La vicenda del convento di Sant’Ambrogio della Massima a Roma non è una nota a margine della storia della Chiesa. È la dimostrazione plastica di come il potere maschile edifichi la propria egemonia attraverso la distruzione della soggettività femminile. Il convento era, nell’Ottocento, un carcere teocratico dove le monache e le novizie venivano annientate psicologicamente e fisicamente. A capo di questo sistema di manipolazione non c’era un oscuro prete di campagna, ma Padre Johannes Heinrich Maria Leonhardi, il confessore che operava sotto falso nome, rivelatosi poi come uno dei teologi più influenti dell’epoca. Fu proprio lui, insieme ad altri, a contribuire attivamente alla redazione del dogma dell’infallibilità papale.
Il segreto di Sant’Ambrogio è stato svelato solo nel 2001, quando lo storico Hubert Wolf ha avuto accesso a fascicoli rimasti sigillati per oltre un secolo nell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede. Le carte hanno rivelato che il convento era il centro di un sistema di confessioni estorte, lettere intercettate e relazioni dell’inquisitore che servivano a piegare le donne a un volere maschile che si ammantava di divinità. Il Vaticano, consapevole di tutto ciò, scelse il silenzio istituzionale per oltre cent’anni. Questo non è un abuso, è la struttura stessa del potere che si auto-riproduce, sacrificando le donne sull’altare della propria preservazione.
L’impossibilità dell’amore tra gerarchia e soggezione
Il cattolicesimo e il Vaticano, nel corso dei secoli, hanno fatto dell’amore un pilastro del loro discorso teologico e dogmatico. Tuttavia, dobbiamo chiederci: può esistere l’amore tra un ente che detiene tutto il potere — burocratico, amministrativo, sacramentario e intellettuale — e un essere che è privato di ogni potere, ridotto a oggetto funzionale? La risposta è negativa. La struttura ecclesiastica rifiuta sistematicamente di concedere potere reale alle donne, relegandole in una condizione di sudditanza ontologica. Tra chi detiene il dominio e chi è costretto in una posizione di totale assenza di potere, l’amore è un’impossibilità logica; ciò che ne consegue è inevitabilmente la riduzione dell’altro a strumento.
Questa logica riflette esattamente l’ipocrisia dell’amore di coppia patriarcale. L’amore è diventato un orpello retorico, un oggetto decorativo utilizzato per coprire secoli di abusi. Dallo sterminio degli amerindi, compiuto sotto il segno della croce in nome di una falsa missione civilizzatrice, fino al colonialismo e all’imperialismo, la retorica dell’amore è stata l’arma perfetta per giustificare la violenza. Oggi, questa stessa retorica occulta stupri, pedofilia, sfruttamento domestico e l’invisibilizzazione sistematica delle donne.
Il potere come predatore: lo squilibrio della pedofilia
È in questo squilibrio radicale di potere che risiede la matrice della pedofilia, fenomeno pervasivo che attraversa le gerarchie ecclesiastiche e le élite del potere maschile globale. Quando l’uomo confonde il dominio con l’amore, il risultato è una patologia predatoria: l’oggettivazione dell’altro è direttamente proporzionale alla sua vulnerabilità. Più un essere è indifeso, impotente e inerte, più la soggettività maschile dominante tende a “amarlo” — ovvero a usarlo — in quanto oggetto perfetto. La pedofilia è, in questo senso, l’estremizzazione di un ordine che nega l’amore tra pari, chiamando “affetto” ciò che è, in realtà, l’esercizio dell’assoluto potere di un soggetto su un oggetto.
Il lavoro come strumento di svalutazione
Questo ordine simbolico non si limita all’ambito sessuale o religioso, ma si riflette brutalmente nel mondo del lavoro contemporaneo. La precarietà e l’abuso colpiscono in misura sproporzionata le donne, incluse quelle ad alta professionalità, costrette in rapporti di lavoro che spesso mascherano il reale rapporto di lavoro subordinato, come accade con l’abuso sistematico delle false partite IVA. Vediamo come il dibattito pubblico sia spesso ridotto a un mero inseguimento di consensi social da parte di chi, per non scomodare l’establishment, mortifica le istanze di sinistra e i diritti reali.
Il mercato del lavoro attuale sacrifica la dignità umana in favore di una logica estrattiva dove le donne, tra cui le lavoratrici agricole, vivono condizioni di schiavitù e sfruttamento che sono la cosa più degradante, pericolosa e sottopagata al mondo. Si parla di “ultimi”, ma si selezionano solo coloro con cui il potere può identificarsi, ignorando che le vere vittime di questo sistema sono le donne, costrette in una posizione di costante deprivazione e fragilità. Per il sistema, la donna resta un’entità funzionale e interscambiabile, mai un soggetto dotato di dignità.
L’omocentrìa del patriarcato: il fondamento omoerotico
Infine, va smascherata la verità profonda del patriarcato, nato circa 6.000 anni fa: il genere maschile è fondato su una dinamica omoerotica. La persecuzione e la bullizzazione dell’ omosessualità maschile non è un atto di moralismo, ma una semplice operazione di occultamento della verità e della realtà. Il maschio, nel patriarcato, riserva il vero amore, il vero riconoscimento, lo sguardo complice e l’affetto autentico esclusivamente ai suoi pari, agli altri uomini. Con la donna, il maschio compie solo un atto di “ginnastica” sessuale, uno sfogo o un uso riproduttivo e domestico. L’omosessualità maschile latente o palese è temuta perché svela il segreto del potere: gli uomini si amano tra loro, mentre la donna è solo lo strumento necessario a mantenere la stabilità di questo patto maschile.
Smettere di credere alla favola dell’amore patriarcale è l’unica via per riappropriarsi della propria dignità. Le donne devono uscire dall’illusione affettiva, smettere di cercare conferme in chi le vede solo come strumenti e iniziare a costruire solidarietà tra simili, riconoscendo che il potere maschile non è un destino biologico, ma una costruzione che poggia sul loro silenzio. La consapevolezza è la prima arma: chiamare le cose con il proprio nome, vedere lo sfruttamento dove ci viene venduto affetto, e capire che la vera forza risiede nel rifiuto di essere, per chiunque, solo una funzione. La libertà inizia là dove finisce la pretesa che le donne debbano amare chi non le vede e, soprattutto, chi non le ha mai riconosciute come esseri umani.
