LE PIAZZE IN SUBBUGLIO, GLI SCIOPERI E LA REGIA INVISIBILE
Nelle ultime settimane, il panorama politico e sociale italiano è attraversato da una nebulosa di mobilitazioni, blocchi e disordini coordinati: dalle agitazioni del settore dei trasporti agli scioperi dei camionisti, passando per le piazze studentesche e le proteste di categoria. A una prima lettura superficiale, proposta dai media mainstream, il quadro appare frammentato, spontaneo o persino caotico. Tuttavia, un’analisi dialettica condotta con le lenti del materialismo storico e attenta ai reali rapporti di forza rivela come questa dinamica non sia affatto l’esplosione incontrollata di una spinta rivoluzionaria dal basso.
Ciò che si intravede dietro la modularità delle proteste è l’azione di un soggetto politico “differito”, fluido e a spiccata trazione borghese. Si tratta di una rete informale composta da ceti medi “illuminati”, quadri produttivi, apparati tecnocratici e reti d’opinione che bypassano deliberatamente la tradizionale “triplice” sindacale (CGIL, CISL, UIL), ritenuta burocratizzata, lenta e incapace di interpretare la modernizzazione economica. Questa borghesia progressista muove le fila del conflitto per sollecitare e accelerare una ristrutturazione dell’Italia in senso liberale, manageriale ed europeista.
In questo calcolo egemonico, le frange della Sinistra radicale, i collettivi e gli ambienti antagonisti vengono sistematicamente ridotti a mera carne da cannone o a capri espiatori preconfezionati. Quando le piazze di Roma e Milano si riempiono dei vecchi simboli della Sinistra – le “bandiere rosse” – la macchina mediatica e statale ha il pretesto perfetto per attivare la dura risposta repressiva del governo securitario di destra (il cosiddetto conto gestito dai “fratelli di taglia”). Questa dinamica permette ai veri registi liberali della protesta di rimanere coperti e puliti, pronti a presentarsi all’opinione pubblica e ai mercati internazionali come l’unica alternativa “ragionevole”, civile e di governo.
LA TARA STORICA DEL LIBERISMO IN ITALIA: DAL RISORGIMENTO INCOMPIUTO ALL’ASCESA DI GIORGIA MELONI
Questo disegno della borghesia liberale sconta tuttavia una tara d’origine profonda, storica e strutturale. In Italia, il liberalismo non ha mai davvero messo radici nella società reale, rimanendo fin dalle sue origini un guscio sovrastrutturale, astratto ed elitario.
1. L’UNIFICAZIONE RISORGIMENTALE INCOMPIUTA
L’unità d’Italia non nacque da un movimento popolare di massa o da una rivoluzione contadina, ma da un processo di conquista regia e di accordi verticistici condotto dalla Destra Storica e dal trasformismo cavouriano. La classe dirigente liberale tentò di calare dall’alto un modello istituzionale ed economico ricalcato su quello franco-inglese, totalmente estraneo alla composizione sociale, economica e culturale della penisola. Le masse contadine del Mezzogiorno e le prime classi proletarie del Nord vennero subito percepite non come soggetti da emancipare, ma come corpi sociali da disciplinare e reprimere.
2. LA NASCITA DEL FASCISMO E LA COMPLICITÀ LIBERALE NEL PRIMO DOPOGUERRA
Quando le contraddizioni del sistema capitalistico e la pressione delle masse lavoratrici fecero tremare lo Stato liberale – culminando nel Biennio Rosso (1919-1920) con l’occupazione delle fabbriche e le lotte bracciantili –, la borghesia liberale rivelò la sua vera natura. Di fronte alla minaccia del socialismo e della redistribuzione della ricchezza, gli esponenti del liberalismo “illuminato” non esitarono a finanziare, armare e sdoganare le squadracce fasciste di Benito Mussolini.
Mussolini venne visto come un utile “ariete” temporaneo, un cane da guardia necessario per smantellare i sindacati, reprimere le organizzazioni operaie e ripristinare la disciplina nella produzione. I liberali si illusero di poter “costituzionalizzare” il fascismo dopo che questo avesse svolto il lavoro sporco. Il risultato fu la liquidazione dello stesso Stato liberale e la consegna del Paese a vent’anni di dittatura.
