Per comprendere la genesi dell’arretratezza e della subalternità italiana, occorre tornare al 1799 e alla figura straordinaria di Eleonora de Fonseca Pimentel. Nobile d’origine portoghese, appartenente a un’illustre famiglia aristocratica, Eleonora fu una figura d’eccezione dell’Illuminismo europeo: un’intellettuale raffinatissima, poetessa e saggista che manteneva una corrispondenza diretta con i più grandi mentori della cultura dell’epoca, da Voltaire a Filangieri.
Lontana da un’adesione puramente teorica alle idee rivoluzionarie, Eleonora fu un’innovatrice pragmatica, una scienziata sociale che concepì una trasformazione radicata nel cuore propulsivo di Napoli — una città storicamente demonizzata e stigmatizzata dai pregiudizi antimeridionali, ma da sempre reale centro nevralgico della creatività, dell’arte e del pensiero dell’intera penisola. In un contesto segnato da enormi contraddizioni strutturali, Eleonora comprese che nessuna trasformazione politica avrebbe avuto successo senza il coinvolgimento attivo del popolo e la valorizzazione di quell’energia culturale unica che Napoli custodiva.
Per questo motivo, non si limitò alla saggistica alta, ma promosse sperimentazioni pedagogiche e sociali rivoluzionarie per l’ epoca e per il contesto “storico-geografico”:
- Il teatro popolare e delle marionette: Per raggiungere la popolazione analfabetizzata, ideò e sostenne l’uso del teatro di piazza e del teatro delle marionette in chiave pedagogica e civile. Le marionette non erano più semplice intrattenimento evasivo, ma diventavano veicolo di satira contro il potere feudale, strumento di alfabetizzazione civile e di presa di coscienza per i ceti più umili.
- La democratizzazione dell’informazione: Attraverso le pagine del Monitore Napoletano, da lei diretto, sostenne la necessità di pubblicare i decreti e i giornali in lingua napoletana, spezzando il monopolio del latino e dell’italiano aulico per permettere ai “lazzaroni” di accedere direttamente al dibattito democratico.
- L’istruzione pubblica e le riforme strutturali: Propugnò la creazione di scuole laiche e gratuite comprese quelle per le bambine e per le donne, unita all’immediata abolizione dei feudi e alla redistribuzione delle terre ai contadini per spezzare il secolare giogo latifondista.
Questo straordinario slancio innovatore spaventava sia la reazione borbonica sia l’ordine patriarcale dell’epoca. Eleonora venne tradita non solo dal potere politico, ma subì un profondo e doloroso tradimento familiare: i suoi stessi consanguinei, incapaci di tollerare una donna determinata, colta, autonoma e politicamente guida del processo repubblicano, la isolarono e la rinnegarono, vedendo nella sua libertà intellettuale un’intollerabile macchia per il prestigio del casato.
Quando la Repubblica cadde, la vendetta del re Ferdinando IV e della regina Maria Carolina volle colpire doppiamente l’innovatrice e la donna ribelle. Negandole il privilegio nobiliare della decapitazione, Eleonora fu condannata al capestro in Piazza del Mercato come una popolana. Il suo corpo, esposto all’insulto di una piazza sobillata dal clero, divenne il macabro trofeo di un potere arcaico che voleva ribadire un principio: la conoscenza, la scienza sociale e la politica dovevano rimanere precluse al genere femminile.
LA TRAPPOLA DELL’ESOTERISMO: I LIMITI STRUTTURALI DELLA CARBONERIA
Dalle ceneri delle speranze giacobine del 1799 nacque la Carboneria. Organizzata in sezioni locali (Vendite) con gerarchie rigide e un linguaggio simbolico mutuato dal mestiere dei carbonai, la setta mirava all’ottenimento di Costituzioni liberali e all’indipendenza dallo straniero.
Tuttavia, l’istituzione carbonara portava in sé i germi del proprio fallimento:
- L’elitesmo e la separazione dal popolo: Composta principalmente da borghesi, alti ufficiali ed ex funzionari napoleonici, la Carboneria mantenne le masse contadine e popolari in uno stato di completa estraneità, incapace di unire le rivendicazioni di libertà politica alle istanze di riscatto sociale ed economico.
- Il segretismo e la frammentazione ideologica: La struttura piramidale e la compartimentazione delle informazioni impedivano ai militanti di base di conoscere i reali obiettivi dei vertici. Questa opacità generò confusione, paralisi e un’estrema permeabilità alle infiltrazioni delle spie e degli agenti provocatori pontifici e austriaci.
- L’ingenua fiducia nei sovrani: I carbonari cercarono ostinatamente l’alleanza con principi e monarchi (come Carlo Alberto o i Borbone), venendo regolarmente e sistematicamente traditi non appena i regnanti riprendevano il controllo della situazione.
TARGHINI E MONTANARI: L’UTOPIA CARBONARA CONTRO L’OSCURANTISMO PAPALE
Nonostante i limiti dell’organizzazione, all’interno della Carboneria militarono giovani dal profondo spessore etico. L’esempio più limpido della brutalità giudiziaria e dell’oscurantismo dello Stato Pontificio fu l’esecuzione di Angelo Targhini e Leonida Montanari, ghigliottinati a Piazza del Popolo il 23 novembre 1825 dal boia Mastro Titta.
Targhini, intagliatore venticinquenne, e Montanari, chirurgo ventiquattrenne, non erano semplici cospiratori: incarnavano una gioventù colta e romantica che voleva portare a Roma le innovazioni della modernità europea. Il loro programma politico prevedeva:
- L’abbattimento del regime teocratico papale e la secolarizzazione delle istituzioni giudiziarie e amministrative;
- La proclamazione della libertà di stampa, di associazione e di culto;
- L’introduzione di una Costituzione che garantisse l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e la fine dei privilegi del clero.
