Oggi più che mai, l’orizzonte geopolitico mondiale è scosso da profonde scosse telluriche che ripropongono, con brutale urgenza, lo scontro tra il Centro imperialista e le Periferie che lottano per la propria sopravvivenza e sovranità. Lo vediamo nel perdurare di conflitti logoranti ai confini dell’Europa, nelle costanti strategie di destabilizzazione e nei blocchi economici asfissianti contro Cuba, nell’escalation di minacce e attacchi mirati volti a colpire l’Iran e l’asse della resistenza mediorientale, o ancora nei tentativi mai sopiti di soffocare i processi di riscatto indigeno e popolare in America Latina – dalle storiche resistenze della Bolivia dei *ponchos rossi* fino ai movimenti di emancipazione di tutto il Sud globale.
Di fronte a uno scenario in cui il diritto internazionale viene costantemente piegato agli interessi geostrategici delle grandi potenze occidentali, sorge spontanea una domanda: con quali strumenti teorici possiamo decifrare questa transizione storica?
La risposta risiede nella straordinaria capacità di riattivare un pensiero critico e decolonizzato. Per comprendere le radici della resistenza contemporanea, è necessario compiere un passo indietro ed esplorare come la tradizione marxista e leninista sia stata metabolizzata e rivoluzionata proprio da chi, nella Periferia del mondo, ha cercato una via autonoma alla liberazione.
Enrique Dussel: La prossimità del “Povero” e la rottura della Totalità Centro-Periferia
Enrique Dussel compie un lavoro monumentale di scavo filologico sui manoscritti marxiani, e la sua attenzione si posa con forza sulla Critica del Programma di Gotha. Marx, in quelle pagine memorabili, smantella l’astrattezza del “diritto uguale” di matrice borghese, dimostrando che applicare una misura uguale a esseri umani profondamente disuguali per condizioni e capacità non fa che perpetuare l’ingiustizia. Per Marx, il diritto, per essere autenticamente giusto, dovrebbe essere disuguale, calibrato sulla concretezza dei bisogni.
Dussel eleva questa intuizione a pietra angolare della sua Filosofia della Liberazione. Il concetto marxiano di “bisogno” viene sottratto alla pura dimensione economica della fabbrica ottocentesca e viene incarnato nella figura antropologica dell’Esterno, del “Povero”, dell’indigeno, del colonizzato. Per Dussel, la periferia del mondo è il luogo in cui il capitalismo non si limita a estrarre plusvalore, ma nega radicalmente la vita e la dignità biologica e culturale del soggetto escluso. La transizione verso la fase superiore del comunismo evocata da Marx — quella regolata dal principio “A ciascuno secondo i suoi bisogni” — diventa in Dussel l’imperativo etico assoluto per abbattere la totalità del sistema capitalista globale.
Questo nucleo filosofico si salda perfettamente con la lezione geopolitica che Dussel trae da Lenin e dal suo scritto sull’autodeterminazione. Lenin aveva compreso che l’avvento dell’imperialismo divideva irrevocabilmente il mondo in nazioni opprimenti e nazioni oppresse. Dussel metabolizza questo impianto e lo trasforma nella sua celebre dialettica geopolitica ed epistemica tra Centro e Periferia. L’autodeterminazione leninista smette di essere una semplice formula giuridica per la nascita di nuovi Stati-nazione e si trasforma nel diritto sovrano del Sud globale di spezzare la dipendenza economica e culturale dal Nord imperialista, rivendicando una propria dignità filosofica e storica.
Ali Shariati: L’emancipazione integrale e il riscatto identitario dell’Islam Rosso
Spostandoci nel contesto mediorientale, Ali Shariati compie un’operazione speculare e straordinariamente originale: egli innesta l’analisi di classe e la critica dell’imperialismo sul tronco vivo della tradizione culturale e spirituale dell’Islam sciita, interpretato in chiave rivoluzionaria (il cosiddetto “Islam rosso” o Alavita).
Quando Shariati legge la Critica del Programma di Gotha, ritrova lo stesso sdegno di Marx contro lo “Stato-Idolo” dei lassalliani. Marx aveva demistificato l’idea che lo Stato potesse essere un’entità neutrale, provvidenziale o paternalista, svelandone la natura di strumento transitorio delle classi dominanti. Shariati fa propria questa radicale diffidenza verso lo statalismo arido e burocratico. Egli rifiuta categoricamente il materialismo volgare e lo statalismo oppressivo del socialismo di stampo sovietico, che considera una nuova forma di alienazione umana, non meno disumanizzante del capitalismo occidentale. La transizione marxiana viene così “spiritualizzata” e umanizzata da Shariati: liberarsi dal diritto borghese e dall’egoismo individuale significa permettere all’essere umano di compiere un cammino di emancipazione integrale, sradicando l’alienazione per ritrovare la propria autentica natura e diventare, in senso spirituale e sociale, il vero artefice della giustizia sulla terra.
Il punto di contatto più dirompente e intimo con il pensiero di Lenin si consuma proprio sul terreno dell’autodeterminazione. Lenin sosteneva fermamente che il proletariato della nazione oppressiva non avrebbe mai potuto emanciparsi senza riconoscere il diritto alla separazione e alla scelta delle nazioni oppresse. Shariati prende questa tesi geopolitica e la radicalizza per il contesto coloniale e neocoloniale: nella periferia del mondo, la lotta di classe è strutturalmente e indissolubilmente legata al recupero della propria identità culturale.
Per Shariati, l’imperialismo occidentale (incarnato in Iran dal regime dello Scià) non aggredisce soltanto le risorse materiali, ma opera una sistematica alienazione culturale, svuotando i popoli della loro storia per renderli docili consumatori. L’autodeterminazione leninista viene quindi riscritta da Shariati non solo come indipendenza geografica o politica, ma come il diritto inalienabile di un popolo oppresso di fare la rivoluzione attingendo alla propria riserva simbolica, al proprio linguaggio e alle proprie radici religiose e storiche, ergendo la propria identità a bastione invalicabile contro l’oppressione geopolitica.
Il punto di convergenza: Una sintesi superiore
In questa fitta trama discorsiva, Marx e Lenin smettono di essere autori esclusivamente europei e diventano alleati fondamentali della periferia. Se la Critica del Gotha fornisce a Dussel e Shariati la legittimazione filosofica del primato della vita e dei bisogni reali contro le astrazioni giuridiche del capitale, il testo di Lenin sull’autodeterminazione offre loro la mappa geostrategica per comprendere che non può esserci alcun internazionalismo autentico senza il previo e totale riconoscimento della dignità, della sovranità e della specificità culturale dei popoli oppressi.
