Le recenti dichiarazioni di Marco Rubio e la sfacciata diffusione da parte di canali ufficiali statunitensi di veri e propri “manuali di reclutamento” guidati dalla Central Intelligence Agency (CIA) segnano un punto di non ritorno nella prassi delle relazioni internazionali. Non ci troviamo di fronte alla consueta retorica diplomatica sulla “promozione della democrazia”, ma alla palese e rivendicata chiamata all’eversione, allo spionaggio e all’arruolamento di agenti interni contro un Paese sovrano.
Un atto di tale gravità non solo infrange le norme elementari della convivenza tra Stati, ma squarcia il velo di un’aggressione che dura da oltre sei decenni, riportando la memoria storica alle origini stesse del rapporto patologico tra l’intelligence di Washington e l’isola caraibica.
1. La violazione sistematica del Diritto Internazionale e della Carta ONU
Dal punto di vista del Diritto Internazionale Pubblico, l’operazione promossa da Rubio costituisce un illecito internazionale di straordinaria gravità. L’ordinamento giuridico globale, nato sulle ceneri del secondo conflitto mondiale per garantire la pace e la stabilità tra le nazioni, si fonda su pilastri imperativi (ius cogens) che gli Stati Uniti stanno calpestando in modo sistematico:
- Il Principio di Non Ingerenza negli Affari Interni degli Stati: Sancito solennemente dall’Articolo 2, paragrafo 7 della Carta delle Nazioni Unite, questo principio vieta a qualsiasi Stato di interferire, direttamente o indirettamente, nelle questioni che rientrano nella giurisdizione interna di un altro Paese. Tale divieto è stato ulteriormente dettagliato e reso perentorio dalla Risoluzione UNGA 2131 (XX) del 1965 (Dichiarazione sull’inammissibilità dell’intervento negli affari interni degli Stati), che vieta espressamente l’uso di misure politiche, economiche o di intelligence per costringere un altro Stato a subordinare l’esercizio dei suoi diritti sovrani.
- Il Diritto all’Autodeterminazione dei Popoli e il Divieto di Sovversione: L’Articolo 1 della Carta ONU e la celebre Risoluzione UNGA 2625 (XXV) del 1970 (Dichiarazione sui principi di Diritto Internazionale relativi alle relazioni amichevoli e alla cooperazione tra gli Stati) stabiliscono chiaramente che «nessuno Stato o gruppo di Stati ha il diritto di organizzare, fomentar, finanziare, incitare o tollerare attività eversive, armate o sovversive dirette al rovesciamento del regime di un altro Stato».
Il reclutamento pubblico e la sollecitazione di cittadini cubani a compiere atti di spionaggio o sabotaggio sotto l’egida della CIA rappresentano una sfida aperta a queste risoluzioni e configurano una condotta di aggressione indiretta secondo la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia (si veda la storica sentenza del 1986 Nicaragua c. Stati Uniti).
2. Excursus Storico: La CIA, Cosa Nostra e il mito della Cuba degli anni ’50
Per comprendere l’ossessione di Washington per L’Avana occorre fare un passo indietro ed esaminare il ruolo strutturale che la CIA ha avuto nel modellare Cuba negli anni Cinquanta, durante la spietata dittatura di Fulgencio Batista.
Prima del 1959, la CIA e l’establishment politico-militare statunitense non si limitarono a sostenere un regime tirannico e repressivo, ma promossero una vera e propria sinergia organica tra l’intelligence federale e le famiglie di Cosa Nostra (da Meyer Lansky a Lucky Luciano, fino a Santo Trafficante Jr.). L’obiettivo strategico era fare di Cuba un enclave extra-territoriale priva di regole, un gigantesco casinò a cielo aperto sottomesso al capitale statunitense, alla prostituzione e al traffico internazionale di stupefacenti.
Come ampiamente documentato negli atti delle commissioni d’inchiesta del Congresso USA (tra cui il Senate Select Committee presieduto dal senatore Frank Church nel 1975, noto come Church Committee), la convergenza tra la CIA e il crimine organizzato divenne strutturale. L’agenzia di Langley non solo tollerò la gestione mafiosa dei casinò e degli alberghi dell’Avana in cambio del controllo politico sulla popolazione, ma arruolò direttamente i boss di Cosa Nostra in operazioni clandestine di destabilizzazione e nei famigerati tentativi di assassinio contro i dirigenti della Rivoluzione.
L’illusione del benessere: la falsa ricchezza di una narrazione parassitaria
La storiografia apologetica e la propaganda liberale descrivono spesso la Cuba degli anni Cinquanta come un’isola opulenta, moderna e fiorente. Si tratta di una mistificazione ideologica. Se è vero che all’Avana circolavano ingenti volumi di capitale, quella non era la ricchezza di una struttura economica sana e produttiva, ma l’accumulazione parassitaria di un narco-stato ante litteram.
