Un accordo per uscire dalla guerra, non per vincerla
Di Giuseppe Gagliano.
L’accordo quadro tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan, segna una svolta importante, ma non risolve il nodo politico e strategico che ha portato alla guerra. Donald Trump lo presenta come una vittoria americana. In realtà, assomiglia molto di più a una via d’uscita costruita in fretta per fermare l’escalation, calmare i mercati energetici e contenere il malcontento interno provocato dall’aumento dei prezzi della benzina. È un’intesa utile, forse necessaria, ma non è l’accordo trionfale che la Casa Bianca aveva promesso.
Il punto centrale è semplice: Trump era entrato nel conflitto chiedendo la resa della Repubblica islamica, lo smantellamento del programma nucleare, la neutralizzazione dell’apparato missilistico iraniano e la fine del sostegno di Teheran ai gruppi armati regionali. Oggi si accontenta di un cessate il fuoco di sessanta giorni, della riapertura dello Stretto di Hormuz e del rinvio dei negoziati più difficili. Non è poco, se l’obiettivo immediato è evitare una guerra più vasta. Ma è molto meno di quanto era stato annunciato.
Hormuz, la vera leva dell’Iran
Il cuore dell’accordo non è il nucleare. È lo Stretto di Hormuz. L’Iran si impegna a riaprirlo e Washington, in cambio, dovrebbe revocare il blocco navale dei porti iraniani. Sul piano economico, questo passaggio è decisivo. Da Hormuz transita una quota essenziale del petrolio e del gas mondiale. Quando lo stretto viene minacciato o chiuso, i prezzi dell’energia salgono, i mercati si agitano e l’inflazione torna a mordere le economie occidentali.
Trump ha quindi ottenuto ciò di cui aveva più bisogno nell’immediato: un allentamento della pressione energetica. Ma Teheran ha ottenuto qualcosa di altrettanto importante: il riconoscimento pratico della propria capacità di condizionare una delle arterie vitali dell’economia mondiale. Anche se colpito militarmente ed economicamente, l’Iran ha dimostrato di poter resistere e di poter trasformare la propria vulnerabilità in potere negoziale.
È questo il dato strategico che pesa di più. Gli Stati Uniti e Israele hanno colpito duramente infrastrutture, capacità militari e dirigenti iraniani. Tuttavia, il sistema politico della Repubblica islamica è rimasto in piedi. Anzi, i nuovi vertici sembrano più rigidi dei precedenti. Il risultato è paradossale: Washington ha fatto la guerra per ridurre la capacità di pressione dell’Iran, ma l’Iran esce dal conflitto rivendicando un ruolo nuovo nella gestione dello Stretto.
Il conto economico della pace
Dal punto di vista economico, l’intesa è pensata per rassicurare mercati, compagnie energetiche e consumatori americani. La riapertura di Hormuz può ridurre il costo del greggio, stabilizzare le forniture e offrire alla Casa Bianca un argomento spendibile davanti all’opinione pubblica. Trump aveva promesso di evitare nuove guerre e di concentrarsi sull’economia interna. Una guerra prolungata contro l’Iran avrebbe contraddetto entrambi gli impegni.
Ma il prezzo politico dell’accordo può essere alto. I Democratici potranno accusarlo di aver provocato una crisi militare per poi accettare un compromesso non molto diverso da quello che si sarebbe potuto cercare per via diplomatica. I falchi repubblicani potranno invece rimproverargli di aver fermato l’offensiva prima di ottenere risultati irreversibili. In entrambi i casi, Trump rischia di trovarsi in mezzo: troppo interventista per gli isolazionisti, troppo arrendevole per chi voleva piegare Teheran.
Resta poi la questione delle sanzioni. Washington sostiene che ogni alleggerimento sarà graduale e subordinato al rispetto di condizioni precise. L’Iran, invece, lascia intendere di attendersi subito fondi, benefici e aperture economiche. La divergenza non è secondaria. Se Teheran percepirà l’accordo come una promessa americana non mantenuta, il cessate il fuoco rischierà di diventare solo una pausa tra due crisi.
Il nucleare rinviato
Il grande assente dell’accordo è proprio il tema che avrebbe dovuto giustificare la guerra: il programma nucleare iraniano. Le discussioni più dettagliate vengono rimandate ai prossimi sessanta giorni. Ciò significa che l’intesa non stabilisce ancora in modo chiaro cosa accadrà alle scorte di uranio arricchito, quali controlli saranno previsti, quale sarà il ruolo degli organismi internazionali e quali garanzie verranno richieste a Teheran.
