Chiara Cavalieri
IL CAIRO –L’Egitto si trova davanti a una delle decisioni strategiche più delicate degli ultimi anni: autorizzare un eventuale impiego delle proprie Forze Armate a sostegno dell’Arabia Saudita, minacciata dagli attacchi degli Houthi, senza compromettere la sicurezza nazionale egiziana e senza ripetere gli errori della lunga e sanguinosa campagna militare condotta nello Yemen durante la presidenza di Gamal Abdel Nasser.
Al centro della questione non vi è soltanto la solidarietà militare tra Il Cairo e Riyadh, ma un complesso intreccio di interessi geopolitici che coinvolge il Mar Rosso, lo Stretto di Bab el-Mandab, il Canale di Suez, l’Iran e gli equilibri dell’intero Medio Oriente.

Il 19 ottobre 2026, la Camera dei Rappresentanti egiziana, presieduta da Hisham Badawi, ha proseguito una sessione parlamentare a porte chiuse dedicata all’eventuale autorizzazione di una missione militare difensiva in Arabia Saudita.
La votazione conclusiva, inizialmente attesa al termine delle prime discussioni, sarebbe stata rinviata a martedì 20 ottobre, per consentire ai parlamentari di intervenire.
Una scelta che evidenzia la delicatezza politica e costituzionale della decisione.
L’interrogativo fondamentale è se l’Egitto possa difendere un alleato strategico senza essere trascinato in una guerra regionale dagli esiti imprevedibili.
IL PARLAMENTO EGIZIANO E LA SESSIONE A PORTE CHIUSE
Il parlamentare e giornalista egiziano Mustafa Bakri ed oltre 140 deputati avrebbero chiesto di intervenire nel dibattito parlamentare sull’eventuale autorizzazione all’impiego delle Forze Armate.
L’elevato numero di richieste avrebbe indotto la presidenza della Camera a prolungare le discussioni, rinviando la votazione finale.
Bakri ha precisato che il mandato in discussione avrebbe una natura strettamente difensiva e riguarderebbe un’eventuale missione sul territorio saudita, non operazioni terrestri offensive nello Yemen.
Si tratta di una distinzione essenziale.
Un intervento volto a proteggere infrastrutture strategiche, aeroporti, impianti energetici o installazioni militari saudite presenta caratteristiche profondamente diverse da una campagna destinata a conquistare o controllare territori yemeniti.
L’eventuale autorizzazione parlamentare, inoltre, non equivarrebbe automaticamente all’invio immediato di soldati.
Essa fornirebbe alla leadership politica la necessaria copertura costituzionale per valutare e, se ritenuto necessario, adottare misure militari entro i limiti del mandato approvato.
L’ARTICOLO 152 DELLA COSTITUZIONE EGIZIANA
Il quadro giuridico è definito dall’articolo 152 della Costituzione egiziana, che disciplina la dichiarazione di guerra e l’impiego delle Forze Armate in missioni di combattimento al di fuori del territorio nazionale.
La disposizione stabilisce che il Presidente della Repubblica, in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate, non possa dichiarare guerra né inviare truppe in missione di combattimento all’estero senza aver preventivamente consultato il Consiglio di Difesa Nazionale e ottenuto l’approvazione della Camera dei Rappresentanti con una maggioranza di almeno due terzi dei suoi membri.

L’articolo 130 del regolamento interno della Camera disciplina la procedura parlamentare relativa a queste decisioni.
La consultazione del Consiglio di Difesa Nazionale e il successivo passaggio parlamentare rappresentano quindi due elementi fondamentali del processo costituzionale.
È importante distinguere tre momenti: la consultazione istituzionale, l’autorizzazione parlamentare e l’eventuale decisione operativa di impiegare le Forze Armate.
Il completamento delle prime due fasi non implica necessariamente che la terza venga immediatamente attuata.
