In un’epoca nella quale la scienza è spesso ridotta a tecnologia e la tecnologia a profitto, esistono giovani ricercatori che scelgono una strada diversa. Victor Jair Osorio Salamanca, studente di Ingegneria Geofisica presso la Casa di Cultura Messico-Russia, appartiene a questa nuova generazione di studiosi che considerano la conoscenza uno strumento di servizio alla società.
Nel suo saggio presentato all’Open Dialogue di Mosca dedicato al sovrasfruttamento degli acquiferi messicani, Victor affronta una delle più grandi sfide del nostro tempo: la gestione dell’acqua. Lo fa con il rigore del geofisico, analizzando bilanci idrici, tempi di residenza delle acque sotterranee, subsidenza e intrusione salina; ma anche con la sensibilità di chi riconosce nell’acqua non una semplice risorsa economica, bensì un diritto umano fondamentale.
Il motto che accompagna il suo lavoro, ripreso anche dalla Giornata Mondiale dell’Acqua delle Nazioni Unite, è semplice quanto potente: «Rendere visibile l’invisibile». Nella geofisica significa leggere ciò che si nasconde sotto la superficie terrestre; nella società significa portare alla luce le disuguaglianze, gli squilibri e le contraddizioni di modelli di sviluppo che spesso ignorano tanto la natura quanto le comunità che da essa dipendono.
In questa conversazione parleremo di scienza, acqua, geopolitica, saperi ancestrali e del ruolo che le nuove generazioni possono svolgere nella costruzione di un futuro più giusto, sostenibile e multipolare.

Patrizia: Victor, nel tuo saggio affermi che l’acqua non è semplicemente una risorsa economica, ma il fondamento medesimo della vita e della dignità umana. Come nasce in te l’idea di unire il rigore matematico e fisico della geofisica con una forte sensibilità verso la giustizia sociale?
Risposta Victor: Quando all’università frequentai il corso di Idrogeologia, seppi immediatamente che, al momento di redigere la mia tesi, l’avrei focalizzata su un tema legato a questa materia. E così è stato: grazie alla guida della mia relatrice, sono riuscito a dare forma alle mie intuizioni e ho iniziato a lavorare alla valutazione delle ripercussioni del sovrasfruttamento di un acquifero nella regione centrale del Messico.
Tuttavia, il momento di svolta è arrivato quando, raccogliendo la letteratura per strutturare il mio quadro teorico, mi sono reso conto di una situazione di cui, almeno in Messico, si parla pochissimo nei mezzi di comunicazione: la scarsità idrica.
Più mi addentravo nel mio lavoro di ricerca, più comprendevo quanto sia urgente e necessario operare in questo campo, in particolare nell’ambito della gestione idrica. Soprattutto, ho capito che per raggiungere una soluzione non basta semplicemente acquisire competenze tecniche; quelle stesse conoscenze devono essere coniugate con una riflessione critica sulla situazione che stiamo vivendo, mettendoci in discussione sulla reale sostenibilità del modello estrattivista che abbiamo perpetuato finora, ma dedicando anche un ampio sforzo all’informazione e alla sensibilizzazione della società su questa problematica.
Patrizia: Il tuo motto personale è «rendere visibile l’invisibile». Nella geofisica significa interpretare onde sismiche, anomalie gravimetriche e segnali elettromagnetici per comprendere ciò che si trova sotto la superficie terrestre. In senso umano e sociale, cosa significa per te questa espressione?
Risposta Victor: Nel mio saggio parlo della classificazione dell’acqua del pianeta in due tipologie: acque superficiali e acque sotterranee. Quando l’acqua superficiale viene contaminata, come nel caso di un mare o di un fiume, oppure quando un lago o una laguna si prosciugano, le conseguenze sono facilmente visibili; per questo motivo, comunicarlo alla società per poter seminare una consapevolezza sociale non rappresenta una sfida così complessa.
Con l’acqua sotterranea non è altrettanto facile, poiché la conoscenza dello stato degli acquiferi è generalmente riservata alle università e alle istituzioni governative. In un senso umano, “rendere visibile l’invisibile” implica precisamente invertire questa situazione: dare alla società gli strumenti e le conoscenze necessarie per generare un interrogativo collettivo, assumendo una posizione di ferma richiesta verso i decisori politici dei nostri governi, al fine di invertire il paradigma attuale con cui affrontiamo la scarsità idrica e tutto ciò che essa comporta.