Trump aveva parlato della possibilità che gli Stati Uniti recuperassero il materiale nucleare per diluirlo e distruggerlo. Da parte iraniana, invece, si è parlato di una diluizione gestita autonomamente. Sono due impostazioni molto diverse. La prima implica un controllo esterno e una resa tecnica. La seconda preserva sovranità e margini di manovra. È qui che si capirà se l’accordo sarà un vero passo verso la stabilizzazione o soltanto una sospensione tattica delle ostilità.
Il confronto con l’intesa del 2015 resta inevitabile. Trump aveva cancellato l’accordo raggiunto da Barack Obama, accusandolo di essere debole e insufficiente. Ora deve dimostrare che il nuovo patto sarà migliore. Ma se il risultato finale dovesse limitarsi a congelare temporaneamente la crisi, senza smantellare le capacità nucleari e senza un sistema di verifica robusto, la Casa Bianca avrebbe ottenuto meno di quanto aveva distrutto.

La valutazione militare: forza senza risultato politico
Sul piano militare, l’offensiva statunitense e israeliana ha prodotto danni reali all’Iran. Ma la guerra non si misura solo con le distruzioni inflitte. Si misura con il risultato politico. E il risultato, per ora, è incompleto. Teheran non ha ceduto sul proprio sistema di potere, non ha smantellato il proprio apparato missilistico, non ha interrotto il sostegno alle proprie reti regionali e non ha accettato pubblicamente una subordinazione strategica.
L’Iran ha perso uomini, strutture e risorse, ma ha conservato la capacità essenziale: sopravvivere alla pressione e negoziare da posizione ancora rilevante. Questa è la vera lezione militare della crisi. Una potenza può colpire, bombardare, bloccare e minacciare; ma se non riesce a trasformare la superiorità militare in un assetto politico stabile, la vittoria resta parziale.
Il problema delle tariffe nello Stretto
Il capitolo più insidioso riguarda la volontà iraniana di introdurre pagamenti per servizi nello Stretto di Hormuz. Teheran nega di voler imporre un pedaggio vero e proprio, ma parla di tariffe legate a servizi non precisati, forse ambientali o di sicurezza. La differenza giuridica è importante. Un conto è pagare per un servizio realmente reso, un altro è pagare per attraversare una via d’acqua naturale e internazionale.
Se l’Iran riuscisse a imporre anche solo una forma indiretta di pagamento, creerebbe un precedente delicatissimo. Altri Stati costieri potrebbero rivendicare diritti analoghi in altri passaggi marittimi strategici. Il commercio mondiale ne uscirebbe più costoso, più incerto e più politicizzato. Anche qui si vede il limite dell’accordo: la riapertura dello Stretto non riporta davvero alla situazione precedente alla guerra, perché l’Iran pretende ora una funzione che prima non aveva.
Israele e la crepa con Washington
L’intesa preoccupa profondamente Israele. Per il governo israeliano, qualunque allentamento della pressione su Teheran rischia di restituire ossigeno al principale avversario regionale. La questione riguarda anche il Libano e Hezbollah. Se Washington frena la guerra contro l’Iran, potrebbe crescere la distanza con Israele sulla gestione del fronte libanese e sull’intera architettura di sicurezza regionale.
Benjamin Netanyahu cerca un chiarimento urgente con Trump perché teme che la Casa Bianca abbia accettato concessioni non pienamente compatibili con gli obiettivi israeliani. È un passaggio politico delicato. L’alleanza tra Stati Uniti e Israele resta solidissima, ma non sempre gli interessi coincidono. Trump deve guardare ai prezzi dell’energia, alla campagna interna, al rischio di una guerra lunga e all’equilibrio con il Golfo. Netanyahu guarda soprattutto alla minaccia iraniana e alla sopravvivenza strategica di Israele in un Medio Oriente che cambia rapidamente.
Una pace fragile, una vittoria incerta
L’accordo USA-Iran può evitare un conflitto più grande. Può abbassare i prezzi dell’energia. Può aprire una finestra diplomatica. Ma non cancella la realtà di fondo: l’Iran è stato colpito, non piegato; gli Stati Uniti hanno mostrato forza, non una strategia conclusiva; Israele teme un compromesso incompleto; i mercati vogliono stabilità, ma sanno che Hormuz resta nelle mani della geografia e della politica.
Trump ha trovato una via d’uscita. Non ha ancora trovato una vittoria. E forse questa è la vera lezione della crisi: nel Medio Oriente contemporaneo la superiorità militare può aprire la strada alla trattativa, ma non garantisce più la resa dell’avversario. L’Iran ha pagato un prezzo altissimo, ma ha dimostrato che la sua posizione geografica, la sua rete regionale e la sua capacità di minacciare l’energia mondiale restano strumenti di potere. Per questo l’accordo non chiude la partita. La sospende. E in Medio Oriente, le partite sospese sono spesso quelle destinate a riaprirsi nel momento peggiore.
