Le piante rappresentano la componente dominante della biomassa terrestre, eppure continuiamo a osservare il mondo soprattutto attraverso una prospettiva animale e antropocentrica. Stefano Mancuso ci invita a cambiare sguardo e a riconoscere nelle piante forme di intelligenza distribuita, capacità di comunicazione, adattamento e cooperazione. Dalle reti sotterranee tra radici e funghi alle foreste come sistemi complessi, dagli alberi millenari come testimoni della storia ambientale alla distruzione delle foreste provocata dall’attività umana, il pensiero di Mancuso propone una diversa interpretazione del rapporto tra uomo e natura. Al centro della sua proposta c’è anche l’obiettivo di piantare MILLE MILIARDI DI ALBERI per contribuire a contrastare la crisi climatica. Ma la vera domanda è più ampia: possiamo imparare dal mondo vegetale a sostituire alla logica della competizione permanente una cultura della cooperazione?
Perché parlare di alberi

Viviamo in un mondo nel quale la competizione sembra essere diventata la regola dei rapporti tra gli uomini e tra i Paesi. Competizione economica, politica, tecnologica e, nei casi più estremi, militare. Una competizione che troppo spesso finisce per trasformarsi in conflitto.
C’è una frase, attribuita nella tradizione popolare ai popoli nativi americani, che esprime con straordinaria semplicità il rischio di questo modello:
“Quando avremo abbattuto l’ultimo albero, catturato l’ultimo pesce e avvelenato l’ultimo fiume, ci accorgeremo che non possiamo mangiare il denaro.”
Al di là della sua attribuzione storica, il significato è potente: possiamo continuare a competere per conquistare ricchezza e risorse, ma non possiamo dimenticare le condizioni che rendono possibile la nostra stessa vita.
Forse, allora, vale la pena provare a guardare il mondo da un’altra prospettiva. Non più soltanto attraverso gli occhi dell’uomo e della sua incessante competizione, ma attraverso quelli — metaforicamente — delle piante. È proprio da qui che parte il pensiero di Stefano Mancuso, uno dei principali studiosi italiani della neurobiologia vegetale.
1. Capovolgere il punto di vista: la Terra non è un pianeta animale

Una delle intuizioni più forti del pensiero di Stefano Mancuso consiste nel chiedere all’uomo di cambiare radicalmente il proprio punto di vista sulla vita. Siamo abituati a raccontare la storia della vita attraverso gli animali. La zoologia, l’antropologia e persino il nostro immaginario quotidiano ci portano a considerare gli animali come la forma paradigmatica della vita: si muovono, comunicano, hanno occhi, orecchie, cervello e comportamenti che riconosciamo immediatamente. Le piante, al contrario, vengono spesso percepite come uno sfondo: il paesaggio nel quale si svolge la nostra storia. Per Mancuso è esattamente il contrario.
La Terra è, prima di tutto, un pianeta vegetale.
Nella presentazione di La pianta del mondo, Laterza riporta una formulazione estremamente netta: gli animali rappresentano soltanto lo 0,3% della biomassa del pianeta, mentre le piante ne rappresentano circa l’87%. Da questa sproporzione Mancuso ricava una domanda provocatoria: se gli animali sono una parte quantitativamente minuscola della vita, perché continuiamo a utilizzare prevalentemente l’esperienza animale come modello per definire intelligenza, comportamento e organizzazione della vita?
In alcune sue lezioni e interviste Mancuso formula la stessa idea dicendo che gli animali rappresentano lo 0,3% della vita e che il restante 99,7% appartiene al mondo non animale. La formulazione è stata riportata anche da Rai e dalla stampa. È importante però comprendere bene questo numero.
Il 99,7% non significa “piante e funghi”
Il 99,7% è una formulazione riferita alla contrapposizione divulgativa fra animali e tutto ciò che non è animale. Non bisogna quindi trasformarla matematicamente in “87% piante + 12,7% funghi”. La moderna stima globale della biomassa elaborata da Bar-On, Phillips e Milo, pubblicata su PNAS, considera circa 550 gigatonnellate di carbonio nella biosfera: circa 450 Gt C nelle piante, 70 nei batteri, 12 nei funghi, 7 negli archei, 4 nei protisti e circa 2 negli animali.
Il messaggio di Mancuso, dunque, non deve essere letto come una precisa tabella tassonomica, ma come una rivoluzione dello sguardo: la parte animale della vita è piccolissima rispetto alla massa complessiva del mondo vivente, mentre le piante costituiscono di gran lunga la componente dominante. Ed è proprio questa sproporzione che rende così potente la domanda di Mancuso: è plausibile pensare che l’intelligenza sia una prerogativa esclusiva di quello 0,3%?
2. Se non hanno un cervello, le piante possono essere intelligenti?

