L’Iran ridefinisce le regole del gioco
Il panorama geopolitico mediorientale sta attraversando una fase di trasformazione radicale e irreversibile. Le recenti dinamiche che interessano lo Stretto di Hormuz non rappresentano più una mera disputa diplomatica, ma si configurano come l’affermazione pratica di una nuova sovranità iraniana. Come emerge chiaramente dalle parole di Mahdi Mohammadi, consigliere del capo della squadra negoziale iraniana, il tentativo di riportare lo status quo alle condizioni pre-belliche si è rivelato un’illusione. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati hanno cercato di testare la resilienza di Teheran, convinti che gli accordi potessero scardinare il controllo iraniano sul passaggio strategico, la realtà sul campo ha raccontato una storia ben diversa. Ci troviamo di fronte a un cambio di paradigma dove le parole scritte negli accordi vengono reinterpretate attraverso la prassi consolidata, trasformando lo Stretto in un meccanismo istituzionalizzato sotto il controllo di Teheran.
M. Celano
Tensioni militari sull’interpretazione pratica dell’accordo nello Stretto di Hormuz
Di seguito, il resoconto di Mahdi Mohammadi, Consigliere del capo della squadra negoziale iraniana – 27 giugno 2026
Gli sviluppi si susseguono ad un ritmo tale che aggiornare la situazione non è una scelta, ma una necessità. Ciò che sta accadendo ora non è altro che la manifestazione della vera natura del conflitto sullo Stretto di Hormuz. La linea di demarcazione delle posizioni è ormai del tutto chiara: l’Iran non permetterà che la situazione ritorni allo status quo precedente alla guerra e, di contro, gli Stati Uniti e i loro alleati europei e arabi stanno compiendo ogni sforzo per ripristinare esattamente lo stato precedente. Hanno creato con le proprie mani l’enigma chiamato Stretto di Hormuz e ora che non sono in grado di risolverlo cercano di cancellare il problema alla radice.
Ma cosa dice il campo di battaglia?
L’Iran ritiene che lo Stretto di Hormuz debba essere governato da nuovi assetti, i quali, come descritto in precedenza, si basano su tre principi fondamentali: in primo luogo, la determinazione delle rotte di ingresso e di uscita da parte dell’Iran (ingresso a nord dell’isola di Larak e uscita a sud di essa); in secondo luogo, l’obbligo del passaggio inoffensivo, il che significa che nessuna nave ha il diritto di minacciare la sicurezza dell’Iran; e, in terzo luogo, il pagamento dei costi per i servizi forniti nella via d’acqua. Riguardo al terzo principio, è stato concordato che la sua attuazione sia accompagnata da una sospensione di sessanta giorni, ma i primi due principi sono già in fase di applicazione.
Nelle ultime 48 ore, gli americani, convinti che il clima di intesa offrisse l’opportunità di cancellare le nuove regole, hanno compiuto un palese tentativo di scardinare le rotte stabilite dagli iraniani. Una vana illusione basata sull’idea che, dopo l’accordo, lo Stretto di Hormuz sarebbe tornato improvvisamente all’atmosfera prebellica, ripristinando la precedente libertà d’azione. Molti, sia all’interno che all’esterno, pensavano che in cambio delle azioni della controparte (tra cui le esenzioni per l’esportazione di petrolio, la revoca del blocco e le misure incompiute in Libano), l’Iran avrebbe perso la carta vincente dello Stretto. Tuttavia, ciò che è accaduto nella pratica ha dimostrato il contrario di questa ipotesi: l’Iran, con una forza e un consenso quasi senza precedenti, ha dimostrato di avere ancora in mano la carta dello Stretto di Hormuz e di non voler arretrare nell’esercizio della propria sovranità.
Il comportamento dell’Iran in questa fase ha contenuto un chiaro messaggio strategico: “Se si fa con le buone e con l’accordo, i nostri assetti saranno applicati pacificamente; altrimenti, saranno applicati con la forza”. Gli americani hanno cercato di testare questa determinazione. La risposta ricevuta è stata ferma e, per di più, unanime. Le autorità politiche e militari, la squadra negoziale e i comandanti operativi si sono uniti su questo punto: nient’altro che le regole volute dall’Iran devono governare lo Stretto.
Anche il tentativo degli Stati Uniti di indebolire la capacità operativa e di sorveglianza dell’Iran nella regione è fallito. Hanno preso di mira alcuni punti decine di volte, ma ogni volta hanno ricevuto una risposta più potente – compreso l’attacco di questa mattina, che ha dato una risposta schiacciante ad alcune delle loro basi nella regione. Il punto fondamentale è che alla fine di questo ciclo, non solo la capacità dell’Iran di controllare e condurre operazioni nello Stretto non si è indebolita, ma si è rafforzata giorno dopo giorno. Lo stallo militare degli Stati Uniti nel trovare una formula per tornare al passato si è manifestato ancora una volta.
Questo scontro potrebbe intensificarsi nelle prossime ore e nei prossimi giorni, ma questo è il punto di svolta della vicenda: siamo determinati a consolidare sul campo ciò che abbiamo strappato politicamente al nemico. Bisogna far capire loro che l’Iran non si ritirerà dai suoi “assetti” nello Stretto di Hormuz. Sono gli Stati Uniti e i loro alleati arabi a dover accettare che un nuovo Stretto di Hormuz è nato dalla guerra del Ramadan.
Ciò che stiamo facendo ora è, di fatto, presentare l’interpretazione pratica dell’Iran rispetto all’accordo. Le parole sulla carta sono una cosa, il modo in cui vengono attuate nella realtà dei fatti è qualcosa di completamente diverso. Stiamo mostrando agli Stati Uniti come questo accordo sarà eseguito dal nostro punto di vista. Questo percorso, anche se dovesse comportare dei costi, deve essere intrapreso affinché la piena sovranità sullo Stretto sia consolidata e, dopo sessanta giorni, il processo di vendita dei servizi e di monetizzazione da questa via d’acqua strategica diventi un meccanismo irreversibile e istituzionalizzato.
