In un momento storico in cui i grandi vertici internazionali ridiscutono gli equilibri dello sviluppo e il futuro delle città, il dibattito globale si interroga sempre più sulla sostenibilità e sulla qualità della vita delle comunità. In questo scenario, il consulente strategico e giornalista italo-svizzero Marco Cassiano ha presentato all’Open Dialogue di Mosca – all’interno della sessione strategica dedicata all’Ambiente – una visione dirompente con la sua proposta internazionale “A Piece of Land for Every Person“ (Un pezzo di terra per ogni persona).
La proposta scardina la vecchia concezione di sussistenza isolata, spogliandola da ogni ideologia del passato per trasformarla in uno strumento moderno di finanza etica e bio-architettura. L’idea centrale è quella di istituire un vero e proprio diritto fondamentale all’accesso a un piccolo appezzamento di terreno coltivabile (da 5 a 100 mq, fisico o assistito da tecnologie verticali e idroponiche) per ogni cittadino, finanziato attraverso piattaforme d’investimento pubblico-private ad alto impatto. Un modello modulabile e solido, con costi precisi al metro quadrato, capace di generare un doppio dividendo: un Investment in People (salute mentale, coesione sociale, contrasto all’alienazione urbana) e un Investment in the Environment (sovranità alimentare di prossimità e rigenerazione verde).

Per rispondere alle diverse realtà geografiche ed economiche del pianeta, il progetto di Cassiano non propone una misura unica, ma si articola secondo una precisa modularità geometrica e territoriale:
Contesti ad alta urbanizzazione (Città Occidentali): L’obiettivo è garantire 5–10 mq a persona sfruttando tetti, cortili e giardini verticali (un’area di 10 mq coltivati intensivamente soddisfa il 10–20% del fabbisogno annuo di ortaggi freschi di un individuo), che salgono a 20–50 mq nelle aree peri-urbane.
Paesi a medio reddito: La maggiore disponibilità di suolo permette di assegnare 20–100 mq a persona. In questo contesto, 100 mq possono portare un nucleo familiare di 3-4 persone quasi alla totale autosufficienza per frutta e verdura.
Paesi caldi e climi aridi: Lo spazio si attesta sui 10–50 mq per nucleo familiare, dove la priorità è l’efficienza idrica tramite sistemi di micro-irrigazione e condensatori atmosferici d’acqua.
Paesi a basso reddito e climi freddi: Si prevedono 5–20 mq a famiglia all’interno di serre protette e coibentate per estendere la stagione del raccolto.
Poliedrico ed eclettico, capace di unire il rigore del pragmatismo economico svizzero a una profonda sensibilità umanistica italiana, Cassiano affianca alla pianificazione territoriale una grande e nota passione per la settima arte, ovvero la cinematografia, che analizza attraverso uno spazio web indipendente. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la genesi di questo progetto e la sua visione del futuro.