Qui entra in gioco il cuore della ricerca di Mancuso: la cosiddetta neurobiologia vegetale.
Il problema nasce innanzitutto dalla definizione di intelligenza.
Nella concezione tradizionale, l’intelligenza sembra richiedere un cervello: esiste un centro che riceve informazioni, le elabora e ordina al resto dell’organismo come comportarsi.
Gli animali, compreso l’uomo, sono organizzati prevalentemente secondo questo modello.
Le piante sono completamente diverse.
Non possiedono un cervello centrale e non possiedono un sistema nervoso paragonabile a quello animale. Eppure sono capaci di percepire l’ambiente, riconoscere variazioni di luce, umidità, gravità e temperatura, reagire a stimoli chimici e meccanici, modulare la propria crescita, comunicare attraverso segnali chimici ed elettrici e modificare il proprio comportamento in relazione alle condizioni ambientali.
Mancuso propone quindi una definizione più ampia dell’intelligenza: la capacità di risolvere problemi utilizzando le informazioni disponibili.
In questo senso una pianta può essere intelligente senza avere un cervello.
Un esempio particolarmente significativo è rappresentato dalle radici. Mancuso ha studiato la capacità degli apici radicali di percepire l’ambiente e modificare la direzione della crescita. Esistono inoltre ricerche, alle quali Mancuso ha partecipato, che mostrano come le interazioni tra radici possano essere interpretate attraverso modelli di elaborazione e di calcolo distribuito.
Il punto non è sostenere che una radice “pensa” come un essere umano.
È, piuttosto, mettere in discussione l’idea che per risolvere problemi sia indispensabile possedere un cervello.
3. L’intelligenza distribuita: il contrario del modello umano

Questa è forse una delle differenze più profonde tra il mondo animale e quello vegetale. L’animale tende ad avere una struttura centralizzata. Se perdiamo il cervello, perdiamo l’organismo. La pianta, invece, possiede una struttura distribuita, modulare e ridondante. Una parte della pianta può essere danneggiata e le altre parti possono continuare a funzionare. Le funzioni non sono concentrate in un unico centro.
Per Mancuso questa caratteristica costituisce una delle grandi lezioni evolutive delle piante. Un albero non è intelligente perché possiede un “cervello nascosto” equivalente al nostro.
È intelligente perché l’intelligenza è distribuita nell’intero organismo. Questo principio apre una prospettiva completamente diversa: non un comandante che impartisce ordini a un esercito di cellule, ma una rete di elementi che percepiscono, elaborano informazioni e reagiscono localmente. È una forma di intelligenza che assomiglia più a una rete che a una piramide. Ed è proprio qui che il mondo vegetale diventa, per Mancuso, non soltanto un oggetto biologico da studiare ma anche un modello per la società e per la tecnologia.
4. Le piante non vivono isolate: la rete sotterranea

Un altro elemento fondamentale della visione di Mancuso è che non dobbiamo pensare all’albero come a un individuo completamente isolato. Nel bosco ogni albero è inserito in una rete di relazioni. Le radici interagiscono con quelle delle altre piante e, soprattutto, con le reti micorriziche formate dall’associazione tra radici e funghi. Queste reti sotterranee sono diventate note nella divulgazione con l’espressione Wood Wide Web.
La ricerca scientifica mostra che le piante interagiscono continuamente tra loro e che le reti possono avere un ruolo nello scambio di segnali e risorse; allo stesso tempo, la letteratura scientifica invita a evitare di trasformare automaticamente queste interazioni in una copia biologica di Internet o in una prova di intenzioni coscienti. Mancuso, però, utilizza questa realtà biologica per costruire una delle sue metafore più potenti. Il bosco può essere considerato un super-organismo. Non esiste soltanto il singolo albero. Esiste una comunità di alberi, radici, funghi, microrganismi, acqua, suolo e materia organica, nella quale ogni elemento è collegato agli altri.
5. Collaborare invece di combattere

