Un rapporto israeliano sostiene che l’ostilità egiziana verso Israele sia più profonda di quella presente a Gaza e in Cisgiordania
di Chiara Cavalieri
ROMA- Egitto e Israele tornano al centro di un acceso dibattito mediatico e politico dopo la pubblicazione, da parte del sito israeliano The Jewish Voice, di un rapporto durissimo sul clima di ostilità verso Israele nei media egiziani. Secondo il sito in lingua ebraica, negli organi di stampa egiziani sarebbe in corso una vera escalation di incitamento all’odio e di antisemitismo, al punto da spingere alcuni commentatori israeliani ad affermare che gli egiziani sarebbero oggi “più antisemiti” degli arabi di Gaza e della Cisgiordania.
L’accusa è pesante, provocatoria e destinata ad alimentare nuove tensioni nel già fragile equilibrio regionale. Essa tocca infatti uno dei nodi più delicati del Medio Oriente contemporaneo: il rapporto tra la pace diplomatica firmata dagli Stati e la mancata normalizzazione tra i popoli.
Secondo The Jewish Voice, Israele avrebbe per anni chiuso un occhio davanti all’incitamento antiebraico e anti-israeliano presente nei media egiziani, considerandolo una forma di “odio normale”, quasi fisiologico, all’interno di un Paese arabo che pure mantiene relazioni diplomatiche ufficiali con lo Stato ebraico. Ma, nella nuova realtà creata dalla guerra iniziata dopo il 7 ottobre 2023, questa tolleranza non sarebbe più possibile.
Il punto sollevato dal sito israeliano è inquietante: sotto la maschera rassicurante della cosiddetta “pace fredda”, si starebbe forse sviluppando un pericolo reale, crescente, sottovalutato da Israele proprio come in passato sarebbero stati sottovalutati i segnali ideologici e militari provenienti da Hamas.
La pace firmata 47 anni fa e la distanza tra governi e popoli
L’articolo israeliano ricorda che Israele ed Egitto hanno firmato un accordo di pace ormai da 47 anni. Il trattato del 1979, seguito agli Accordi di Camp David, pose fine allo stato di guerra tra i due Paesi e aprì una fase nuova nella storia del Medio Oriente.

Fu una pace storica, voluta dal presidente egiziano Anwar al-Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, con la mediazione decisiva del presidente americano Jimmy Carter. Ma fu anche una pace difficile, contestata da gran parte del mondo arabo e pagata da Sadat con l’isolamento regionale prima e con l’assassinio nel 1981 poi.
Da allora, il rapporto tra Il Cairo e Tel Aviv è sempre rimasto caratterizzato da una doppia dimensione.
Da una parte vi è la cooperazione strategica: sicurezza, intelligence, controllo del Sinai, gestione del confine con Gaza, coordinamento diplomatico, mediazioni nelle crisi tra Israele e Hamas.
Dall’altra vi è una profonda freddezza popolare: scarsi scambi culturali, ostilità dell’opinione pubblica egiziana verso Israele, rifiuto della normalizzazione da parte di ampi settori della società, degli intellettuali e dei media.
È proprio su questa distanza che insiste il sito israeliano. Secondo The Jewish Voice, la pace tra Israele ed Egitto sarebbe rimasta una pace tra Stati e governi, ma non sarebbe mai diventata una pace tra popoli.
Le espressioni contestate: “bande sioniste”, “apartheid”, “pulizia etnica”
Il sito israeliano cita lo scrittore di estrema destra Moshe Festoch, secondo il quale nei giornali egiziani comparirebbero regolarmente espressioni che vanno ben oltre la critica politica a Israele.

Tra le formule denunciate vi sarebbero:
“bande sioniste”,
“le bugie di Israele”,
l’accusa secondo cui Israele sarebbe uno Stato di apartheid,
l’idea che gli eventi del 7 ottobre siano stati una risposta alle “provocazioni degli estremisti sionisti”,
l’affermazione secondo cui l’obiettivo israeliano sarebbe quello di eliminare la presenza palestinese a favore dell’espansione ebraica.
Secondo Festoch e secondo il sito israeliano, questi non sarebbero semplici testi antisionisti, ma testi che si collocano al limite dell’antisemitismo, se non oltre.
