di Chiara Cavalieri
TEL AVIV-Per la prima volta emergono immagini e dettagli di una missione segreta israeliana risalente al 1948, condotta con l’obiettivo di sabotare una nave destinata alla marina egiziana nel porto di Beirut. La rivelazione proviene dal sito ufficiale dell’esercito israeliano, che ha pubblicato fotografie, mappe e informazioni operative finora rimaste riservate, gettando nuova luce su uno degli episodi meno noti della guerra arabo-israeliana.

Al centro della vicenda vi è una nave denominata “Aegyris”, che in precedenza sarebbe stata utilizzata da Adolf Hitler e da alti funzionari nazisti per scopi ricreativi. Successivamente passata di mano, la nave aveva attirato l’attenzione degli ambienti militari israeliani, preoccupati che potesse essere armata e integrata nella flotta egiziana, rafforzandone le capacità nel contesto dello scontro navale in corso nel Mediterraneo orientale.

Secondo quanto riportato, l’intelligence israeliana attivò una rete operativa tra Beirut e Damasco, facendo capo all’unità “Modi’in 18”, collegata al Palmach. Attraverso agenti sotto copertura, vennero raccolte informazioni dettagliate sui movimenti della nave. Alcune fotografie, apparentemente turistiche, contenevano in realtà elementi strategici, come mappe del porto e indicazioni precise sulla posizione dell’imbarcazione.

La leadership israeliana decise quindi di procedere con un’operazione di sabotaggio, affidata a Eliyahu Rika, scelto per la sua capacità di muoversi nell’ambiente arabo e operare sotto copertura. L’operazione, denominata “David”, fu preceduta da settimane di addestramento intensivo, che includeva immersioni notturne e l’uso di cariche esplosive subacquee, sotto la supervisione di Yosel Dror, figura chiave nello sviluppo delle forze navali d’élite israeliane.
La notte del 29 novembre 1948, un’unità israeliana partì da Haifa verso le coste libanesi. Rika fu lasciato in mare su una piccola imbarcazione e iniziò una nuotata di circa due ore in acque gelide, trasportando quattro mine marine fissate al corpo. Raggiunta la nave, riuscì a collocare gli ordigni sullo scafo, per poi rientrare sulla costa e essere evacuato dalla rete operativa.
L’esplosione non avvenne immediatamente, suscitando iniziali preoccupazioni tra i responsabili dell’operazione. In seguito si scoprì che le mine erano dotate di un sofisticato meccanismo a ritardo, basato su dischi di sale e sistemi anti-manomissione. Quando l’esplosione si verificò, provocò un danno limitato ma decisivo: un foro nello scafo che causò infiltrazioni d’acqua e l’inclinazione della nave, rendendola inutilizzabile.
Secondo la ricostruzione, il re d’Egitto Farouk I d’Egitto, che aveva previsto di integrare la nave nella flotta, abbandonò il progetto dopo il sabotaggio. Il tentativo di rivenderla come yacht negli Stati Uniti fallì, portando infine allo smantellamento dell’imbarcazione.
L’operazione viene oggi presentata come un esempio precoce di cooperazione tra intelligence e marina israeliana e come un intervento volto a neutralizzare una potenziale minaccia strategica. Allo stesso tempo, il rapporto riconosce implicitamente il ruolo rilevante della marina egiziana negli equilibri regionali dell’epoca.
La pubblicazione di queste informazioni, a distanza di decenni, contribuisce ad arricchire la comprensione storica delle dinamiche militari del 1948, rivelando il livello di sofisticazione delle operazioni clandestine già nelle prime fasi del conflitto arabo-israeliano.
Fonte: sito web dell’esercito israeliano.
© 𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗼-𝗘𝗴𝗶𝘇𝗶𝗮𝗻𝗮 𝗘𝗿𝗶𝗱𝗮𝗻𝘂𝘀. 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶.