È qui che la teoria di Mancuso assume anche una dimensione filosofica e politica. L’uomo tende a rappresentare la natura come una gigantesca competizione: il più forte sopravvive, gli individui competono per le risorse, la selezione elimina i più deboli. Mancuso non nega l’esistenza della competizione. Ma sostiene che la cooperazione è altrettanto fondamentale per la vita.
Le piante forniscono un modello particolarmente interessante perché la loro sopravvivenza dipende da un’enorme quantità di interazioni. Gli alberi possono comunicare attraverso segnali chimici; le radici interagiscono con il suolo e con altri organismi; le micorrize stabiliscono relazioni simbiotiche; le comunità vegetali modificano reciprocamente le condizioni ambientali. Da qui nasce la metafora degli accordi, degli scambi e dei “contratti” tra piante. È meglio, tuttavia, chiamarli scientificamente interazioni, scambi e relazioni cooperative, lasciando a Mancuso la libertà della metafora.
Il significato filosofico resta potentissimo: la sopravvivenza non è necessariamente il risultato dell’individuo che prevale sugli altri; può essere il risultato di una rete nella quale gli individui riescono a sostenersi reciprocamente.
E qui il mondo vegetale diventa una provocazione per il mondo umano. Gli esseri umani hanno costruito società estremamente complesse, ma continuano a ricorrere alla guerra, alla distruzione e alla competizione distruttiva come strumenti per risolvere i conflitti. Le piante, con una storia evolutiva enormemente più lunga della nostra, rappresentano invece un altro modello: resistere, adattarsi, cooperare, distribuire le funzioni e continuare a vivere come rete.
6. Le piante hanno un altro enorme vantaggio: il tempo

C’è poi un’altra caratteristica del mondo vegetale che per l’uomo è quasi inconcepibile. La durata. La nostra specie esiste da poche centinaia di migliaia di anni. Molti alberi possono vivere per centinaia di anni. Alcuni raggiungono migliaia di anni. Questo significa che un albero millenario può essere contemporaneo di generazioni e generazioni di esseri umani che ormai sono completamente scomparse. Un albero può avere iniziato la propria vita quando una città non esisteva ancora, quando un confine politico era completamente diverso, quando una lingua oggi estinta era ancora parlata. Può essere rimasto fermo nello stesso luogo mentre tutto il mondo intorno cambiava. È questa la ragione per cui gli alberi antichi possono essere considerati testimoni viventi della storia del pianeta e della storia umana.
7. L’albero patriarca come archivio vivente

Questa idea è particolarmente importante per il progetto che questo scienziato sta promuovendo. Quando osserviamo un grande albero millenario, non dovremmo vedere semplicemente un organismo molto vecchio. Dovremmo vedere un archivio biologico.
Gli anelli di accrescimento del tronco registrano variazioni ambientali e climatiche. La dendrocronologia permette infatti di ricostruire sequenze climatiche del passato e, in alcuni casi, di mettere in relazione eventi storici con condizioni climatiche eccezionali. Mancuso ha sottolineato proprio questo valore degli alberi antichi: non sono importanti soltanto perché assorbono CO₂, ma anche perché conservano informazioni sulla storia ambientale. Una recente ricostruzione dedicata agli alberi straordinari italiani ricorda, per esempio, come gli anelli delle querce abbiano contribuito a comprendere le condizioni climatiche eccezionalmente fredde e piovose che caratterizzarono il 1241 e che possono aver contribuito alla ritirata dell’esercito di Gengis Khan dall’Europa.
Quindi la metafora del “testimone oculare” è suggestiva, ma va formulata con precisione. L’albero non conserva ricordi autobiografici come un essere umano. Non possiede una memoria narrativa che possa raccontarci verbalmente ciò che ha visto. Ma il suo corpo conserva tracce fisiche delle condizioni ambientali attraverso le quali è passato. In questo senso è davvero un testimone. Non parla. Registra. E noi possiamo imparare a leggere ciò che ha registrato.
8. Perché gli alberi antichi sono insostituibili