La questione è estremamente delicata perché tocca il confine, spesso controverso e politicamente esplosivo, tra critica a Israele, antisionismo e antisemitismo.
Nel mondo arabo, la critica a Israele viene quasi sempre presentata come opposizione all’occupazione, alla politica verso i palestinesi e al progetto sionista. In Israele, invece, cresce la convinzione che molte forme di antisionismo siano diventate veicolo di un antisemitismo più antico, travestito da linguaggio politico.
Il monito israeliano: non sottovalutare l’incitamento
Secondo il sito ebraico, le dichiarazioni pubblicate sui media egiziani non possono essere considerate banali proprio perché provengono da un Paese con cui Israele ha firmato un trattato di pace.
Per molti israeliani, scrive il sito, è quasi normale che uno Stato arabo “non ci apprezzi”. Ma nel caso dell’Egitto, Paese vicino, confinante, centrale per la sicurezza israeliana e formalmente legato da relazioni diplomatiche, questa ostilità dovrebbe rappresentare un severo monito.
La tolleranza israeliana nei confronti dell’incitamento istituzionale, mascherato dalla promessa rassicurante della “pace fredda”, viene paragonata a quelle convinzioni cieche che avrebbero portato Israele a ignorare le motivazioni dichiarate dei propri nemici fino alla mattina del 7 ottobre 2023.
Il riferimento al 7 ottobre è centrale in tutta l’argomentazione. Il trauma di quell’attacco ha cambiato radicalmente la percezione israeliana del rischio. Ciò che prima veniva considerato retorica oggi viene letto come possibile preparazione psicologica e ideologica alla violenza.
L’esempio della legge sulla pena di morte per i prigionieri palestinesi
Il sito israeliano cita un articolo apparso su un quotidiano egiziano nell’aprile dello scorso anno. L’articolo trattava della legge sulla pena di morte per i prigionieri palestinesi, promossa all’epoca dal ministro israeliano Itamar Ben-Gvir.
Secondo la lettura egiziana riportata dal sito israeliano, Israele stava promuovendo una “legge razzista”, definita come un ulteriore strumento di sterminio. L’articolo avrebbe parlato anche di un sistema sistematico di tortura e di una politica assimilabile alla “pulizia etnica”.
Per The Jewish Voice, questo linguaggio non può essere ignorato. La denuncia di una legge, anche molto dura e controversa, verrebbe trasformata in una rappresentazione complessiva di Israele come Stato sterminatore, razzista e criminale.
L’articolo di Al-Ahram: “entità sionista spregevole”
Un mese dopo, secondo il rapporto israeliano, nella sezione opinioni del quotidiano statale Al-Ahram, un giornalista egiziano avrebbe descritto Israele come una “entità sionista spregevole” e come una potenza occupante e saccheggiatrice.
Nello stesso articolo, Israele sarebbe stato accusato di praticare una politica di uccisioni, distruzione, fame e soppressione della vita umana.
Anche in questo caso, il sito israeliano interpreta il linguaggio come parte di una più ampia delegittimazione dello Stato ebraico. Non si tratterebbe, secondo questa lettura, di una critica a un singolo governo israeliano o a una specifica operazione militare, ma di una condanna radicale dell’esistenza stessa di Israele.
I media egiziani come portavoce dello Stato?
Uno dei passaggi più significativi del rapporto riguarda il rapporto tra stampa e potere in Egitto.
Secondo The Jewish Voice, i media egiziani sarebbero di fatto il portavoce dello Stato egiziano. Il sito riconosce che le autorità egiziane non imporrebbero necessariamente una censura preventiva alla stampa, ma sostiene che i media vengano comunque orientati secondo lo spirito e gli interessi del potere.
In altre parole, il messaggio israeliano è chiaro: quando certi contenuti appaiono su giornali egiziani importanti, in particolare su testate statali o vicine allo Stato, essi non possono essere considerati semplici opinioni individuali. Rappresenterebbero piuttosto un clima politico tollerato, se non indirettamente incoraggiato, dalle autorità.