Accusati senza alcuna garanzia difensiva di lesa maestà e di un attentato a una spia infiltrata, vennero condannati a morte in un processo farsa. Sul patibolo, rifiutarono categoricamente i sacramenti e l’assoluzione dei preti, riaffermando fino all’ultimo respiro la propria fede nella libertà, nella scienza e nel progresso laico. La loro morte doveva terrorizzare i romani, ma finì per consacrarli come primi grandi martiri del Risorgimento democratico.
IL 1849 E L’ANALISI SPIETATA DI MARX SU NAPOLEONE III
Il culmine del percorso repubblicano si toccò con la Repubblica Romana del 1849, che promulgated una Costituzione avanzatissima fondata sul suffragio universale, sulla laicità e sulla cancellazione dei beni ecclesiastici per redistribuirli ai contadini.
A soffocare nel sangue quell’esperimento fu l’intervento militare della Seconda Repubblica Francese, guidata da Luigi Napoleone Bonaparte (il futuro Napoleone III). Nel suo capolavoro Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Karl Marx demolì la figura di Napoleone III, smascherando la natura cinica del “Bonavartismo”: un avventuriero politico che, dopo aver instrumentalizzato le speranze popolari del 1848, orchestrò il colpo di Stato autoritario per mettersi al servizio del capitale finanziario e della reazione clerico-borghese.
L’invio delle truppe francesi contro i repubblicani romani fu l’atto fondativo della subalternità geopolitica italiana: la Francia schiacciò la Repubblica Romana unicamente per calcolo di politica interna (compiacere il blocco elettorale cattolico) e per contenere l’influenza austriaca. L’Unità d’Italia non nacque così da una rivoluzione popolare sovrana, ma venne calata dall’alto tramite la diplomazia sabauda e i condizionamenti delle potenze straniere.
L’ITALIA CONTEMPORANEA: STRUTTURA ECONOMICA ARCAICA, MISOGINIA E DECLINO SOCIALE
Il risultato di questo Risorgimento mutilato è la riduzione dell’Italia a una sorta di “Repubblica delle Banane” dell’area euro-atlantica: uno Stato a sovranità limitata che, pur trovandosi geograficamente nell’Occidente sviluppato, presenta fragilità economiche e culturali assimilabili a quelle di un Paese subalterno.
Alla radice di questo degrado c’è innanzitutto una povertà economico-strutturale storica: l’Italia non ha mai sviluppato una borghesia industriale davvero autonoma, innovativa e indipendente. La classe dirigente economica italiana si è strutturata come un’élite subalterna, abituata a vivere al rimorchio dei grandi capitali stranieri o a esternalizzare i propri asset, lasciando il Paese in un costante processo di de-industrializzazione. Di conseguenza, il tessuto sociale italiano non si è consolidato attorno a un proletariato urbano forte e organizzato, ma si è frammentato in un vasto sottoproletariato precario e depauperato, privo di tutele economiche e di prospettive di riscatto.
Su questa struttura economica debole si innesta una misoginia sistemica che rappresenta uno dei principali impedimenti al progresso e allo sviluppo del Paese. In Italia, le donne costituiscono la maggioranza della popolazione (sopratutto tra gli adulti e gli anziani) e registrano, in media, percorsi di studio più brillanti, un numero piuttosto alto di specializzazioni e master, e voti di laurea più alti rispetto agli uomini. Tuttavia, a causa di un mercato del lavoro arcaico e di discriminazioni culturali e strutturali radicate, sono costrette ad altissimi tassi di disoccupazione, alla condizione di NEET (chi non studia né lavora: molte donne dopo il diploma o la laurea si fermano), all’inquadramento in mansioni sottopagate rispetto ai titoli posseduti, o all’emigrazione forzata all’estero. Questo sistematico spreco di capitale umano ed economico deprime il Prodotto Interno Lordo e blocca ogni spinta alla modernizzazione.
A questo quadro si aggiungono le violazioni civili che sono state oggetto di duri ammonimenti e censure ufficiali da parte delle Nazioni Unite (ONU) e dell’Unione Europea:
- La violenza istituzionale sulle donne: L’ONU e il Consiglio d’Europa (tramite il GREVIO) hanno sanzionato l’Italia per la mancata applicazione della Convenzione di Istanbul. Le donne che denunciano violenze domestiche e abusi subiscono regolarmente una grave “vittimizzazione secondaria”, trovando scarsa tutela o diffidenza da parte delle istituzioni e delle forze dell’ordine pur dopo reiterate denunce.
- L’arretratezza sui diritti civili: L’Unione Europea e la CEDU hanno più volte richiamato l’Italia per la persistente discriminazione nei confronti delle famiglie omogenitoriali e per il mancato riconoscimento del matrimonio egualitario.
- Il divario sulla rappresentanza politica: Per quanto concerne la presenza e la leadership femminile nelle decisioni pubbliche, l’Italia è stata storicamente superata persino da nazioni del Nord Africa, come la Tunisia, che avevano introdotto riforme costituzionali e normative decisamente più avanzate.
L’impoverimento economico, l’assenza di una borghesia sovrana, la sottoproletarizzazione di massa e la feroce misoginia istituzionale non sono elementi casuali, ma il sottoprodotto diretto di una nazione a cui è stata negata un’autentica rivoluzione democratica. Finché non si faranno i conti con la lezione e gli esperimenti sociali di Eleonora de Fonseca Pimentel nel 1799, con il sacrificio di Targhini e Montanari nel 1825 e con la repressione del 1849, l’Italia rimarrà incagliata nel suo ruolo di eterna, impotente e reazionaria colonia straniera.
