popolo, esercito, religione, sicurezza e Stato. Per comprenderla davvero, bisogna guardare a tutto ciò che la precedette e a tutto ciò che la seguì: perché il 30 giugno non fu un giorno isolato, ma il punto di esplosione di una crisi nazionale profonda e la via per una nuova Repubblica.
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