Patrizia: Marco, la tua proposta ha riscosso un notevole interesse all’Open Dialogue di Mosca nella sessione Ambiente. Al di là del manifesto ideale, qual è stato il punto di forza tecnico o economico che ha maggiormente colpito i delegati internazionali di un forum così orientato alla crescita globale?
Marco: Il fatto di aver riproposto in chiave tecnologica e moderna un principio cardine delle società ad economia pianificata è piaciuto molto, perché unisce i vantaggi delle strutture socialiste, con le moderne città verdi, favorisce la socializzazione e permette si sfruttare al meglio la tecnologia IA senza togliere valore all’Essere Umano. Ho ricevuto diversi contatti per possibili sviluppi in diversi Paesi.
Patrizia: Tu sei un professionista italo-svizzero e vivi in un Paese, la Svizzera, che ha fatto della precisione amministrativa e della democrazia di prossimità un modello transfrontaliero. In che modo questa cultura dell’efficienza elvetica ti ha aiutato a tradurre un’aspirazione umanistica in una piattaforma di investimento così strutturata?
Marco: In realtà la Svizzera mi è stata utile per capire che, anche in società ultra ricche, il legame con la terra è essenziale. Vedere come a Zurigo, una delle città più ricche al mondo, le persone trascorrono il loro tempo negli orti urbani assegnati ai cittadini, mi ha fatto capire che il mio progetto è globale e non dipende dal reddito o dal benessere. La terra è un diritto di tutti così come prodursi il cibo da soli: dobbiamo solo attrezzarci per renderlo attuale.
Patrizia: Nel testo del progetto evochi i risvolti sociali e intergenerazionali positivi che si ebbero quando l’Unione Sovietica e la Jugoslavia assegnarono le terre ai cittadini. Qual è la chiave di volta per riproporre oggi quel legame di fiducia tra cittadino e territorio all’interno di un moderno mercato finanziario etico e post-ideologico?
Marco: Ho visto con i miei occhi in Serbia gli effetti positivi dell’assegnazione della terra e di una casa ai cittadini, così come ne ho sentito parlare dai miei amici russi. Ho capito che avere una casa ed un pezzo di terra costituiscono i bisogni ed i diritti base di un essere umano. Quindi dobbiamo solo creare un modello economico che renda questo di nuovo possibile, senza fare grandi rivoluzioni, ma indirizzando il capitale in modo corretto. Non CONTRO l’Umanità, ma PER l’Umanità.
Patrizia: Come abbiamo visto nello schema della tua proposta, i metri quadrati variano radicalmente dai tetti delle metropoli occidentali ai terreni dei paesi a medio reddito. Dal punto di vista della bio-architettura e dell’urbanistica, come si riesce a garantire l’armonia visiva e l’efficienza energetica quando si inseriscono queste strutture nei tessuti urbani già fortemente cementificati?
Marco: La tecnologia attuale permette di costruire un orto nell’androne di un palazzo, nel pianerottolo di un grattacielo anche senza luce naturale. Con i sistemi idroponici, le luci a led e molte altre diavolerie, siamo in grado di avere un pomodoro fresco ovunque nel mondo.
Patrizia: Il progetto menziona soluzioni avanzate come condensatori atmosferici d’acqua, micro-serre fotovoltaiche e sensori idrici per i contesti più difficili. Spesso si teme che la transizione digitale e iper-tecnologica allontani l’uomo dalla natura: in che modo, nel tuo modello, l’alta tecnologia si trasforma invece nel custode che ne favorisce il ritorno?
Marco: la tecnologia è uno strumento. Se non serve all’Umanità diventa un male. Possiamo usare le tecnologie più avanzate non per ibridizzare i semi ed allontanarli da quanto ha immaginato Madre Natura, ma usare gli strumenti che abbiamo per combattere le difficoltà climatiche, la carenza di acqua, i parassiti in modo naturale e molto altro. High Tech funziona solo se accanto c’è High Human.
Patrizia: Anche i costi di partenza sono modulati sul contesto: dai 5 euro al metro quadrato per le soluzioni low-tech nei climi caldi, fino ai 150 euro per i giardini verticali avanzati nelle città. Quali sono gli argomenti economici e di impatto sociale capaci di convincere governi, fondazioni e investitori privati a scommettere su queste piattaforme pubblico-private?
Marco: Il risparmio in termini di importazioni, socializzazione, criminalità, depressione, guerre è talmente elevato che non c’è un prezzo troppo alto per gli obiettivi che il progetto può portare. Nella presentazione ho snocciolato qualche numero che, se applicato su scala globale, pUò diventare importanti.
Patrizia: Molti progettisti hanno notato una straordinaria affinità filosofica tra la tua proposta e il modello di Smart City Universitaria D.U.S.E., dove la tecnologia e la robotica sono messe al servizio del benessere umano per azzerare lo stress urbano. Come immagini, concretamente, l’integrazione di questi micro-orti all’interno di una città universitaria ideale?
Marco: L’integrazione è assolutamente possibile, non vi è conflitto. L’importante è che non passi mai l’idea del passaporto Verde, le città da 15 minuti e tutte queste invenzioni atte a limitare l’agire umano. Io sono contro le imposizioni per legge, i progetti devono essere liberi ed adottati in modo altrettanto libero. Chi se lo merita e lo vuole, ne ha diritto. Quelli a cui non interessa che continuino pure ad importare la frutta e la verdura dalle coltivazione intensive come si trovano in Spagna.