Il caso Iran: media egiziani filo-iraniani durante la guerra
Il sito israeliano porta anche un altro esempio: durante la recente guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, i media egiziani si sarebbero mostrati molto filo-iraniani e avrebbero sostenuto la Repubblica islamica nella sua azione contro Israele.
Questa posizione, secondo il rapporto israeliano, sarebbe però entrata in conflitto con gli interessi degli Stati del Golfo, tradizionalmente ostili all’espansionismo iraniano e preoccupati dal rafforzamento della Repubblica islamica.
Sempre secondo il sito in lingua ebraica, le pressioni esercitate dagli Stati del Golfo sul governo egiziano avrebbero portato a un’attenuazione e a una riduzione di tali posizioni mediatiche.
Questo passaggio è importante perché suggerisce che, secondo la lettura israeliana, la stampa egiziana non si muoverebbe in modo totalmente autonomo. Quando interessi regionali più forti intervengono, il tono dei media potrebbe cambiare. Ciò rafforzerebbe, agli occhi degli israeliani, l’idea che l’incitamento anti-israeliano sia tollerato quando serve agli interessi interni egiziani, ma possa essere moderato quando diventa diplomaticamente scomodo.
I Protocolli dei Savi di Sion su Al-Masry Al-Youm
Il rapporto israeliano cita poi un episodio particolarmente grave: nel gennaio 2024, il quotidiano Al-Masry Al-Youm avrebbe pubblicato un articolo dal titolo: “I Protocolli dei Savi di Sion – Come gli ebrei controllano il destino del mondo?”
Secondo quanto riportato dal sito israeliano, l’articolo avrebbe descritto gli ebrei come “il fattore più pericoloso della storia” e avrebbe sostenuto che essi avrebbero elaborato dei protocolli per ottenere il controllo globale su finanza, media e altri settori strategici.
Il riferimento ai Protocolli dei Savi di Sion è uno dei punti più sensibili dell’intera vicenda.
I Protocolli sono infatti uno dei falsi antisemiti più noti e più pericolosi della storia moderna. Nati nella Russia zarista all’inizio del Novecento, furono utilizzati per alimentare la teoria del complotto ebraico mondiale e vennero poi ripresi da movimenti antisemiti, nazisti e radicali in varie parti del mondo.
Il fatto che un simile riferimento compaia ancora oggi in un grande quotidiano egiziano viene letto da Israele come prova della persistenza di un immaginario antiebraico profondo e non soltanto anti-israeliano.
Al-Ahram e l’Olocausto: la contestazione dei sei milioni
Il sito israeliano cita anche un articolo pubblicato nel 2019 dal quotidiano statale Al-Ahram. In quell’occasione, il giornale avrebbe scritto delle vere “vittime dell’Olocausto”, sostenendo che il sionismo avrebbe sfruttato la tragedia della Shoah per trasformare l’ebraismo in una ideologia razzista.
Secondo il rapporto, l’articolo avrebbe parlato anche di un piano di controllo delle risorse mondiali e avrebbe affermato che la cifra dei sei milioni di ebrei sterminati durante l’Olocausto sarebbe stata “grossolanamente esagerata”.
Anche questo è un passaggio estremamente grave dal punto di vista israeliano e occidentale, perché la negazione o minimizzazione della Shoah rappresenta una delle forme classiche dell’antisemitismo contemporaneo.
La Shoah non è soltanto un evento storico: è una ferita fondativa della memoria ebraica e dello Stato di Israele. Metterne in dubbio la dimensione o suggerire che sia stata sfruttata per fini di dominio politico significa, per Israele, colpire uno dei pilastri morali della propria legittimità storica.
Il riferimento del 2017: gli ebrei, Mosè, le banche e l’oro rubato agli Egizi
Il rapporto prosegue citando un ulteriore articolo del 2017, sempre attribuito ad Al-Ahram, in cui sarebbe stata avanzata una ricostruzione secondo cui gli ebrei avrebbero usato “banche e oro rubati agli Egizi fin dai tempi di Mosè” per sottomettere il mondo.
Nello stesso contesto, gli ebrei sarebbero stati descritti come “assassini dei profeti”.