3. L’IMPOSIZIONE DI GIORGIA MELONI NEL PRESENTE
Un meccanismo del tutto analogo si è ripetuto nell’epoca contemporanea. Di fronte all’incapacità dei governi tecnocratici di gestire il malcontento popolare e la stagnazione economica, le élite finanziarie e liberali hanno aperto la strada all’affermazione di Giorgia Meloni e della destra reazionaria. La Meloni è stata rassicurata e sdoganata nel momento in cui ha garantito fedeltà assoluta ai vincoli atlantici, alla NATO e alla disciplina di bilancio europea.
Ancora una volta, la borghesia liberale ha usato la destra reazionaria come uno strumento d’emergenza per applicare politiche di austerity, precarietà lavorativa e delega al controllo securitario delle piazze, sperando poi di poter riprendere le redini del potere una volta esaurita la spinta della destra. Questo errore sistematico dimostra come i liberali continuino ad avvelenare il terreno sociale, alimentando il fascio-populismo e distruggendo ogni precondizione per una convivenza democratica.
LA STRUTTURA ECONOMICA E LA MENTALITÀ ITALIANA: IL RIFIUTO ANTROPOLOGICO DEL MERCATO ASTRATTO
Per comprendere perché il liberismo continui a fallire in Italia, occorre esaminare la struttura concreta dell’economia e la stratificazione della mentalità collettiva.
1. LA CONFORMAZIONE ECONOMICA
L’economia italiana non si fonda sul modello anglosassone dei grandi mercati finanziari e dell’individualismo atomizzato, ma su un tessuto di piccole e medie imprese (PMI), distretti familiari, artigianato e un peso decisivo dello Stato (diretto o indiretto) nell’erogazione di servizi e sussidi. È un sistema che ha sempre necessitato della mediazione pubblica per attutire gli urti del mercato globale. Quando il liberismo impone privatizzazioni selvagge, tagli al welfare e concorrenza spietata, non fa che sgretolare questo tessuto, impoverendo la classe media e precarizzando il lavoro.
2. LA MENTALITÀ E LA CULTURA POLITICA
Dal punto di vista antropologico e culturale, il popolo italiano ha una matrice profondamente comunitaria, corporativa, cattolica e statalista. L’idea liberale del “tutti contro tutti”, della meritocrazia individualista slegata dai legami sociali e della mercificazione di ogni ambito dell’esistenza viene percepita come una violenza. In Italia c’è una richiesta viscerale di protezione sociale, di uno Stato che sia padre, garante e scudo contro l’incertezza del futuro.
Ignorare questa realtà materiale e culturale significa condannare qualsiasi progetto liberale a rimanere un’ideologia d’élite, vista con profonda diffidenza e ostilità dalla maggioranza della popolazione.
LA CRITICA MARXISTA: L’ASTRAZIONE LIBERALE CONTRO LA RAZIONALITÀ SOCIALISTA
Il fallimento del liberalismo non è un incidente di percorso, ma una contraddizione interna e insuperabile della sua stessa architettura ideologica.
IL DIFETTO D’ASTRAZIONE DEL LIBERALISMO
Come analizzato da Karl Marx fin nei suoi scritti giovanili (Sulla questione ebraica), il liberalismo vive di un’astrazione ipocrita: proclama l’uguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge (l’citoyen), ma lascia intatta e difende ferocemente la disuguaglianza reale e materiale nella società civile e nei luoghi di lavoro (il bourgeois).
Il liberalismo odierno veste questa astrazione con i panni del “finto inclusivismo” e dei diritti civili sbandierati sulla carta, usandoli come un velo di Maya per coprire la macelleria sociale, la deregolamentazione del lavoro, il crollo dei salari reali e lo smantellamento della sanità pubblica. Tratta i cittadini come atomi interscambiabili all’interno di modelli matematici e contabili, ignorando la storia, la geografia e le condizioni materiali d’esistenza dei popoli.
LA RAZIONALITÀ DEL SOCIALISMO MATERIALISTA
Al contrario, il socialismo – pur essendo costantemente demonizzato dall’apparato mediatico e culturale borghese – rappresenta la risposta più razionale e scientifica per la gestione degli Stati e delle risorse.
Il socialismo parte dalla realtà concreta:
- Riconosce che la libertà individuale è una truffa se non è ancorata alla sicurezza economica, alla casa, al lavoro tutelato e alla salute gratuita.
- Non subordina la pianificazione sociale ai profitti privati o ai parametri astratti dei mercati finanziari, ma organizza le forze produttive in base ai bisogni reali della collettività.
