Il Presidente francese Emmanuel Macron
La visita di Emmanuel Macron a Nairobi segna una cesura strategica nella politica africana della Francia. Il vertice “Africa Forward”, organizzato con il governo kenyano, costituisce il primo summit Africa-Francia ospitato in un paese anglofono. Parigi riconosce implicitamente l’erosione del proprio tradizionale spazio d’influenza nell’Africa francofona e tenta di ridefinire la propria postura continentale attraverso una rete di partenariati economici, tecnologici e finanziari più ampia.
Per oltre sei decenni, la Francia ha mantenuto in Africa occidentale e centrale un sistema di influenza politico-militare conosciuto come “Françafrique”. Questo modello combinava presenza militare permanente, accordi monetari legati al franco CFA, relazioni privilegiate con élite politiche locali e penetrazione delle grandi imprese francesi nei settori energetici, infrastrutturali e minerari. Gruppi come TotalEnergies, Orano, Bolloré e Vinci hanno rappresentato per anni l’estensione economica della potenza francese nel continente.
L’architettura costruita dopo le indipendenze africane ha però subito una crisi accelerata dal 2020. I colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger hanno prodotto l’espulsione progressiva delle forze francesi dal Sahel. La chiusura delle basi militari francesi in Senegal e la fine operativa dell’Operazione Barkhane hanno ridotto drasticamente la capacità di proiezione di Parigi nella fascia saheliana.
L’erosione dell’influenza francese deriva da fattori multipli. La dimensione securitaria ha perso efficacia. Le operazioni anti-jihadiste non hanno stabilizzato il Sahel. Le economie locali hanno continuato a registrare crescita debole, forte dipendenza dalle materie prime e deterioramento sociale. Una parte crescente delle opinioni pubbliche africane ha associato la presenza militare francese alla continuità di rapporti asimmetrici post-coloniali.
Parallelamente, nuovi attori hanno ampliato la propria presenza. La Russia ha consolidato la propria influenza securitaria attraverso strutture paramilitari e cooperazione militare. La Cina ha rafforzato la propria centralità economica mediante investimenti infrastrutturali, credito sovrano e controllo logistico. Turchia, Emirati, India e Arabia Saudita hanno ampliato la loro penetrazione commerciale e finanziaria.
La Francia tenta quindi una ricollocazione, facendo di necessità virtù. Macron presenta il nuovo paradigma come “partnership of equals”. Il linguaggio diplomatico privilegia innovazione, crescita verde, intelligenza artificiale, transizione energetica e finanza climatica. Il vertice di Nairobi riflette precisamente questo spostamento. Il Kenya rappresenta una scelta meditata. William Ruto possiede una forte proiezione internazionale. Nairobi è il principale hub finanziario dell’Africa orientale. Il paese mantiene relazioni solide con Stati Uniti, Regno Unito, Cina e istituzioni multilaterali. La Francia individua quindi nell’Africa orientale una piattaforma alternativa rispetto all’instabilità politica del Sahel. Secondo Reuters, le importazioni francesi dall’Africa sono cresciute del 25% tra il 2021 e il 2024. Parigi punta ora a investimenti in energia pulita, digitale, trasporti e formazione tecnologica.
Tuttavia, la riconversione della presenza francese incontra limiti strutturali. Il vantaggio competitivo francese si riduce in un contesto di competizione multipolare. La Cina finanzia infrastrutture su scala superiore. Gli Emirati dispongono di liquidità sovrana più aggressiva. Gli Stati Uniti mantengono superiorità tecnologica e finanziaria. La Russia offre cooperazione militare priva di condizionalità democratiche. Riuscirà la Francia di Macron a trovare spazio o farà la fine dei vasi di coccio tra quelli di ferro?
IL NUOVO SCACCHIERE AFRICANO
L’Africa non è più una periferia subordinata alle ex potenze coloniali europee. Il continente è diventato uno spazio di competizione tra potenze globali e medie potenze regionali. L’elemento energetico occupa una posizione centrale. La guerra in Ucraina e la crisi energetica europea successiva al deterioramento dei rapporti con la Russia hanno aumentato l’importanza strategica delle risorse africane. Gas naturale, uranio, terre rare, litio, cobalto e rame sono diventati asset critici per la sicurezza industriale occidentale.
La Francia possiede interessi diretti soprattutto nell’uranio del Niger. Il sistema nucleare francese dipende storicamente dalle forniture africane. La destabilizzazione politica del Sahel ha quindi assunto una dimensione energetica nazionale per Parigi. L’indebolimento della presenza francese in Niger ha ridotto la sicurezza degli approvvigionamenti e aumentato la vulnerabilità strategica del settore nucleare europeo. Contemporaneamente, l’Africa orientale, anche se con tutte le sue contraddizioni, emerge come nuovo polo energetico. Il Mozambico concentra importanti giacimenti di gas offshore. La Tanzania sviluppa infrastrutture LNG. Il Kenya investe in geotermia, idrogeno verde e digitalizzazione energetica. L’Etiopia amplia la propria capacità idroelettrica attraverso la Grand Ethiopian Renaissance Dam. In questo contesto, la Francia cerca di posizionarsi come partner della transizione energetica africana. Gli accordi firmati a Nairobi includono cooperazione nucleare civile, trasporti e agricoltura.
L’approccio francese punta a integrare diplomazia climatica e interessi industriali. Le imprese francesi cercano accesso ai mercati africani della decarbonizzazione. Il continente possiede una popolazione giovane, urbanizzazione accelerata e domanda infrastrutturale crescente. La Banca Africana di Sviluppo stima che il fabbisogno infrastrutturale africano superi i 130 miliardi di dollari annui.