Per Abdel Fattah al-Sisi, il ricorso al Parlamento rappresenterebbe anche uno strumento per attribuire una precisa responsabilità istituzionale a una decisione che potrebbe avere conseguenze di lungo periodo sulla sicurezza e sull’economia egiziana.
PERCHÉ L’ARABIA SAUDITA È UNA QUESTIONE DI SICUREZZA NAZIONALE PER L’EGITTO
I rapporti tra Egitto e Arabia Saudita non si limitano alla cooperazione diplomatica.
I due Paesi condividono importanti interessi strategici nel Mar Rosso e nella stabilità della penisola arabica.

L’Arabia Saudita rappresenta inoltre un partner economico e politico fondamentale per Il Cairo.
Il rapporto commerciale è particolarmente importante nel settore energetico. Nei primi sei mesi del 2026 l’Egitto ha importato dall’Arabia Saudita circa 4 miliardi di dollari di combustibili, oli minerali e derivati, oltre a circa 720 milioni di dollari di materie plastiche. L’Egitto esporta invece rame, apparecchiature elettriche, prodotti agricoli e abbigliamento.
Un altro dato fondamentale riguarda i lavoratori egiziani: le rimesse dall’Arabia Saudita hanno raggiunto 12 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024/2025, contro gli 8 miliardi dell’anno precedente. Si tratta di una fonte significativa di valuta estera per l’economia egiziana.
C’è poi il rapporto finanziario: Reuters segnala un deposito saudita di 5,3 miliardi di dollari presso la Banca Centrale egiziana, in scadenza nell’ottobre 2026.
Il presidente al-Sisi ha ripetutamente sostenuto il principio secondo cui la sicurezza degli Stati arabi del Golfo è strettamente collegata alla sicurezza nazionale egiziana.
Tale impostazione risponde a una precisa visione strategica: un’eventuale destabilizzazione dell’Arabia Saudita potrebbe produrre conseguenze sull’intero sistema regionale, sulle rotte energetiche, sugli investimenti e sulla sicurezza delle comunicazioni marittime.
Secondo Ahmed Mohamed El-Shehat, esperto egiziano di sicurezza regionale e internazionale , un eventuale sostegno militare difensivo a Riyadh non contraddirebbe la dottrina militare egiziana.
La cooperazione sarebbe infatti giustificata da considerazioni storiche, geografiche e strategiche, oltre che dagli accordi e dalle relazioni esistenti tra i due Paesi.
L’Egitto aveva già partecipato, dal 2015, alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita attraverso il sostegno alle operazioni denominate “Tempesta Decisiva e Ripristinare la Speranza”, con un ruolo particolarmente significativo sul piano marittimo.
Tuttavia, l’esistenza di precedenti forme di cooperazione non significa che una nuova missione militare debba necessariamente assumere le stesse caratteristiche.
La natura dell’attuale minaccia, dominata dall’impiego di droni, missili e operazioni asimmetriche, richiede valutazioni differenti.
IL VOTO PARLAMENTARE SLITTA AL 26 OTTOBRE
Un aggiornamento significativo modifica il calendario inizialmente indicato dalle fonti egiziane.
Il Parlamento egiziano ha rinviato al 26 ottobre 2026 la votazione sull’eventuale autorizzazione al sostegno militare dell’Arabia Saudita. La decisione sarebbe maturata dopo due sessioni a porte chiuse dedicate alla richiesta del presidente al-Sisi.
Il Partito Socialdemocratico Egiziano avrebbe invitato i propri parlamentari ad astenersi, lamentando informazioni insufficienti sull’ampiezza, sui costi e sui rischi della missione.
Anche il Grande Imam di Al-Azhar ha sollecitato un’immediata mediazione diplomatica per evitare un ulteriore allargamento del conflitto.

Questi sviluppi confermano che il dibattito non riguarda semplicemente la solidarietà con Riyadh, ma le condizioni e le conseguenze concrete di un eventuale coinvolgimento militare.
IL MAR ROSSO E BAB EL-MANDAB: LA VERA POSTA STRATEGICA
Per comprendere la posizione egiziana è necessario osservare la geografia.