Qui la dimensione politica lascia spazio a una simbologia religiosa e storica molto più antica. Non si parla più solo di Israele, dell’occupazione o della questione palestinese, ma degli ebrei come soggetto storico e religioso negativo, associato al tradimento, al furto, al dominio finanziario e all’uccisione dei profeti.
Per il sito israeliano, questi esempi dimostrano che l’antisemitismo non si limita alla critica dello Stato di Israele, ma affonda in narrazioni più antiche, religiose, cospirative e culturali.
L’odio verso Israele come valvola di sfogo
Secondo The Jewish Voice, l’odio verso Israele in Egitto servirebbe anche come strumento per sfogare la frustrazione interna.
Il sito si chiede come sia possibile che, a 53 anni dall’ultima guerra tra Israele ed Egitto e a 47 anni dalla firma dell’accordo di pace, permangano una tale ostilità e un tale odio.
La risposta proposta dal sito è articolata. In primo luogo, viene sottolineata la differenza tra accordo di pace e normalizzazione.
Secondo questa lettura, l’Egitto avrebbe accettato la pace come necessità strategica, ma non avrebbe mai accettato davvero la normalizzazione. Questo sarebbe stato vero ai tempi di Sadat, durante il lungo governo di Hosni Mubarak, e continuerebbe a essere vero sotto la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi.
Per l’Egitto, sostiene il sito, mantenere relazioni diplomatiche con Israele è importante, soprattutto per ragioni strategiche, militari, economiche e nei rapporti con gli Stati Uniti. Ma ciò non significa desiderare una vera integrazione culturale e popolare con Israele.
Il desiderio di normalizzazione, afferma l’articolo israeliano, sarebbe sempre venuto da Israele, non dall’Egitto.
Perché lo Stato egiziano non interviene?
Il sito israeliano pone poi una domanda fondamentale: perché lo Stato egiziano non interviene per calmare il linguaggio dei media e ridurre l’ostilità?
La risposta proposta è che questa ambiguità servirebbe agli interessi del potere egiziano.
Da un lato, il governo del Cairo avrebbe interesse a mantenere un canale diplomatico con Israele e a preservare i rapporti con gli Stati Uniti. Dall’altro lato, non avrebbe necessariamente interesse a contrastare l’antisemitismo o l’ostilità anti-israeliana; anzi, secondo il sito, potrebbe trovare utile lasciare che questo sentimento circoli nello spazio mediatico.
Per le autorità egiziane, ciò che accade nei media locali rappresenterebbe una sorta di valvola di sfogo della tensione sociale. Israele diventerebbe così un bersaglio esterno su cui proiettare frustrazioni, rabbia e sentimenti nazionalisti.
Questa lettura è molto dura perché attribuisce allo Stato egiziano una forma di tolleranza funzionale dell’odio antiebraico e anti-israeliano.
Il pericolo dell’ideologia cieca
Secondo il sito israeliano, il vero pericolo dell’ideologia cieca risiede nella sua capacità di infiltrarsi nelle masse attraverso l’odio.
È proprio questo, afferma il rapporto, il pericolo che Israele sarebbe oggi determinato a reprimere.
Gli esperti e i funzionari che rassicurano l’opinione pubblica dicendo che “non oserebbero davvero” o che si tratta soltanto di “sfogare la pressione interna” si baserebbero, secondo il sito, sulle stesse convinzioni crollate drammaticamente il 7 ottobre.
Qui il parallelo con Hamas torna in modo esplicito. Prima del 7 ottobre, molti in Israele ritenevano che Hamas fosse scoraggiata, razionale, interessata soprattutto a governare Gaza e a ottenere vantaggi economici. Dopo il massacro, questa convinzione è stata letta come una tragica illusione.
Il sito suggerisce dunque che anche nei confronti dell’Egitto non si debba commettere l’errore di liquidare l’odio mediatico come semplice propaganda innocua.
L’ascesa del sionismo e l’intensificazione dell’antisemitismo
Il rapporto afferma poi che l’ascesa del movimento sionista e la creazione dello Stato di Israele avrebbero esacerbato percezioni antisemite già presenti.
Secondo la ricostruzione israeliana, in passato l’antisemitismo proveniva soprattutto dall’alto, dalle istituzioni. Successivamente, con l’ascesa dell’islam politico negli anni Settanta, si sarebbe verificata una convergenza tra motivazioni islamiche e cristiane antisemite.