La questione monetaria rappresenta un altro elemento decisivo. Molti governi africani cercano maggiore autonomia dal sistema finanziario occidentale. L’espansione dei BRICS e la crescente discussione sulla de-dollarizzazione rafforzano questa tendenza. La Francia tenta quindi di sostenere la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali per evitare un progressivo slittamento africano verso architetture economiche alternative guidate da Cina e potenze emergenti. Il Kenya svolge qui una funzione diplomatica importante. Ruto promuove la riforma della governance finanziaria globale, l’alleggerimento del debito africano e nuovi meccanismi climatici internazionali. Parigi sostiene queste iniziative per recuperare credibilità politica presso le élite africane.
Sul piano militare, la Francia modifica la propria strategia operativa. La presenza permanente lascia spazio a cooperazione selettiva, intelligence condivisa e supporto logistico. L’accordo di difesa franco-kenyano del 2025 conferma questo orientamento. Il cambiamento risponde anche ai vincoli politici interni francesi. Le operazioni africane hanno prodotto costi elevati e risultati limitati. L’opinione pubblica francese mostra minore disponibilità verso missioni militari prolungate. Macron cerca quindi una postura meno esposta e più economicamente sostenibile.
La competizione geopolitica in Africa assume inoltre una dimensione tecnologica. Le infrastrutture digitali diventano strumenti di influenza strategica. La Cina domina ampie porzioni del mercato africano delle telecomunicazioni attraverso Huawei e ZTE. Gli Stati Uniti concentrano la propria forza nelle piattaforme digitali e nel cloud. L’Europa tenta di promuovere un modello regolatorio e industriale alternativo. La Francia? Cerca di intrufolarsi come può. Il summit Africa Forward enfatizza proprio innovazione e intelligenza artificiale. La Francia intende utilizzare il proprio ecosistema tecnologico, che scarsamente può competere con quelli cinese e statunitense, come leva diplomatica. Un altro problema riguarda le possibilità finanziarie. Parigi dispone di capacità inferiori rispetto a Washington e Pechino.
L’intera strategia francese appare quindi come un tentativo di adattamento, se vogliamo un “salviamo il salvabile”, a un ambiente multipolare nel quale la superiorità europea è ormai tramontata.
GLI SCENARI FUTURI
La dichiarazione secondo cui il “pré carré français” sarebbe terminato possiede implicazioni più ampie della sola politica africana. Essa riflette la crisi generale dell’influenza europea nel Sud globale.
L’Unione Europea attraversa una fase di riduzione relativa della propria capacità geopolitica. La crescita economica africana, asiatica e mediorientale redistribuisce il potere internazionale. I paesi africani dispongono oggi di maggiore autonomia diplomatica rispetto agli anni Novanta. Molti governi adottano strategie multilivello. Cooperano contemporaneamente con Cina, Russia, Stati Uniti, Turchia, Golfo Persico ed Europa. Questo pragmatismo riduce lo spazio delle relazioni esclusive. La Francia non può più contare su automatismi post-coloniali. Ogni partnership richiede competitività economica reale, trasferimento tecnologico e vantaggi politici concreti.
L’Africa orientale potrebbe diventare il laboratorio di questa nuova strategia francese. Kenya, Etiopia, Ruanda e Tanzania offrono maggiore stabilità relativa, crescita urbana sostenuta e mercati digitali dinamici. Parigi tenta di inserirsi in questo ecosistema come attore finanziario e tecnologico.
Tuttavia, la concorrenza resta intensa. La Cina mantiene una posizione dominante nelle infrastrutture africane. Gli Emirati controllano snodi logistici fondamentali sul Mar Rosso e nell’Oceano Indiano. L’India espande la cooperazione farmaceutica e digitale. Gli Stati Uniti rafforzano il proprio interesse per i minerali critici necessari alla transizione energetica.
La Francia cerca dunque nicchie strategiche. Energia nucleare civile, trasporti urbani, finanza verde, agritech e formazione universitaria costituiscono i settori prioritari. Il summit di Nairobi rappresenta un tentativo di istituzionalizzare questo nuovo modello.
Il successo dipenderà da tre variabili principali.
La prima riguarda la credibilità politica. Molte società africane mantengono diffidenza verso la Francia. Le memorie coloniali restano vive. Ogni percezione di paternalismo può compromettere il nuovo approccio. La seconda riguarda la capacità finanziaria. La Francia affronta vincoli fiscali interni elevati. Il debito pubblico supera il 110% del PIL. La competitività industriale francese resta inferiore a quella statunitense e cinese in numerosi settori strategici. La terza riguarda la coerenza europea. Parigi non può sostenere da sola una strategia africana continentale. L’Unione Europea se vuole competere necessita di una politica comune vera epropria su infrastrutture, credito, energia e sicurezza. Cosa che fino ad oggi non si è mai realizzata se non nelle dichiarazioni di princilio.
L’evoluzione africana influenzerà direttamente gli equilibri globali dei prossimi decenni. Il continente potrebbe raggiungere 2,5 miliardi di abitanti entro il 2050. Le risorse minerarie africane saranno centrali per batterie, semiconduttori e tecnologie verdi. Le rotte del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano acquisiranno importanza crescente nel commercio mondiale.
Per Parigi, Nairobi rappresenta quindi molto più di un vertice diplomatico. Il summit costituisce un test sulla capacità europea di adattarsi a un ordine internazionale post-occidentale.
Macron riconosce implicitamente che il modello della Françafrique appartiene al passato. Resta però aperta la questione fondamentale: se la Francia stia realmente costruendo una relazione paritaria con l’Africa oppure se stia semplicemente riformulando, con strumenti differenti, la propria ricerca di influenza strategica sul continente.
Su questo misureremo Macron. Un leader che vede con chiarezza e si adegua o un semplice nipote di Pinocchio?