Patrizia: Molti giovani scienziati vengono formati come specialisti, ma raramente come cittadini. Quali sono state le persone, le esperienze o le letture che hanno contribuito a sviluppare in te una visione della scienza come responsabilità sociale?
Risposta Victor: Come individuo sono stato cresciuto dalla mia famiglia, e sono state principalmente le donne a prendersi cura di me durante l’infanzia e l’adolescenza: mia madre, mia nonna, le mie zie; sono state loro a instillare in me gran parte dei valori che oggi porto avanti nella vita.
Dal punto di vista accademico, è stato il popolo messicano a offrirmi la possibilità di studiare, poiché dall’asilo fino all’università ho frequentato istituzioni pubbliche. Oggi attribuisco ciò che sono, sia sotto il profilo professionale che umano, a tutto questo: alla mia famiglia e a tutti gli eccellenti professori che hanno lasciato un segno in me, non solo trasmettendomi il loro sapere, ma insegnandomi a pensare e a interrogarmi.
Certamente ci sono stati anche libri che mi hanno segnato profondamente, come “Il profilo dell’uomo e della cultura in Messico” del grande scrittore Samuel Ramos, ma personalmente ritengo che queste letture siano state una conseguenza del nucleo principale: la formazione ricevuta dalla mia famiglia e l’educazione pubblica messicana.
Patrizia: Nel tuo saggio spieghi con grande chiarezza il concetto di tempo di residenza dell’acqua sotterranea, che può raggiungere centinaia o addirittura migliaia di anni. Dal punto di vista geofisico e idrogeologico, perché l’attuale modello di sfruttamento intensivo degli acquiferi rappresenta non solo un errore politico ma una vera e propria contraddizione scientifica?
Risposta Victor: Di fronte alla problematica della scarsità e della crescente domanda d’acqua, i nostri modelli economici capitalisti ed estrattivisti propongono un’unica soluzione: un maggiore sfruttamento. L’acqua sotterranea è considerata, teoricamente, una risorsa rinnovabile; tuttavia, l’evidenza scientifica dimostra che, se sovrasfruttata, cessa di esserlo e si trasforma in una risorsa non rinnovabile. Una volta che un acquifero viene prosciugato, perde la sua capacità di immagazzinare acqua a causa della compattazione del terreno.
Conoscere i parametri geologici e idrogeologici che regolano questo sistema è fondamentale per garantirne la perpetuità; per questo motivo il modello estrattivista risulta contraddittorio, in quanto dà priorità unicamente alla propria redditività e non alla conservazione della risorsa.

Patrizia: Uno degli aspetti più interessanti del tuo lavoro riguarda il concetto di bilancio idrico sotterraneo. Potresti spiegare ai nostri lettori perché la formula: (I – O = Delta) può diventare uno strumento fondamentale per comprendere il futuro di un territorio?
Risposta Victor: Il bilancio idrico è lo strumento che ci permette di conoscere lo stato di un’acquifero e sapere se è in fase di sovrasfruttamento. Conoscere e comprendere questo strumento diventa una garanzia, il mezzo che possiamo utilizzare per esigere un cambiamento, per gestire al meglio la nostra risorsa e garantirne la conservazione.

Patrizia: Hai analizzato fenomeni particolarmente preoccupanti come la subsidenza di Città del Messico, che in alcune aree raggiunge decine di centimetri ogni anno, e l’intrusione salina negli acquiferi costieri della Baja California. Tra tutti i casi che hai studiato, quale ritieni il più emblematico della crisi idrica messicana?
Risposta Victor: Uno dei problemi che affronto nel mio saggio, causato dal sovrasfruttamento delle acque sotterranee, è la disuguaglianza nell’accesso all’acqua. Più del 50% del territorio messicano è considerato arido o semiarido; in queste aree, l’acqua sotterranea è diventata la principale o addirittura l’unica fonte di approvvigionamento urbano. Molti degli acquiferi che alimentano queste zone urbane e rurali sono attualmente considerati in stato di sovrasfruttamento, il che complica la distribuzione dell’acqua. Tuttavia, è importante considerare che lo scenario non è sempre equo: le grandi aziende nazionali e internazionali, insieme alle grandi città, sono in grado di esercitare pressioni economiche e politiche per ricevere un trattamento preferenziale al momento dell’approvvigionamento, lasciando le comunità più piccole vulnerabili alla scarsità. Esistono molti casi di questo tipo che sono stati ampiamente documentati nel Paese.