Questo introduce una distinzione fondamentale per qualsiasi progetto di riforestazione. Piantare un giovane albero non equivale a sostituire un albero millenario. Se abbattiamo un albero di mille anni e ne piantiamo mille giovani, non abbiamo ricostruito ciò che abbiamo perso. Abbiamo ricostruito, forse, una parte della biomassa futura.
Ma abbiamo perso:
- secoli di crescita;
- una struttura biologica complessa;
- cavità e microhabitat;
- legno morto;
- relazioni con funghi e microrganismi;
- una posizione consolidata nell’ecosistema;
- una storia climatica registrata;
- un patrimonio genetico e biologico adattato a quel luogo;
- una comunità di organismi che si è sviluppata intorno a quell’albero.
Per questo la strategia ambientale dovrebbe avere due movimenti simultanei: proteggere gli alberi antichi che esistono ancora e aumentare contemporaneamente la superficie forestale dove è opportuno farlo. La seconda azione non può essere utilizzata come giustificazione per la distruzione della prima.
9. La grande perdita: non abbiamo semplicemente abbattuto alberi

Qui arriviamo al problema storico. L’umanità non ha semplicemente abbattuto qualche foresta. Ha progressivamente trasformato la superficie terrestre. L’invenzione dell’agricoltura ha permesso alla nostra specie di sostituire vaste superfici di ecosistemi naturali con campi, pascoli e insediamenti. Nel corso della storia questa trasformazione è diventata sempre più intensa.
Mancuso ha utilizzato una stima estremamente impressionante: dall’inizio dell’agricoltura, circa 15.000 anni fa, l’umanità avrebbe eliminato nell’ordine di 3.000 miliardi di alberi, dei quali circa 2.000 miliardi negli ultimi due secoli. La cifra compare nelle sue dichiarazioni pubbliche sulla necessità di aumentare enormemente la superficie arborea del pianeta. Questi numeri vanno trattati come stime divulgative attribuite a Mancuso, non come un conteggio diretto e verificabile di ogni albero abbattuto nella storia umana.
Il dato scientificamente più robusto è però il quadro generale: l’attività umana ha ridotto enormemente la biomassa e la popolazione degli organismi selvatici e trasformato la superficie terrestre. La grande analisi di Bar-On, Phillips e Milo ha mostrato, per esempio, che la biomassa delle piante domina ancora oggi la biosfera, mentre il peso dell’azione umana sulla distribuzione della biomassa è stato enorme.
10. La foresta non è una piantagione di alberi

Questa distinzione è essenziale. Dire “piantiamo alberi” può essere fuorviante se si dimentica che un ecosistema forestale è qualcosa di molto più complesso di una superficie coperta da tronchi. Una foresta antica comprende alberi di età diverse, specie diverse, funghi, insetti, uccelli, mammiferi, microrganismi, acqua, suolo, materia organica e legno morto.
La Commissione Europea e l’Agenzia Europea dell’Ambiente sottolineano infatti la scarsità delle foreste primarie e vetuste in Europa e la loro particolare importanza per la biodiversità. La grande maggioranza delle foreste europee è stata sottoposta a forme di gestione o influenza umana. Perciò una piantagione di alberi e una foresta primaria non sono equivalenti. Una strategia seria dovrebbe quindi privilegiare, quando possibile: protezione → rigenerazione naturale → restaurazione ecologica → riforestazione appropriata. Piantare alberi è uno strumento, non un fine in sé.
11. La proposta di Mancuso: mille miliardi di alberi
Da questa consapevolezza nasce una delle proposte più conosciute di Mancuso. Non un miliardo. Mille miliardi di alberi. La proposta è stata formulata da Mancuso come una delle risposte pratiche più immediate alla crisi climatica. In diverse occasioni ha sostenuto che l’obiettivo globale dovesse essere quello di mettere a dimora circa 1.000 miliardi di alberi.
Il ragionamento è semplice nella sua struttura:
- abbiamo trasformato e ridotto enormemente la copertura arborea del pianeta;
- gli alberi assorbono CO₂ attraverso la fotosintesi;
- aumentare la biomassa vegetale significa aumentare la quantità di carbonio sottratta temporaneamente all’atmosfera;
- ricostruire ecosistemi vegetali produce contemporaneamente benefici per biodiversità, suolo, acqua e microclima;
- quindi dobbiamo aumentare enormemente il numero e soprattutto la qualità degli ecosistemi arborei presenti sul pianeta.
Per l’Italia Mancuso ha indicato, nelle sue formulazioni pubbliche, una quota nell’ordine di 2 miliardi di alberi, sostenendo che il Paese avrebbe potuto arrivare anche a circa 6 miliardi utilizzando terreni agricoli abbandonati.
12. Ma mille miliardi di alberi non significano mille miliardi di piantine messe a caso

