L’industria marittima teme che una tassa obbligatoria nello stretto apra la strada a nuovi costi nei passaggi strategici del pianeta
Otto tra le maggiori associazioni mondiali del trasporto marittimo hanno chiesto alle Nazioni Unite e all’Organizzazione marittima internazionale di opporsi all’introduzione di qualunque pedaggio o contributo obbligatorio per il transito nello Stretto di Hormuz.
L’iniziativa nasce dal timore che una simile misura non resti confinata al Golfo Persico, ma diventi un precedente utilizzabile in altri passaggi fondamentali per il commercio mondiale. Se attraversare Hormuz dovesse trasformarsi in un servizio soggetto a pagamento, anche altri Stati affacciati su stretti internazionali potrebbero rivendicare il diritto di imporre tariffe alle navi in transito.
La questione, quindi, non riguarda soltanto il costo di una rotta energetica. Investe direttamente il principio della libertà di navigazione.
Una tassa mascherata da servizio
Nella lettera inviata il 3 agosto al segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, e al segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, le associazioni hanno sottolineato che eventuali contributi di transito o tariffe per presunti servizi avrebbero, nella sostanza, la natura di un pedaggio.
Secondo i firmatari, una misura di questo tipo indebolirebbe il quadro giuridico internazionale che disciplina la navigazione attraverso gli stretti utilizzati dal traffico mondiale.
Tra le organizzazioni coinvolte figurano la Camera internazionale della navigazione mercantile, l’associazione degli armatori del Baltico e il Consiglio mondiale del trasporto marittimo. Il loro intervento dimostra che il problema non viene considerato una controversia regionale, ma una minaccia sistemica per l’intero settore.
Il valore strategico di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più sensibili dell’economia mondiale. Attraverso questo passaggio transitano grandi quantità di petrolio, gas naturale liquefatto e prodotti energetici diretti verso Asia ed Europa.
Una tassa obbligatoria avrebbe conseguenze immediate sui costi di trasporto, sulle assicurazioni e sui prezzi finali dell’energia. Le compagnie scaricherebbero gli oneri aggiuntivi sui committenti e questi, a loro volta, sui consumatori.
Il pedaggio avrebbe quindi un effetto simile a una tassa globale sull’energia, applicata però da un singolo attore in un punto geografico che non dispone di vere alternative.
Aggirare Hormuz non è possibile. I produttori del Golfo possono utilizzare in parte oleodotti terrestri, ma la capacità di queste infrastrutture resta insufficiente rispetto ai volumi trasportati via mare. Chi controlla o condiziona il passaggio conserva pertanto un potere geoeconomico enorme.
Il rischio del precedente
La preoccupazione principale dell’industria marittima riguarda l’effetto imitativo. Se un pedaggio venisse accettato a Hormuz, altri Paesi potrebbero avanzare richieste analoghe a Bab el-Mandeb, nei Dardanelli, nello Stretto di Malacca o in altri passaggi obbligati.
Il commercio mondiale verrebbe così frammentato in una serie di corridoi sottoposti a tassazione politica. Ogni crisi regionale potrebbe trasformarsi in un aumento dei costi della navigazione e ogni Stato costiero potrebbe utilizzare la propria posizione geografica come strumento di pressione.
Si passerebbe dalla libertà dei mari alla monetizzazione degli stretti.
Per le grandi potenze commerciali sarebbe un cambiamento profondo. Cina, Giappone, Corea del Sud e Paesi europei dipendono fortemente da rotte marittime lunghe e vulnerabili. L’introduzione di tariffe nei principali passaggi obbligati aumenterebbe il costo delle importazioni, ridurrebbe la competitività industriale e favorirebbe i Paesi dotati di risorse energetiche interne.
Una questione anche militare
La disputa possiede inevitabilmente una dimensione strategica e militare. Un pedaggio applicato in un’area contesa richiede capacità di controllo, sorveglianza e, in ultima istanza, coercizione.
Per riscuotere una tariffa occorre identificare le navi, verificare i pagamenti e disporre di strumenti per impedire il transito a chi rifiuta. Questo significa trasformare una controversia economica in una possibile prova di forza navale.
Gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero considerare il pedaggio incompatibile con la libertà di navigazione e organizzare missioni di scorta o attraversamenti dimostrativi. L’Iran, al contrario, potrebbe interpretare tali operazioni come una violazione della propria sicurezza.
Il rischio sarebbe quello di una progressiva militarizzazione dello stretto, con incidenti, sequestri o scontri capaci di interrompere il traffico.
Geoeconomia della costrizione
Il controllo di Hormuz rappresenta una forma di potere che non dipende dalla superiorità economica complessiva, ma dalla capacità di condizionare un nodo essenziale.
È la geografia trasformata in leva politica. Un Paese può essere sottoposto a sanzioni, escluso dai mercati e militarmente inferiore, ma conservare comunque la capacità di esercitare pressione sul commercio mondiale attraverso uno stretto.
Per questo le associazioni marittime chiedono l’intervento delle istituzioni internazionali. Non vogliono soltanto evitare un costo aggiuntivo. Vogliono impedire che la navigazione mondiale venga subordinata alle decisioni unilaterali degli Stati che controllano i punti di passaggio.
La libertà dei mari alla prova
La questione di Hormuz mostra quanto fragile sia l’ordine marittimo internazionale. Le regole funzionano finché gli attori accettano di rispettarle e finché esiste una forza capace di garantirle.
L’industria marittima teme che una tariffa presentata come contributo tecnico diventi il primo passo verso un sistema nel quale ogni stretto possiede il proprio prezzo politico.
Il problema non è dunque soltanto quanto potrebbe costare attraversare Hormuz. La vera domanda è chi avrebbe il diritto di fissare quel prezzo e quali altri Paesi, il giorno dopo, potrebbero pretendere di fare lo stesso.