Patrizia: Nel tuo lavoro denunci anche il problema delle concessioni idriche a grandi gruppi industriali. Dal punto di vista scientifico, quali rischi comporta continuare a estrarre acqua da acquiferi che richiedono secoli o millenni per rigenerarsi?
Risposta Victor: Nel mio saggio affronto diverse conseguenze causate dal sovrasfruttamento delle acque sotterranee: sussidenza (n.d.t. termine geologico per indicare lo sprofondamento del suolo), intrusione salina, danni irreversibili all’ecosistema, deterioramento della qualità dell’acqua e disuguaglianza nell’accesso alla risorsa idrica; tuttavia, tra tutti, il più catastrofico è la perdita totale dell’acquifero. Quando un acquifero viene prosciugato, la sua struttura geologica si compatta a causa della gravità e del peso degli strati rocciosi; ciò fa sì che i pori che prima immagazzinavano l’acqua perdano tale capacità di stoccaggio, causando la scomparsa permanente dell’acquifero stesso.
Patrizia: Uno dei passaggi più forti del tuo saggio riguarda il caso di San Cristóbal de las Casas, dove le comunità locali denunciano da anni una crescente scarsità idrica. Quando hai studiato questo caso, quale aspetto ti ha colpito maggiormente come giovane ricercatore e come cittadino messicano?
Risposta Victor: Il caso di San Cristóbal de las Casas è particolare perché l’azienda che estrae principalmente acqua nella regione è la Coca-Cola Femsa. L’aspetto che più mi indigna di questa vicenda è vedere come il governo messicano, attraverso l’organismo nazionale che gestisce la risorsa, la CONAGUA, diventi complice e favorisca il profitto di un’azienda internazionale, lasciando in una condizione di totale vulnerabilità lo stesso popolo messicano.
Patrizia: L’acqua è spesso considerata una merce o una risorsa produttiva. Tu credi che essa debba invece essere riconosciuta come un bene comune universale? In che modo questa visione potrebbe modificare le politiche pubbliche?
Risposta Victor: L’acqua non dovrebbe essere vista solo come una merce, ma come ciò che è realmente: la risorsa più importante del pianeta, poiché senza di essa non c’è vita. Il filosofo Karl Marx scrive ne “Il Capitale“: «Il capitalismo distrugge le sue due fonti di ricchezza: la natura e gli esseri umani». Per invertire questo paradigma è ovviamente necessario modificare le leggi. In che modo? Ebbene, a mio avviso, nello stesso modo in cui sono state modificate in passato per rendere vulnerabili le nostre risorse. In Messico, fino al 1992, con la creazione della “Ley de Aguas Nacionales” (Legge sulle Acque Nazionali), era possibile ottenere una concessione per l’estrazione dell’acqua solo attraverso un mandato presidenziale, rendendo così difficile per qualsiasi persona o azienda sfruttare le falde acquifere. Queste leggi devono essere analizzate e ripensate, non solo dai politici ma con la collaborazione di esperti in materia, con l’obiettivo di cercare il beneficio della popolazione, oltre alla cura e alla conservazione della risorsa idrica.
Patrizia: Nel tuo percorso hai incontrato testimonianze dirette di comunità che vivono le conseguenze del sovrasfruttamento degli acquiferi? Quali insegnamenti hai tratto da queste esperienze?
Risposta Victor: Sì, certamente. Credo che, come messicani, siamo stati tutti esposti alla crisi idrica in un modo o nell’altro. A me particolarmente hanno segnato due esperienze: la prima è stata la crisi idrica avvenuta nel 2022 nello Stato del Nuevo León; la situazione era talmente critica che la notizia è stata coperta a livello nazionale, poiché Monterrey, la seconda città più grande del Messico, è rimasta senz’acqua per lunghi periodi. La seconda è accaduta nello Stato in cui vivo, a Puebla, dove a causa dell’estrazione eccessiva che una multinazionale ha portato avanti in modo sostenuto per diversi anni, il terreno ha iniziato a perdere la sua capacità di carico, provocando un’enorme voragine – un socavón – del diametro di 126 metri e profonda 45 metri, mettendo a rischio il patrimonio dei residenti locali. L’insegnamento che mi hanno lasciato queste esperienze è chiaro: ogni azione comporta una reazione. Con la natura e con l’equilibrio idrico non è diverso. Se le nostre risorse non vengono gestite in modo efficiente, le conseguenze possono essere catastrofiche.
Patrizia: In molte regioni del Messico le comunità indigene hanno sviluppato, nel corso dei secoli, sofisticati sistemi di gestione dell’acqua e del territorio. Da studente di geofisica, credi che la scienza contemporanea abbia qualcosa da imparare da queste conoscenze ancestrali?
