Dal decreto del governo egiziano al riavvicinamento con l’Iran: la figura di Anwar al-Sadat torna al centro della storia del Medio Oriente
di Chiara Cavalieri
IL CAIRO- A quasi quarantacinque anni dall’assassinio del presidente egiziano Muhammad Anwar al-Sadat, il governo del Cairo compie un importante gesto di riconoscimento nazionale e memoria storica.
La Gazzetta Ufficiale egiziana ha pubblicato la decisione del Primo Ministro Mostafa Madbouly relativa all’inserimento di tre vittime dell’attentato del 6 ottobre 1981 nel Fondo per l’Onore dei Martiri, delle Vittime, dei Dispersi e dei Feriti delle operazioni militari, terroristiche e di sicurezza.

Il Fondo, istituito nel 2018 e posto sotto l’autorità del Primo Ministro, ha il compito di garantire assistenza economica, sociale, sanitaria e morale alle famiglie dei martiri e delle vittime del terrorismo, confermando l’impegno dello Stato egiziano nel preservare la memoria di chi ha sacrificato la propria vita per il Paese.
Il provvedimento include anche nove vittime di operazioni terroristiche appartenenti al Ministero degli Affari Esteri egiziano e il cittadino Jihad Hassan.
Si tratta di una decisione dal forte valore simbolico, perché riporta al centro della memoria nazionale uno degli eventi più drammatici della storia contemporanea egiziana: l’attacco terroristico avvenuto durante la parata militare del 6 ottobre 1981, organizzata per celebrare la vittoria dell’Egitto nella Guerra d’Ottobre del 1973. In quell’occasione un commando di estremisti islamisti attaccò la tribuna presidenziale, uccidendo Sadat e altre persone presenti alla cerimonia.
La figura di Sadat resta una delle più complesse e decisive del Medio Oriente moderno. Fu l’uomo della guerra e della pace: il presidente che guidò l’Egitto dopo la vittoria del 1973 e che pochi anni dopo firmò gli storici Accordi di Camp David con il Primo Ministro israeliano Menachem Begin, sotto la mediazione del presidente americano Jimmy Carter.

Quella scelta gli costò l’isolamento da gran parte del mondo arabo, ma il tempo ha progressivamente rivalutato la sua visione. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha più volte ricordato che la pace scelta da Sadat fu una decisione strategica in anticipo sui tempi, affermando che “ogni dieci anni viene scritta una nuova pagina per Sadat”.
La memoria di Sadat non appartiene soltanto alla politica, ma anche alla letteratura. Il premio Nobel egiziano Naguib Mahfouz raccontò il clima sociale e politico legato alla sua epoca nel romanzo “Il giorno dell’uccisione del leader” (Yawm Qutil al-Za’im), pubblicato nel 1985. Attraverso la vicenda di una famiglia egiziana, Mahfouz descrisse le tensioni dell’Egitto degli anni di Sadat, l’impatto dell’Infitah, le trasformazioni sociali e il trauma collettivo seguito all’assassinio del presidente.
Ma la notizia assume un significato ancora più ampio se letta insieme a un altro sviluppo diplomatico di grande rilievo: la decisione di Teheran di rimuovere da una delle sue strade il nome di Khaled Islambouli, l’ufficiale egiziano che assassinò Sadat nel 1981.
Per oltre quarant’anni, una strada della capitale iraniana era stata intitolata proprio all’assassino del presidente egiziano, considerato dalla Repubblica Islamica un simbolo dell’opposizione agli Accordi di Camp David. Per Il Cairo, quella intitolazione ha rappresentato a lungo un affronto nazionale e una delle ferite più profonde nei rapporti tra Egitto e Iran.
Il Consiglio Comunale di Teheran, in coordinamento con il Ministero degli Esteri iraniano, ha approvato la rinomina della strada. In una prima fase era stata avanzata la proposta di sostituire il nome di Khaled Islambouli con quello di “Intifada”. Successivamente la via è stata ufficialmente rinominata “Via Martire Hassan Nasrallah”, in onore dell’ex leader di Hezbollah ucciso in un attacco israeliano a Beirut.
La rimozione del nome di Islambouli non è un semplice atto di toponomastica. È stato un gesto politico e diplomatico che mira a eliminare uno dei simboli più divisivi tra Il Cairo e Teheran, aprendo la strada a una possibile normalizzazione dei rapporti dopo oltre quattro decenni di gelo.

Le relazioni tra Egitto e Iran si erano interrotte dopo la Rivoluzione islamica del 1979, anche a causa dell’accoglienza concessa dall’Egitto allo Scià in esilio. Il vero punto di rottura, però, arrivò nel 1981, quando Teheran dedicò una strada a Khaled Islambouli, trasformando l’assassino di Sadat in un simbolo politico.
Negli ultimi anni, tuttavia, si sono moltiplicati i segnali di riavvicinamento: dagli incontri diplomatici tra funzionari egiziani e iraniani, alla stretta di mano tra Ebrahim Raisi e Abdel Fattah al-Sisi a Riyadh nel 2023, fino ai contatti ai vertici BRICS e D8 e alla visita al Cairo del Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Il Ministro degli Esteri egiziano Badr Abdel Aty ha accolto positivamente la decisione iraniana, definendola un passo importante verso la normalizzazione, pur mantenendo la cautela del Cairo sulle politiche regionali di Teheran, in particolare per quanto riguarda la sicurezza del Golfo e gli equilibri mediorientali.
La coincidenza tra il decreto egiziano che onora le vittime dell’attentato del 1981 e la rimozione, da parte iraniana, del nome dell’assassino di Sadat dalle strade di Teheran assume dunque un valore storico profondo.
Da una parte, l’Egitto rafforza la propria memoria nazionale e rende giustizia alle vittime del terrorismo. Dall’altra, l’Iran sembra voler chiudere una delle pagine più offensive e divisive nei rapporti con Il Cairo.
A distanza di decenni, la figura di Sadat continua così a parlare al presente: come leader della guerra, artefice della pace, protagonista della letteratura egiziana e ancora oggi punto centrale nei delicati equilibri diplomatici del Medio Oriente.
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