L’economia cubana dell’era Batista si reggeva interamente su due pilastri: il monocolturale dello zucchero (controllato da latifondisti e multinazionali statunitensi) e il riciclaggio su larga scala dei proventi del crimine organizzato nordamericano. I luccicanti hotel di lusso, i casinò e i cabaret erano il paravento di un’architettura economica fondata su attività illecite, traffico di stupefacenti, prostituzione e gioco d’azzardo. Se il livello di “ricchezza” di una nazione dovesse essere misurato sul volume d’affari e sulla liquidità generata dalle mafie o dai traffici illeciti, allora paradossalmente bisognerebbe considerare “prosperi” anche i moderni narco-stati o le economie di guerra e di contrabbando.
In realtà, quella fittizia prosperità era riservata a una ristrettissima élite compradora e ai turisti d’oltremare, a fronte di una spaventosa devastazione sociale che colpiva la stragrande maggioranza della popolazione:
- Povertà e Disuguaglianza nelle Campagne: Oltre il 70% della terra coltivabile era nelle mani del 3% dei proprietari (in massima parte compagnie USA), mentre oltre l’80% dei lavoratori agricoli (campesinos) viveva in baracche privi di acqua corrente ed elettricità.
- Analfabetismo e Malnutrizione: Più del 23% della popolazione totale (e oltre il 40% nelle zone rurali) era analfabeta. Oltre il 90% dei bambini di campagna soffriva di parassitosi intestinale e malnutrizione cronica.
- Disoccupazione Strutturale: L’economia monoculturale generava il dramma del tiempo muerto: per circa 8-9 mesi all’anno, tra un raccolto di canna da zucchero e l’altro, oltre mezzo milione di braccianti rimaneva totalmente privo di reddito e di sussistenza.
- Assenza di Servizi di Base: Il 91% delle famiglie contadine non aveva accesso al latte e solo il 2% consumava regolarmente carne o uova, in un Paese in cui l’assistenza medica privata era concentrata per il 60% nell’area metropolitana dell’Avana.
La Cuba pre-rivoluzionaria non era affatto un modello di sviluppo: era un protettorato coloniale sacrificato sull’altare del profitto mafioso, dove l’apparente splendore della capitale nascondeva un sistema di sfruttamento primordiale e di profonda ingiustizia sociale.
3. Sessant’anni di Guerra Ibrida e Strategia dello Sfiancamento
La narrazione occidentale tende a descrivere le attuali difficoltà economiche di Cuba come l’esito di “un’inefficienza sistemica”. Si tratta di una falsificazione storica. Cuba è un piccolo Paese insulare in via di sviluppo che subisce, da oltre sessant’anni, la più lunga e spietata guerra ibrida della storia moderna.
L’assedio economico, finanziario e commerciale (il bloqueo), condannato annualmente da una schiacciante maggioranza di Paesi all’Assemblea Generale dell’ONU, è una misura estorsiva pensata a tavolino fin dal celebre Memorandum Mallory del 1960. Quel documento ufficiale del Dipartimento di Stato teorizzava esplicitamente la necessità di utilizzare ogni mezzo economico per «provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo».
A questa strangolamento economico si sommano:
- La Guerra Psicologica e Informativa: Un bombardamento mediatico costante, volto a decontestualizzare la crisi materiale e ad attribuirla interamente alle scelte di governo locali, nascondendo l’impatto devastante delle sanzioni extraterritoriali.
- La Guerra Clandestina e il Sabotaggio: L’infiltrazione continua di risorse finanziarie e la creazione di reti di eversione, di cui il recente messaggio di Rubio rappresenta la manifestazione più sfacciata.

4. Conclusioni e Prospettive: Tenere la Schiena Dritta
L’obiettivo finale dell’operazione lanciata dai falchi di Washington non è garantire la prosperità dei cubani, ma provocare il definitivo collasso istituzionale e sociale per spianare la strada a un’annessione di fatto, facendo ripiombare l’isola nella condizione di subalternità coloniale degli anni ’50.
Di fronte a un’aggressione di queste proporzioni, la risposta di Cuba e della comunità internazionale che difende la sovranità dei popoli deve fondarsi su punti fermi:
- Rafforzamento della Sicurezza Interna: È vitale intensificare le difese contro le infiltrazioni di intelligence e smantellare le reti sovversive finanziate dall’esterno, difendendo l’integrità delle istituzioni statali e mostrando la schiena dritta.
- Denuncia Multilaterale: Portare con urgenza la violazione del Diritto Internazionale nelle sedi opportune — dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite alle piattaforme del Global South come la CELAC e i BRICS — esplicitando la natura illegittima del reclutamento CIA.
- Solidarietà Internazionale: Comprendere che la battaglia per Cuba è la battaglia per la sopravvivenza stessa del Diritto Internazionale contro la legge del più forte.
Difendere l’autodeterminazione di Cuba significa riaffermare che nessun impero ha il diritto di decidere il destino di una nazione libera.