Risposta Victor: Io penso di sì, ma non credo che questo apprendimento debba necessariamente muoversi lungo la linea delle conoscenze tecniche. Sebbene le comunità originarie abbiano sviluppato metodi sorprendenti, penso che ciò di cui la nostra scienza contemporanea difetti sia un approccio più olistico e integrato, in cui le risorse naturali e l’obiettivo dello sviluppo tecnologico smettano di avere quel carattere puramente materialista e di sfruttamento. La concezione di molte società ancestrali guardava alla natura con maggiore rispetto, assegnando ad essa persino un’identità attraverso le proprie divinità, e questo non accadeva solo in Messico, ma in tutto il pianeta. Credo personalmente che sia proprio qui che la nostra scienza abbia molto da imparare.
Patrizia: Le comunità maya, tzotzil, tzeltal, nahua e zapoteche considerano spesso l’acqua non come una proprietà privata ma come parte integrante dell’equilibrio tra essere umano, natura e dimensione spirituale. Pensi che questa visione possa offrire un contributo ai dibattiti internazionali sulla sostenibilità?
Risposta Victor: Penso che abbia moltissimo da offrire, e si ricollega alla mia risposta precedente: una visione più integrata. Nella concezione del mondo di queste comunità, le risorse naturali non hanno un valore unicamente monetario, come siamo soliti attribuirgli noi, ma fanno parte integrante dell’ambiente, a beneficio non solo degli esseri umani ma di tutto l’ecosistema e del resto degli esseri viventi che lo abitano. È necessario mettere da parte la nostra visione antropocentrica e comprendere che, parlando nello specifico delle risorse idriche, gli esseri umani non sono gli unici a beneficiarne; esiste invece un equilibrio complesso intorno all’acqua, che è sostentamento anche per altre specie, alcune delle quali abitano questo pianeta da molti più anni di noi.

Patrizia: Nel mondo accademico si parla sempre più spesso della necessità di integrare conoscenze scientifiche e saperi tradizionali. Quale ruolo potrebbero svolgere le università nel creare un dialogo autentico tra questi due mondi?
Risposta Victor: Penso che uno degli errori commessi dall’educazione universitaria tradizionale, soprattutto nell’area delle scienze esatte a cui appartiene la geofisica, sia il sottovalutare e il non promuovere con maggior vigore le materie umanistiche, come la filosofia. Dal mio punto di vista, virare verso una prospettiva più sensibile è necessario per scardinare il monopolio che le università hanno creato attorno alla conoscenza, delegittimando qualsiasi altra fonte di sapere; questo accade soprattutto, insisto, negli ambiti ingegneristici e fisico-matematici. Penso che solo discipline come la filosofia siano capaci di offrirci un pensiero critico e un criterio proprio, senza che ciò comporti il mettere da parte il rigore scientifico richiesto da questo tipo di formazione. Tenendo conto di ciò, la mia risposta è: il ruolo che le università possono assumere per creare questo dialogo è promuovere una formazione più umanistica, che cerchi lo sviluppo di professionisti più etici, dotati di pensiero critico, più empatici e con un maggiore impegno sociale.
Patrizia: Tu utilizzi strumenti geofisici per individuare ciò che è nascosto sotto la superficie terrestre. Esistono, secondo te, anche “acquiferi invisibili” di conoscenza custoditi dalle comunità indigene, patrimoni culturali che la modernità rischia di ignorare o perdere?
Risposta Victor: Esistono, senza dubbio. Le culture americane sono millenarie, tuttavia io stesso devo riconoscere che la mia conoscenza al riguardo è limitata, così come lo è stata l’esposizione che ho avuto verso queste comunità.
Patrizia: In un mondo multipolare che cerca nuove forme di cooperazione tra civiltà, quale contributo possono offrire i popoli originari dell’America Latina alla costruzione di modelli di sviluppo più equilibrati e rispettosi della natura?
Risposta Victor: Penso che il loro contributo maggiore sia il senso di resilienza. Ricordiamoci che tutti i popoli originari americani condividono una stessa radice storica: la conquista. I nostri popoli hanno attraversato molto: guerre, epidemie, indipendenze e rivoluzioni, eppure hanno resistito, spesso nonostante ciò che comporta oggi l’essere una minoranza sociale, come l’essere resi invisibili o privati dei diritti umani. In un mondo multipolare, in cui la cooperazione è una garanzia non solo per la pace ma per la conservazione del nostro pianeta, penso che la resilienza storica dei nostri popoli abbia molto da insegnare al mondo.