Questa convergenza avrebbe favorito la diffusione dell’antisemitismo tra la popolazione.
Il problema, secondo il sito, è proprio questo: più l’antisemitismo si insinua nella società, più diventa difficile sradicarlo. Le idee d’odio si diffondono, si espandono e finiscono per diventare parte del senso comune.
Non siamo quindi, secondo la lettura israeliana, davanti a episodi isolati, ma davanti a una lunga sedimentazione culturale che attraversa decenni di storia egiziana e mediorientale.
Pace tra Stati, non tra popoli
Tutto ciò conferma, secondo The Jewish Voice, che l’accordo tra Israele ed Egitto è rimasto un accordo tra Stati e governi, non tra popoli.
Questa distinzione è essenziale.
Gli apparati di sicurezza possono cooperare. I governi possono parlarsi. Le ambasciate possono restare aperte. Gli eserciti possono coordinarsi. Ma se le società continuano a percepirsi come nemiche, la pace rimane fragile, incompleta, vulnerabile.
È questa la vera inquietudine israeliana: non una minaccia militare immediata da parte dell’Egitto, ma una distanza culturale e psicologica che potrebbe, in futuro, trasformarsi in una minaccia politica.
L’Egitto tra diplomazia, Palestina e opinione pubblica
Per comprendere la posizione egiziana, tuttavia, è necessario considerare anche il peso della causa palestinese.
L’Egitto è stato il primo Paese arabo a firmare la pace con Israele, ma non ha mai abbandonato la centralità della questione palestinese. L’opinione pubblica egiziana, come gran parte delle opinioni pubbliche arabe, continua a percepire la Palestina come una ferita storica e morale.
Le guerre a Gaza, le immagini delle vittime civili, la questione del valico di Rafah, il timore di uno sfollamento forzato dei palestinesi verso il Sinai, hanno alimentato negli ultimi anni una fortissima ostilità verso Israele.
Dal punto di vista egiziano, questa ostilità viene spesso interpretata non come antisemitismo, ma come solidarietà verso il popolo palestinese e come rifiuto delle politiche israeliane.
È qui che si apre la frattura interpretativa.
Per molti egiziani, criticare Israele non significa odiare gli ebrei. Per molti israeliani, invece, il linguaggio usato da certi media egiziani supera il confine della critica politica e riproduce stereotipi antiebraici classici.
La domanda finale: Israele può cambiare questa ostilità?
Il sito israeliano conclude ponendo una domanda cruciale: Israele dispone di strumenti per attenuare questa ostilità e trasformare la pace fredda in un accordo più conciliatorio?
La risposta non è semplice.
Israele potrebbe certamente investire in diplomazia pubblica, scambi culturali, cooperazione economica e dialogo accademico. Potrebbe cercare di distinguere meglio tra il popolo egiziano, il governo egiziano e i media. Potrebbe anche lavorare per ridurre le tensioni legate alla questione palestinese.
Ma il nodo resta politico.
Finché la guerra a Gaza, l’occupazione, la questione dei prigionieri palestinesi, la colonizzazione e il futuro di Gerusalemme resteranno irrisolti, sarà difficile immaginare una vera normalizzazione popolare tra Israele e il mondo arabo.
Allo stesso tempo, l’Egitto non può ignorare il rischio che la critica politica a Israele scivoli in linguaggi apertamente antisemiti, soprattutto quando vengono evocati i Protocolli dei Savi di Sion, la negazione della Shoah o immagini religiose ostili agli ebrei in quanto tali.
A quasi mezzo secolo dalla firma del trattato di pace, il rapporto tra Egitto e Israele rimane uno dei pilastri della stabilità mediorientale, ma anche una delle sue contraddizioni più evidenti.
Sul piano strategico, Il Cairo e Tel Aviv continuano ad avere bisogno l’uno dell’altro. L’Egitto resta un mediatore indispensabile nelle crisi di Gaza, un attore centrale per il controllo del Sinai e un interlocutore essenziale per gli Stati Uniti e per l’intero equilibrio regionale.
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