Nel Mar Rosso non tutte le bandiere hanno lo stesso valore e non tutte le petroliere corrono gli stessi rischi. I dati raccolti dalla società di analisi marittima Windward mostrano una realtà che va oltre il semplice problema della sicurezza della navigazione: mentre alcune navi legate all’Arabia Saudita rinunciano al passaggio attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb e circumnavigano l’Africa, le unità riconducibili alla Cina continuano a transitare senza incidenti.
Almeno sei petroliere collegate agli interessi sauditi — Aramco Jubail, Aramco Ras Tanura, Al Dasma, Damsa, Landbridge Wisdom e Maran Canopus — avrebbero deviato la rotta verso il Capo di Buona Speranza dopo gli attacchi condotti dagli Houthi contro navi saudite.
Tra il 20 luglio e il 2 agosto, quattro petroliere legate a Riad sarebbero state colpite. Nello stesso periodo, ventidue navi riconducibili alla Cina avrebbero attraversato Bab el-Mandeb e fatto scalo nei porti sauditi senza subire aggressioni.
La differenza non è marittima. È politica.
Il prezzo della deviazione
Evitare il Mar Rosso significa allungare drasticamente le rotte tra il Golfo, l’Asia e l’Europa. Secondo Windward, alcuni viaggi sarebbero passati da circa 24 giorni a più di 56, con un aggravio compreso tra 2 e 2,5 milioni di dollari per ciascuna traversata.
Aumentano il consumo di carburante, i costi degli equipaggi, i premi assicurativi e il tempo durante il quale la nave resta indisponibile per altri carichi. Il risultato è una riduzione dell’efficienza complessiva della flotta e una pressione crescente sui prezzi del trasporto energetico.
Per l’Arabia Saudita, uno dei maggiori esportatori mondiali di petrolio, il problema non riguarda soltanto le singole navi. Riguarda l’affidabilità delle proprie vie commerciali e la possibilità di consegnare le forniture nei tempi previsti.
Ogni deviazione attorno all’Africa diminuisce il vantaggio geografico del Golfo Persico rispetto ai concorrenti. Le esportazioni russe dirette verso l’Asia, quelle statunitensi attraverso l’Atlantico e quelle africane possono diventare relativamente più competitive.
La minaccia degli Houthi produce quindi un effetto economico che va ben oltre il valore delle navi colpite. Trasforma la geografia in un costo e il rischio militare in un fattore di prezzo.
La selezione politica dei bersagli
Il fatto che le navi cinesi continuino a transitare senza incidenti suggerisce l’esistenza di intese specifiche o, almeno, di un riconoscimento politico da parte degli Houthi.
Le unità cinesi avrebbero mantenuto attivi i sistemi automatici di identificazione durante l’intero viaggio. Non avrebbero quindi cercato di nascondere posizione, rotta o identità. Al contrario, la visibilità sembrerebbe essere diventata una forma di protezione: rendersi riconoscibili come navi autorizzate, estranee agli obiettivi scelti dal movimento yemenita.
Si delinea così una sorta di corridoio selettivo. Bab el-Mandeb non è completamente chiuso, ma il diritto di attraversarlo dipende sempre meno dalle regole internazionali e sempre più dalla nazionalità, dagli accordi politici e dai rapporti con gli attori armati della regione.
Gli Houthi dimostrano di possedere non soltanto la capacità di colpire, ma anche quella di discriminare i bersagli. È un elemento militarmente importante. La minaccia non consiste in una violenza casuale contro il traffico commerciale, bensì in un sistema di interdizione mirata.
La valutazione militare
Sul piano operativo, gli Houthi non hanno bisogno di controllare fisicamente lo stretto. È sufficiente mantenere una credibile capacità di attacco con missili, droni e imbarcazioni esplosive.
Il loro obiettivo non è affondare tutte le petroliere, impresa impossibile, ma convincere armatori e assicuratori che alcune rotte sono troppo pericolose. Bastano pochi attacchi riusciti per modificare il comportamento di decine di navi.
Questa è una forma moderna di controllo marittimo indiretto. La potenza non deriva dal possesso di una grande flotta, ma dalla capacità di imporre costi all’avversario.
Le marine occidentali e regionali possono intercettare una parte dei missili e dei droni, ma non possono garantire una protezione assoluta lungo un corridoio vasto e trafficato. Ogni intercettazione richiede inoltre munizioni costose, spesso utilizzate contro sistemi molto più economici.
Gli Houthi sfruttano quindi una favorevole asimmetria: spendono relativamente poco per costringere gli avversari a impiegare mezzi navali, intercettori e risorse assicurative di valore assai superiore.
Pechino raccoglie i dividendi della neutralità
La Cina appare come la principale beneficiaria politica di questa distinzione. Pechino intrattiene rapporti con l’Iran, dialoga con l’Arabia Saudita e mantiene una linea prudente nei confronti degli Houthi.
La sua presenza economica nella regione non è accompagnata dallo stesso livello di esposizione militare degli Stati Uniti. Questo le consente di presentarsi come potenza commerciale non direttamente coinvolta nelle guerre mediorientali, pur beneficiando della sicurezza garantita da intese politiche separate.
Se le navi cinesi possono attraversare Bab el-Mandeb mentre quelle saudite devono circumnavigare l’Africa, Pechino ottiene un vantaggio logistico e commerciale evidente. Le sue compagnie risparmiano tempo, carburante e assicurazioni, mentre i concorrenti sostengono costi crescenti.
Il corridoio sicuro diventa così uno strumento geoeconomico. La Cina non conquista lo stretto con una flotta, ma con relazioni diplomatiche capaci di proteggere il proprio traffico.
Il paradosso saudita
La situazione è particolarmente umiliante per Riad. L’Arabia Saudita si trova a vedere minacciate le proprie petroliere da un movimento yemenita contro il quale ha combattuto per anni, mentre le navi cinesi attraversano indenni lo stesso spazio marittimo.
Questo dimostra i limiti della superiorità militare saudita. Riad dispone di aerei, sistemi missilistici e armamenti avanzati, ma non è riuscita a eliminare la capacità degli Houthi di influire sulle proprie esportazioni.
Il regno deve ora scegliere tra tre opzioni: aumentare la protezione militare, cercare un’intesa politica con il movimento yemenita oppure accettare il costo permanente delle rotte alternative.
La prima soluzione rischia di riaprire una guerra che l’Arabia Saudita aveva cercato di congelare. La seconda comporterebbe concessioni politiche. La terza trasformerebbe la vulnerabilità marittima in un danno economico strutturale.
Il nuovo ordine del Mar Rosso
Bab el-Mandeb sta diventando il laboratorio di un ordine marittimo frammentato. Le regole universali della navigazione cedono il passo a garanzie negoziate nave per nave, Stato per Stato.
Le petroliere saudite fuggono verso il Capo di Buona Speranza. Quelle cinesi continuano a passare mostrando chiaramente la propria identità. Non è soltanto una differenza di rotta: è la rappresentazione concreta di un mutamento nei rapporti di forza.
La Cina dimostra che la protezione delle proprie catene di approvvigionamento può essere ottenuta anche attraverso il riconoscimento politico. L’Arabia Saudita scopre invece che la ricchezza energetica e la potenza militare non garantiscono automaticamente la libertà di navigazione.
Nel Mar Rosso, oggi, non conta soltanto quale carico trasporta una nave. Conta soprattutto chi può garantire che quella nave non diventi un bersaglio.