Patrizia: Tu studi presso la Casa di Cultura Messico-Russia, un luogo che promuove il dialogo culturale e scientifico tra due grandi tradizioni accademiche. In che modo questa esperienza ha influenzato il tuo percorso personale e professionale?
Risposta Victor: Per rispondere a questa domanda vorrei fare riferimento alla celebre frase del filosofo Ludwig Wittgenstein: «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo». Questa frase mi sembra estremamente potente per lo scopo, perché è esattamente ciò che sento mi abbia dato studiare alla Casa di Cultura: ampliare il mio mondo attraverso la comprensione di una nuova lingua e i molteplici eventi culturali legati alla Russia. Avere un’apertura verso nuove culture, per me, è parte fondamentale di ciò a cui accennavo prima, ovvero una formazione umanistica.
Patrizia: La Russia possiede una lunga tradizione nella geofisica, nella sismologia e nello studio delle risorse idriche. Quali opportunità intravedi per una cooperazione tra ricercatori russi e messicani nel monitoraggio degli acquiferi e nella gestione sostenibile dell’acqua?
Risposta Victor: Penso che possa esserci uno scambio di conoscenze tecniche di grande valore. La Russia è ben nota per l’alta qualità della sua formazione specialistica, così come per il riconoscimento internazionale delle sue istituzioni di istruzione superiore, ma il Messico non è da meno: abbiamo persone di grande talento e istituzioni competitive. In questo senso, credo che la vera ricchezza, nello specifico per l’aspetto accademico della geofisica, risieda nella grande diversità esistente tra la natura russa e quella messicana, profondamente differenti; a partire da questo, penso che i nostri esperti abbiano molto da condividere gli uni con gli altri.
Patrizia: In un contesto internazionale sempre più orientato verso il multipolarismo, quali vantaggi può offrire la collaborazione scientifica tra paesi che condividono sfide ambientali simili ma appartengono a realtà geografiche e culturali differenti?
Risposta Victor: In un contesto mondiale in cui le nazioni promuovono sempre più la multipolarità, è imprescindibile non perdere di vista il fatto che le sfide ecologiche non conoscono confini geopolitici; la crisi idrica è un problema condiviso da tutti i paesi e, in ultima analisi, potremo andare avanti solo attraverso la cooperazione. In questo senso, penso che la collaborazione e lo scambio di conoscenze scientifiche ci aiuteranno a generare una rete di informazioni collettiva più ampia, che ci permetterà di comprendere meglio questo fenomeno globale, invece di mantenere tutte queste conoscenze isolate. Le caratteristiche geologiche e geografiche non sono le stesse in Messico, in Brasile o in Russia; i dati che possono essere raccolti sono diversi in ogni paese, ed è proprio per questo che considero la collaborazione scientifica la chiave per affrontare le enormi sfide dell’attualità.

Patrizia: Questa è la tua seconda partecipazione all’Open Dialogue a Mosca. In questi incontri internazionali si discute intensamente di modelli innovativi di sviluppo umano e urbano. Penso in particolare al grande progetto pilota D.U.S.E. (University Department for Sustainability and Evolution), un manifesto per una smart city basata sulla bio-architettura, l’integrazione di tecnologie avanzate al servizio delle famiglie e il rispetto assoluto dei cicli naturali. Dal tuo punto di vista di geofisico, come si integra la tua ricerca in questa visione e come dovrebbe essere progettata un’università del futuro in grado di sostenere un simile cantiere?
Risposta Victor: Nel progetto che ho presentato all’Open Dialogue quest’anno ho parlato dell’implementazione di fonti alternative di approvvigionamento idrico, con i fini principali di ridurre lo stress sulle falde acquifere e offrire una fonte alternativa e autonoma alle comunità più vulnerabili. In particolare, la mia proposta si è concentrata sull’installazione di sistemi di raccolta dell’acqua piovana per soddisfare entrambi gli obiettivi. Penso che il mio progetto si integri in questa visione proprio nella ricerca della sostenibilità e nell’applicazione di tecniche che comprendono e rispettano il funzionamento idrogeologico del nostro pianeta. Nelle città moderne, con grandi viali e suoli completamente asfaltati, quando piove l’acqua non penetra immediatamente nella Terra a causa dell’impermeabilizzazione del suolo urbano; quest’acqua finisce semplicemente nella rete fognaria, si contamina e non viene mai valorizzata. È su questo punto che credo che la mia idea, pur non essendo innovativa – poiché i sistemi di raccolta dell’acqua piovana si usano da anni –, sia invece dirompente nel suo approccio: promuovere questa pratica come soluzione di fronte alla carenza d’acqua e al crescente stress idrico sugli acquiferi.