Il Mar Rosso costituisce uno dei principali corridoi commerciali del pianeta. Collega il Mediterraneo all’Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez, a nord, e lo Stretto di Bab el-Mandab, a sud.
Per l’Egitto, la sicurezza di queste rotte non rappresenta soltanto una questione militare, ma una necessità economica.
Gli attacchi degli Houthi contro la navigazione commerciale hanno contribuito a spingere numerose compagnie marittime a evitare il Mar Rosso, preferendo la rotta più lunga intorno al Capo di Buona Speranza.
Le conseguenze si riflettono direttamente sulle entrate del Canale di Suez, una delle principali fonti di valuta estera del Paese. A causa della guerra sono documentate circa 10 miliardi di dollari di perdite cumulative, secondo la dichiarazione del maggio 2026.
In questo quadro, una destabilizzazione permanente di Bab el-Mandab rischierebbe di compromettere gli interessi economici egiziani anche in assenza di un attacco diretto contro il territorio nazionale.
Secondo l’esperto Ahmed El-Shehat, un eventuale contributo militare del Cairo potrebbe pertanto concentrarsi sulla protezione delle rotte marittime e sul rafforzamento della sicurezza regionale.

La partecipazione potrebbe assumere diverse forme: difesa aerea, sorveglianza marittima, intelligence, supporto logistico e cooperazione navale.
Queste rimangono, tuttavia, ipotesi operative formulate dagli analisti e non un piano di dispiegamento ufficialmente confermato.
L’EGITTO DI NASSER E LA GUERRA DELLO YEMEN: IL PRECEDENTE CHE PREOCCUPA
Il confronto con gli anni Sessanta rappresenta uno degli aspetti più significativi del dibattito.
Nel settembre 1962, un colpo di Stato militare nello Yemen settentrionale portò alla proclamazione della Repubblica Araba dello Yemen, provocando una guerra civile tra repubblicani e monarchici.
Il presidente Gamal Abdel Nasser decise di sostenere militarmente il nuovo regime repubblicano, mentre l’Arabia Saudita appoggiò le forze monarchiche.
L’Egitto inviò inizialmente un contingente limitato, ma il coinvolgimento crebbe progressivamente fino a raggiungere, secondo diverse ricostruzioni storiche, circa 70.000 militari nel momento di massimo impegno.

La guerra si trasformò in un conflitto di logoramento particolarmente difficile.
Le montagne yemenite, la guerriglia, le difficoltà logistiche e l’impossibilità di ottenere una vittoria rapida contribuirono a prolungare le operazioni.
Il costo umano, economico e militare fu elevato.
La campagna viene spesso ricordata come il «Vietnam egiziano», un’espressione che sintetizza il rischio di una grande potenza regionale intrappolata in una guerra asimmetrica lontano dai propri confini.
Il coinvolgimento nello Yemen contribuì a consumare risorse e capacità operative egiziane negli anni precedenti la guerra arabo-israeliana del giugno 1967, sebbene non possa essere considerato l’unica causa della sconfitta egiziana.
IL PARADOSSO STORICO: IERI CONTRO RIYADH, OGGI AL SUO FIANCO
Il confronto tra il 1962 e il 2026 rivela una trasformazione profonda degli equilibri mediorientali.
Negli anni Sessanta, Nasser sosteneva il nazionalismo repubblicano arabo, mentre l’Arabia Saudita cercava di contenere l’espansione della sua influenza.
Oggi, invece, Egitto e Arabia Saudita condividono importanti interessi strategici e considerano la stabilità del Mar Rosso una priorità comune.
Il cambiamento non riguarda soltanto le alleanze, ma anche la natura delle minacce.
Il dato fondamentale è che la cooperazione militare con Riyadh non implica necessariamente una nuova campagna terrestre nello Yemen.
Al contrario, proprio l’esperienza storica potrebbe spingere la leadership egiziana a definire limiti operativi particolarmente rigorosi.