Questo è probabilmente il punto più importante da conservare se la proposta dovrà trasformarsi in un progetto internazionale. Il vero obiettivo non dovrebbe essere:
“piantare il maggior numero possibile di alberi”.
Dovrebbe essere:
“aumentare in modo permanente, ecologicamente appropriato e misurabile la superficie e la qualità degli ecosistemi arborei del pianeta”.
Un progetto internazionale serio dovrebbe quindi misurare almeno:
- alberi effettivamente sopravvissuti;
- superficie ripristinata;
- specie utilizzate;
- biodiversità;
- carbonio sequestrato;
- qualità del suolo;
- disponibilità idrica;
- rigenerazione naturale;
- protezione degli alberi esistenti;
- durata del progetto;
- coinvolgimento delle comunità locali.
Il semplice conteggio delle piantine messe a dimora può infatti produrre un risultato apparente senza garantire un risultato ecologico.
13. Gli alberi non devono diventare una scusa per continuare a emettere CO₂
Anche qui è necessaria una precisazione rispetto alle formulazioni più radicali della proposta. Gli alberi possono contribuire in modo importante alla rimozione del carbonio atmosferico, ma non possono sostituire la riduzione delle emissioni alla fonte. Non avrebbe senso continuare a bruciare combustibili fossili contando sul fatto che gli alberi assorbiranno successivamente la CO₂ prodotta. La riforestazione deve essere quindi una componente della transizione ecologica, insieme alla riduzione delle emissioni, alla protezione degli ecosistemi esistenti e alla trasformazione dei sistemi energetici e produttivi. La forza della proposta di Mancuso sta soprattutto nell’aver trasformato un’idea apparentemente semplice — piantare alberi — in una questione politica planetaria.
14. La vera lezione delle piante: non dominare, ma adattarsi
Tutti questi elementi convergono in una concezione più ampia. Le piante hanno avuto centinaia di milioni di anni per sviluppare strategie di sopravvivenza. Non corrono. Non possono fuggire. Non possono combattere fisicamente un predatore come può fare un animale. Eppure hanno colonizzato quasi ogni ambiente del pianeta. Lo hanno fatto attraverso una combinazione di: adattamento, modularità, ridondanza, cooperazione, simbiosi, comunicazione e capacità di utilizzare in modo estremamente efficiente le risorse disponibili.
È proprio questa capacità di adattarsi che Mancuso pone al centro anche del suo lavoro più recente. In La versione degli alberi, per esempio, costruisce narrativamente una società vegetale caratterizzata da tempi millenari, scambi di informazioni attraverso le radici, adattamento e collaborazione. Il libro è un romanzo, non un trattato scientifico, ma è significativo perché mostra come il pensiero di Mancuso trasformi la biologia vegetale in una proposta culturale: guardare la società degli alberi per immaginare società umane diverse.
15. Dalla biologia alla filosofia: l’uomo non è il centro
Il punto conclusivo della teoria di Mancuso è dunque filosofico. La nostra civiltà ha costruito una rappresentazione antropocentrica del mondo. Noi siamo il soggetto. Gli altri organismi sono risorse. Gli alberi sono legname. Le foreste sono superfici da sfruttare. Il suolo è uno spazio produttivo. Gli animali sono cibo, strumenti o compagnia. Le piante sono decorative. Mancuso propone di capovolgere questa gerarchia. Non significa mettere le piante “al posto dell’uomo”.
Significa riconoscere che l’uomo è una parte di una rete biologica molto più grande della propria specie. La nostra sopravvivenza dipende da organismi che per secoli abbiamo considerato inferiori. E questo produce una conseguenza etica molto forte: non possiamo proteggere il futuro dell’umanità senza proteggere le condizioni biologiche che rendono possibile l’esistenza dell’umanità.
16. Un nuovo modo di guardare un albero
A questo punto possiamo tornare all’immagine dell’albero patriarca. Un uomo che guarda un albero millenario vede un tronco. La prospettiva di Mancuso ci invita a vedere qualcosa di completamente diverso. Vediamo un organismo che può avere attraversato secoli o millenni. Vediamo una struttura che raccoglie acqua, carbonio e luce. Vediamo radici che penetrano nel terreno e interagiscono con una comunità biologica. Vediamo un organismo inserito in una rete. Vediamo un essere vivente capace di percepire e reagire all’ambiente senza possedere un cervello. Vediamo un archivio naturale nel quale gli anni hanno lasciato tracce. Vediamo un sopravvissuto. Vediamo un testimone. E, soprattutto, vediamo qualcosa che ci ricorda una verità scomoda: l’albero può vivere senza l’uomo; l’uomo non può vivere senza il mondo vegetale.
17. Dalla teoria al progetto: perché la proposta dei mille miliardi può diventare un progetto internazionale
È proprio qui che il pensiero di Mancuso può trasformarsi in una proposta politica e culturale. La cifra dei mille miliardi non dovrebbe essere interpretata soltanto come un gigantesco obiettivo quantitativo. Può diventare il simbolo di una nuova forma di cooperazione internazionale. Ogni Paese potrebbe assumersi una parte dell’obiettivo. Ma non limitandosi a piantare alberi. Dovrebbe impegnarsi a:
proteggere i patriarchi e le foreste antiche;
restaurare gli ecosistemi degradati;
favorire la rigenerazione naturale;
piantare specie appropriate nei luoghi appropriati;
creare corridoi ecologici;
aumentare il verde urbano;
recuperare terreni degradati o abbandonati;
misurare la sopravvivenza degli alberi nel tempo;
misurare il carbonio effettivamente sequestrato;
coinvolgere le comunità locali;
creare una rete internazionale di monitoraggio.
In questa prospettiva il numero “mille miliardi” diventa quasi un linguaggio comune. Non appartiene a un singolo Paese. Non appartiene a una singola ideologia. Non appartiene a una singola tecnologia. È un obiettivo biologico che può essere tradotto in migliaia di progetti locali.
18. La vera idea: costruire una “rete delle foreste”
Ed è qui che il pensiero di Mancuso diventa particolarmente interessante per un progetto internazionale. Se le piante ci insegnano che la forza non deriva soltanto dal singolo individuo ma dalla rete, allora anche il progetto dei mille miliardi dovrebbe essere concepito come una rete. Non: un miliardo di alberi qui, un miliardo là, senza relazione. Ma: milioni di comunità locali collegate in un unico progetto planetario. Ogni foresta restaurata diventa un nodo. Ogni albero patriarca diventa un archivio. Ogni scuola coinvolta diventa un centro educativo. Ogni città che aumenta il proprio patrimonio arboreo diventa un laboratorio. Ogni agricoltore che recupera una fascia forestale diventa un custode. Ogni Paese contribuisce con una quota. Ogni progetto viene misurato. E tutti i dati confluiscono in una piattaforma globale. La proposta potrebbe quindi passare dalla logica: “piantiamo mille miliardi di alberi” alla logica più ambiziosa: “costruiamo una rete planetaria di ecosistemi vegetali”.
19. La lezione finale