D’altra parte, il modo in cui penso che le università del futuro potrebbero progettare questa visione è sicuramente attraverso i propri professionisti, comprendendo che continuare a sostenere un insegnamento che perpetua modelli estrattivisti non è più ecologicamente sostenibile. Credo che i cambi generazionali genereranno a poco a poco, e in modo organico, un cambiamento di mentalità che renderà obsoleto il modello che fino a oggi governa le università e il loro modo di insegnare.
Patrizia: Come immagini una comunità capace di vivere concretamente in armonia con i cicli naturali dell’acqua, dell’energia e del territorio, sposando i principi di questo nuovo modello di sviluppo?
Risposta Victor: Personalmente penso che la base di questa armonia sociale risieda nella conoscenza e nella comprensione di tali cicli naturali, come il ciclo idrico. Per poter sviluppare un modello sostenibile è imprescindibile conoscere le leggi naturali che governano le risorse che abbiamo bisogno di sfruttare per vivere. Immagino una società che abbia un’ampia conoscenza di tutto ciò, e il cui modello economico e sociale smetta di essere basato sul consumo.

Patrizia: Pensi che la scienza del XXI secolo debba limitarsi a produrre innovazione tecnologica oppure debba contribuire anche alla costruzione di nuovi modelli etici e culturali?
Risposta Victor: Credo che innovare tecnologicamente sia fondamentale, tuttavia lo stato attuale del nostro pianeta mostra chiaramente che non è sufficiente. È necessario coniugare tali innovazioni con un senso etico più acuto, più empatico, non solo a beneficio degli esseri umani ma di tutti gli esseri che abitano il pianeta. La Terra è, fino a questo momento, l’unico posto che abbiamo per vivere; custodirla è imperativo.
Patrizia: Per conclusione, vorrei chiederti di rivolgerti direttamente ai giovani studenti di scienze e ingegneria di tutto il mondo. In un’epoca nella quale il successo viene spesso misurato in termini di profitto, competizione e produttività, quale messaggio vorresti lasciare a chi desidera utilizzare la conoscenza per costruire una società più giusta?
Risposta Victor: Vorrei dire loro: non permettete che i dogmi del mercato vi rubino l’entusiasmo e l’idealismo. Non siete semplici ingranaggi in una macchina di produzione aziendale; siete i custodi del futuro del nostro pianeta. Scegliete progetti che abbiano un impatto reale sulla vita delle persone, andate sul campo, ascoltate la terra e le comunità. Il vero successo di uno scienziato o di un ingegnere non si misura dal numero di brevetti né dai profitti generati, ma dalla sofferenza che si è riusciti ad alleviare e dalla bellezza che si è protetta con il proprio lavoro.
Patrizia: Qual è, secondo te, la più importante lezione che la Terra può insegnare agli esseri umani?
Risposta Victor: Senza ombra di dubbio, proprio come ho menzionato per le comunità originarie dell’America Latina, la lezione più grande che la Terra può offrirci è il valore della resilienza. Il pianeta ha attraversato molti cambiamenti, alcuni molto drastici e violenti, eppure la vita è continuata, si è mantenuta; nonostante la devastazione, il sistema Terra è così saggio che finisce sempre per rigenerarsi. Noi dobbiamo imparare da questo, soprattutto in un contesto così convulso come quello della nostra attualità geopolitica.
Patrizia: E infine, quale significato attribuisci oggi alla frase che conclude il tuo saggio e che sembra sintetizzare la tua visione del mondo: «Rendere visibile l’invisibile»?
Risposta Victor: Quando ho iniziato a redigere il mio saggio avevo in mente solo un obiettivo principale, dal quale poi sarebbero derivati tutti gli altri: rendere le persone consapevoli di un grande problema attuale, la scarsità idrica. Questo non accade solo con le acque sotterranee; nella vita quotidiana ci sono molte cose che rendiamo invisibili, negli aspetti sociali, familiari e persino spirituali. È necessario fermarsi un momento, interrompere la frenesia della vita quotidiana e pensare a queste “invisibilità”, dare loro valore. A mio parere, questo piccolo cambiamento, il rendere visibile l’invisibile, può generare un impatto enorme nelle nostre vite e nel mondo che ci circonda.

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