IL RUOLO DELL’IRAN E IL RISCHIO DI UN CONFLITTO REGIONALE
La questione degli Houthi non può essere separata dalla rivalità tra Iran, Arabia Saudita e altri attori regionali.
Il movimento Ansar Allah, che controlla Sana’a e importanti aree dello Yemen, intrattiene da anni rapporti politici e militari con Teheran.
Il sostegno iraniano agli Houthi costituisce un elemento centrale nelle valutazioni strategiche delle monarchie del Golfo.

Un eventuale coinvolgimento egiziano potrebbe quindi essere interpretato non soltanto come un sostegno difensivo all’Arabia Saudita, ma anche come un rafforzamento del fronte regionale contrario alle operazioni militari degli Houthi.
Questo scenario presenta rischi significativi.
L’Egitto mantiene interessi diplomatici che richiedono un’attenta gestione delle relazioni con l’Iran, soprattutto in una fase caratterizzata da molteplici crisi regionali.
Un confronto militare diretto con Ansar Allah potrebbe restringere i margini di manovra diplomatica del Cairo e aumentare il rischio di rappresaglie contro interessi egiziani.
Per questo motivo, difendere l’Arabia Saudita e partecipare direttamente alla guerra contro gli Houthi non sono necessariamente la stessa cosa.
La distinzione potrebbe diventare il principio centrale dell’eventuale mandato parlamentare.
LE DUE SCUOLE DI PENSIERO TRA GLI ESPERTI EGIZIANI
Ahmed Mohamed El-Shehat considera un eventuale sostegno difensivo compatibile con gli interessi nazionali dell’Egitto. Secondo questa posizione, la protezione dell’Arabia Saudita e delle rotte del Mar Rosso rappresenterebbe un’estensione degli obblighi di sicurezza regionale del Cairo.
Una partecipazione limitata, adeguatamente pianificata e coordinata potrebbe rafforzare la deterrenza senza compromettere la capacità operativa delle Forze Armate.
Diversa è la valutazione del professore di relazioni internazionali Mohamed Abdel Azim El-Shimi.
Secondo questa seconda interpretazione, il problema principale consiste nel rischio che una missione inizialmente circoscritta si trasformi progressivamente in un impegno militare più ampio.
Le conseguenze potrebbero interessare non soltanto il bilancio della difesa, ma anche la sicurezza interna, la stabilità economica e la capacità egiziana di affrontare contemporaneamente altre crisi.
Il Cairo deve infatti confrontarsi con la questione della diga del Grande Rinascimento Etiope, con l’instabilità in Sudan e Libia, con la crisi di Gaza e con le tensioni lungo le proprie frontiere.
Aprire un ulteriore fronte, anche indiretto, richiederebbe pertanto una valutazione estremamente accurata dei costi e dei benefici.
IL PESO DELL’ECONOMIA E DEI RAPPORTI FINANZIARI CON RIYADH
La dimensione economica contribuisce a rendere ancora più complessa la decisione.
L’Arabia Saudita rappresenta un importante partner finanziario dell’Egitto, attraverso investimenti, depositi e cooperazione economica.
Reuters ha richiamato anche l’esistenza di un deposito saudita da 5,3 miliardi di dollari presso la Banca Centrale egiziana, in scadenza nel mese di ottobre.
Questo elemento non dimostra che l’eventuale decisione militare sia motivata da ragioni finanziarie, ma evidenzia la profondità dei legami economici tra i due Paesi.
Il presidente al-Sisi deve dunque confrontarsi con una duplice esigenza: preservare una partnership strategica fondamentale ed evitare che un coinvolgimento militare produca ulteriori pressioni sulle finanze nazionali.
Un intervento limitato potrebbe essere considerato sostenibile; una campagna prolungata, invece, comporterebbe costi e rischi di natura completamente diversa.
IL FATTORE ISRAELIANO E LE LEZIONI DELLA STORIA
Le ricostruzioni storiche della guerra yemenita degli anni Sessanta ricordano anche il coinvolgimento indiretto di potenze esterne.