La grande provocazione di Stefano Mancuso non è, in fondo, semplicemente botanica. È una domanda sul nostro modello di civiltà. Se la maggior parte della biomassa del pianeta appartiene alle piante; se la vita animale dipende dal mondo vegetale; se le piante sono capaci di percepire, reagire, comunicare e cooperare senza un cervello centrale; se gli alberi possono vivere per centinaia o migliaia di anni; se le foreste costituiscono sistemi complessi e interconnessi; se l’umanità ha trasformato radicalmente la superficie vegetale del pianeta; e se oggi la crisi climatica e la perdita di biodiversità minacciano le condizioni stesse della nostra sopravvivenza, allora la domanda non è più soltanto:
“Quanti alberi dobbiamo piantare?”
La domanda diventa:
“Che tipo di rapporto vogliamo avere con il mondo vivente?”
Ed è qui che la proposta dei mille miliardi di alberi può assumere un significato molto più grande di una semplice operazione di riforestazione. Può diventare un progetto di cooperazione internazionale. Un progetto scientifico. Un progetto climatico. Un progetto di biodiversità. Un progetto educativo. Un progetto economico. E, soprattutto, un progetto culturale. Perché forse la prima cosa che dobbiamo piantare non è un albero. È un modo diverso di pensare il rapporto tra l’uomo e la vita sulla Terra.
FOTOGRAFIE DEGLI ALBERI: PATRIZIA BOI
















