Patrizia: Al di là degli aspetti puramente congressuali, un evento come l’Open Dialogue è fatto soprattutto di relazioni. Quali sono state le tue impressioni personali su questo forum e sui colleghi internazionali che hai incontrato?
Marco: Ho respirato internazionalità, umanità, idee geniali, grande voglia di unirsi per cambiare il mondo. Non potevo desiderare di più. E poi ho conosciuto te, quindi anche se fosse stato per un solo incontro, ne sarebbe valsa la pena.
Patrizia: Come hai vissuto l’atmosfera e l’accoglienza della città di Mosca in questa intensa esperienza umana?
Marco: Mosca è una città incredibile. Pulita, sicura, aperta, in movimento continuo, sempre accesa. È decenni avanti all’Europa.

Patrizia: Questa forte esperienza di scambio culturale mette in luce il valore della contaminazione reciproca. Pensi che i diversi progetti presentati al forum, nati da sensibilità e geografie differenti, possano dialogare tra loro? Vedi la possibilità concreta di integrare la tua visione con altre proposte internazionali per creare modelli ancora più completi?
Marco: Sì, alla fine siamo tutti esseri umani e vogliamo le stesse cose della piramide di Maslow. Il problema nasce quando a qualcuno viene in mente di decidere per gli altri. Finché ognuno di noi si muove nella sua piramide tutto fila liscio. Il nemico è chi ti dice quale sia il tuo bene: ognuno deve determinarlo per sé e mai a scapito degli altri. Siamo connessi in un sistema connesso, non possiamo agire da soli. Ma non per questo deve essere qualcun altro ad imporci un modello come assoluto.
Patrizia: Accanto alla pianificazione territoriale e alla finanza, tu curi con grande dedizione un portale indipendente dedicato alla settima arte, ovvero la cinematografia. Che cosa cerchi e cosa trovi dietro la macchina da presa? Ritieni che la narrazione filmica possa essere uno strumento potente, al pari di una buona progettazione urbana, per risvegliare le coscienze sull’Umanesimo?
Marco: Il cinema è fondamentale per arricchire, stimolare e, purtroppo anche, manipolare la mente umana. Se usato bene può essere un apripista importante, se usato male può portarci a quello che vediamo oggi nelle serie tv made in USA: violenza, droga, criminalità, depravazione e visioni fluide del mondo.

Patrizia: Tra agro-ecologia, algoritmi e critica cinematografica, la tua attività si muove su territori apparentemente distanti ma uniti da una forte visione antropocentrica. Guardando al futuro e alle sfide di un mondo multipolare, quali sono i prossimi passi operativi per trasformare la proposta “A Piece of Land for Every Person” in un progetto pilota concreto?
Marco: Contattare i governi e dei soggetti privati interessati ad avviare una sperimentazione concreta. Vorrei partire dall’Egitto. Vediamo se ci riesco. In seconda battuta: Messico, Canada ed Argentina. Magari anche la Russia, appena le cose si sistemano.

RAPPRESENTAZIONE GRAFICA PROGETTO
ALTRI ARTICOLI SULLE INTERVISTE DEI PARTECIPANTI ALL’OPEN DIALOGUE
PIERPAOLO M. PACENZA: COMFORT AMBIENTALE E TERRITORI RESILIENTI
www.facebook.com/patrizia.boi.980