La Gran Bretagna, impegnata a difendere i propri interessi nella regione, e Israele, interessato a contenere la capacità militare egiziana, guardarono con favore all’indebolimento delle forze di Nasser.
Israele fornì anche assistenza clandestina ai monarchici yemeniti.
Questo precedente viene oggi richiamato da alcuni commentatori per sottolineare come un conflitto periferico possa modificare gli equilibri militari di un’intera regione.
Tuttavia, il paragone non deve essere interpretato meccanicamente.
Il contesto internazionale, le relazioni diplomatiche e gli strumenti militari contemporanei sono profondamente differenti.
L’Egitto mantiene oggi un trattato di pace con Israele e una rete di rapporti strategici molto diversa da quella degli anni Sessanta.
La lezione storica riguarda soprattutto il pericolo di sottovalutare la durata e la complessità di una guerra.
IL CAIRO PUÒ SCEGLIERE UNA TERZA VIA?
Tra l’intervento militare diretto e il completo disimpegno esiste un ampio spazio strategico.
L’Egitto potrebbe rafforzare la cooperazione con l’Arabia Saudita attraverso sistemi di allerta precoce, scambio di informazioni, supporto logistico, coordinamento navale e misure di protezione delle infrastrutture.
Una simile impostazione consentirebbe di sostenere Riyadh senza assumere necessariamente un ruolo offensivo nel conflitto yemenita.
Parallelamente, il Cairo potrebbe continuare a promuovere iniziative diplomatiche volte a contenere l’escalation.
Questa possibilità appare particolarmente significativa considerando la tradizionale attenzione della diplomazia egiziana alla stabilità regionale e alla protezione delle vie di comunicazione marittime.
Naturalmente, nessuna forma di partecipazione militare può essere considerata completamente priva di rischi.
Anche una missione difensiva potrebbe esporre personale e installazioni egiziane ad attacchi o rappresaglie.
Per questo motivo, la definizione delle regole d’ingaggio, degli obiettivi, della durata e delle condizioni di conclusione della missione rappresenterebbe un passaggio decisivo.
AL-SISI DAVANTI ALLA SCELTA PIÙ DELICATA
La decisione che attende il presidente Abdel Fattah al-Sisi va ben oltre l’eventuale autorizzazione a inviare forze egiziane in Arabia Saudita.
Riguarda il ruolo che l’Egitto intende assumere nel nuovo equilibrio mediorientale.

Il Cairo deve dimostrare affidabilità nei confronti dei propri partner strategici, proteggere gli interessi economici legati al Canale di Suez e preservare contemporaneamente la propria autonomia decisionale.
Deve inoltre evitare che un impegno militare limitato si trasformi in un conflitto prolungato.
L’esperienza di Nasser rappresenta un precedente storico importante, ma non una condanna a ripetere gli stessi errori.
Le capacità militari, gli strumenti tecnologici e il contesto politico sono cambiati.
Ciò che rimane immutato è il principio secondo cui ogni operazione militare deve avere obiettivi chiaramente definiti e una valutazione realistica delle conseguenze.
La vera sfida per al-Sisi non è dimostrare che l’Egitto possiede la forza per intervenire. È dimostrare di saperla impiegare senza compromettere gli interessi strategici del Paese.
La sicurezza dell’Arabia Saudita, la stabilità del Mar Rosso e la protezione del Canale di Suez sono questioni strettamente collegate.
Ma la difesa di questi interessi richiede equilibrio, prudenza e una chiara distinzione tra deterrenza e coinvolgimento in una guerra aperta.
La storia dello Yemen insegna che entrare in un conflitto può essere molto più semplice che uscirne.
Ed è proprio questa la lezione che Il Cairo non può permettersi di dimenticare.
Fonti:Reuters, 19 ottobre 2026; Costituzione della Repubblica Araba d’Egitto, articolo 152, testo pubblicato dal Servizio d’Informazione dello Stato egiziano.
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