- Comprende che ogni popolo possiede uno specifico sviluppo storico-materiale e necessita di forme d’organizzazione e di tutela modellate sulla propria identità concreta, anziché su ricette globaliste standardizzate.
L’INCUBATORE MANCATO E IL RISCHIO DEL DESERTO SOCIALE
In un Paese strutturalmente refrattario al liberismo come l’Italia, l’unica modalità per gestire una transizione politica ed economica senza precipitare nella reazione fascista o nell’autoritarismo securitario richiederebbe una fase di “incubazione” pedagogica e sociale.
1. LA NECESSITÀ DI UN POPULISMO DI SINISTRA (L’INSEGNAMENTO DI PERÓN)
Per alfabetizzare e modernizzare un Paese a forte vocazione statalista senza distruggerne il tessuto sociale, servirebbe una figura o un movimento di transizione assimilabile al populismo di sinistra di Juan Domingo Perón. Il peronismo storico in Argentina fu un esperimento capace di unire la giustizia sociale, i diritti dei lavoratori (los descamisados), la tutela delle minoranze e l’industrializzazione statale con un forte senso di identità nazionale e comunitaria.
Un “incubatore” di questo tipo agirebbe come cinghia di trasmissione: parlerebbe la lingua del popolo, ne intercetterebbe i bisogni di protezione e ne canalizzerebbe le energie, evitando che il malcontento finisca per alimentarne la reazione.
L’OCCASIONE PERDUTA: DA EVITA PERÓN AL ‘MUSSOLINI IN GONNELLA’
Qui emerge tutta l’ironia amara e l’incapacità strategica della borghesia liberale e tecnocratica italiana, che ha letteralmente perso un appuntamento storico con la storia.
Se davvero questi settori “illuminati” avessero voluto preparare l’Italia a una reale transizione verso un liberalismo moderno, evoluto e aperto al mondo, avrebbero potuto spingere e plasmare Giorgia Meloni affinché diventasse una sorta di ‘Evita Perón’ italiana. Evita fu infatti la figura carismatica e popolare capace di costruire reale partecipazione delle masse, garantendo diritti sociali fondamentali, suffragio e tutele per le classi lavoratrici, e inserendo l’Argentina in un circuito di dialogo e internazionalismo sovrano e dinamico. Un populismo integratore di quel tipo avrebbe potuto costruire il tessuto culturale e la stabilità sociale indispensabili per alfabetizzare il Paese e prepararlo, in un secondo momento, a un liberalismo evoluto.
Invece, la borghesia liberale si è lasciata sfuggire rovinosamente questa occasione. Fallendo nella propria regia, ha lasciato che la Meloni si affermasse nell’ennesimo ‘Mussolini in gonnella’: una figura autoritaria, ducessa, reazionaria, oscurantista, trasformista e repressiva. Invece di un populismo dialogico e sociale capace di aprire il Paese, ci si ritrova gestiti da un populismo reazionario che chiude l’Italia in un vicolo cieco securitario e corporativo, rendendo questo appuntamento con la storia ormai irrecuperabile.
LA NECESSITÀ DI UN RITORNO ALLA REALTÀ MATERIALE
L’analisi degli scontenti di piazza, delle manovre della borghesia progressista e delle contraddizioni storiche del liberismo italiano porta a una conclusione inequivocabile. Il tentativo di imporre forzatamente con la tecnocrazia, con le astrazioni di mercato e con la complicità della destra reazionaria un modello liberale a un Paese che lo rifiuta nelle sue viscere materiali è un vicolo cieco.
Rigettando l’unica mediazione possibile con le masse e avendo fallito anche l’ipotesi di indirizzare il potere verso una forma di populismo integratore e sociale, l’operazione liberale è destinata ad abortire miseramente. Il risultato non sarà un’Italia liberale ed efficiente, ma l’accelerazione di un processo di deindustrializzazione e impoverimento. L’Italia rischia di trasformarsi definitivamente in una landa desolata: un deserto economico, sociale e culturale, privato dei suoi giovani ed esposto a una perenne instabilità politica gestita con metodi sempre più autoritari.
Se non si riparte dalla realtà concreta dei rapporti di produzione, dal riconoscimento che il socialismo e la pianificazione pubblica rappresentano la forma più alta e razionale di organizzazione sociale, l’Italia continuerà a oscillare tragicamente tra l’illusione liberale e la reazione fascista, sprofondando in un declino irreversibile.
