Quando l’indipendenza diventa il vero bersaglio dell’ordine occidentale
Iran in fiamme. Cronache dalla guerra ibrida, curato da Maddalena Celano e pubblicato da Mario Pascale editore, con contributi di Chiara Cavalieri, Geraldina Colotti, Roberto Roggero e Bruno Scapini e con l’introduzione di Alberto Fazolo, non è soltanto un lavoro sull’Iran. È un’opera che usa l’Iran come lente di ingrandimento per osservare la crisi dell’ordine mondiale nato dalla supremazia occidentale. La Repubblica islamica vi appare non come un semplice attore regionale, né come il consueto “problema mediorientale” da amministrare attraverso sanzioni, minacce e negoziati intermittenti, ma come il simbolo di una questione più ampia: che cosa accade quando una nazione non occidentale decide di costruire la propria modernità senza chiedere permesso?
Il punto è questo. L’Iran viene colpito non soltanto perché avversario di Israele, non soltanto perché potenza sciita, non soltanto perché possiede una proiezione regionale, non soltanto per il dossier nucleare. Viene colpito perché ha tentato di uscire dalla condizione assegnatagli dalla gerarchia internazionale: esportatore di energia, mercato di sbocco, territorio da contenere, Stato da disciplinare. L’Iran post-rivoluzionario, con tutte le sue contraddizioni interne, ha invece costruito una traiettoria diversa: scuola, industria, farmaceutica, acciaio, cemento, università, missilistica, droni, relazioni eurasiatiche, diplomazia verso il Sud globale, capacità di resistenza alle sanzioni.
Questa è la vera colpa geopolitica di Teheran. Non l’arretratezza, ma l’autonomia. Non la debolezza, ma la capacità di durare. Non l’isolamento, ma la trasformazione dell’isolamento in infrastruttura nazionale. L’Occidente può tollerare un Paese povero, dipendente, folkloristico, diviso e ricattabile. Fatica invece a tollerare un Paese che, pur sotto assedio, continua a produrre tecnici, missili, medici, ingegneri, farmaci, energia, alleanze e visione storica.

L’Iran dei Pahlavi e la modernità scenografica
Maddalena Celano colloca la radice della questione iraniana nell’epoca Pahlavi. È una scelta importante, perché spezza una rappresentazione molto diffusa in Occidente: quella secondo cui l’Iran dello Scià sarebbe stato un Paese moderno, aperto, in cammino verso il progresso, interrotto poi dalla rivoluzione del 1979. Questa lettura, seducente nelle fotografie d’archivio e nella nostalgia delle élite occidentalizzate, regge poco se si guarda alla struttura reale del Paese.
L’Iran dei Pahlavi era moderno in superficie, dipendente in profondità. Aveva viali, università, palazzi, uniformi, armamenti occidentali, consumo urbano, élite cosmopolite. Ma non aveva sovranità industriale. La crescita economica, alimentata dal petrolio, non produceva emancipazione nazionale. Produceva disuguaglianza, corruzione, concentrazione della ricchezza, dipendenza tecnologica e frattura sociale. La “Rivoluzione Bianca” dello Scià voleva modernizzare dall’alto, ma finì per sradicare le campagne, gonfiare le periferie urbane, rafforzare un’oligarchia vicina alla corte e rendere ancora più evidente il divario tra l’Iran ufficiale e l’Iran reale.
Il Paese dello Scià importava tecnologia, fabbriche, brevetti, modelli produttivi e tecnici stranieri. L’industria era spesso assemblaggio, non autonomia. Le infrastrutture erano decisioni di vertice, non sviluppo equilibrato. La spesa militare comprava potenza, ma non la generava. La modernità era acquistata, non costruita. E una modernità acquistata può essere revocata da chi la vende.
Qui si comprende il trauma del 1953, con la caduta di Mohammed Mossadeq dopo la nazionalizzazione del petrolio. Quel passaggio non fu solo una vicenda iraniana. Fu una lezione storica. Quando un Paese produttore di energia prova a decidere da sé il destino delle proprie risorse, l’ordine imperiale reagisce. La sovranità energetica diventa immediatamente questione strategica. Mossadeq non venne percepito come un semplice capo di governo nazionalista, ma come un precedente pericoloso: se l’Iran avesse potuto controllare il proprio petrolio, altri Paesi avrebbero potuto fare lo stesso.
Da quel momento la monarchia Pahlavi diventò sempre più legata all’architettura occidentale del Golfo. Lo Scià non era soltanto un sovrano autoritario. Era un perno regionale di un sistema che voleva garantire all’Occidente energia, basi, controllo delle rotte e contenimento delle forze rivoluzionarie, nazionaliste o antimperialiste. La sua modernizzazione non mirava a rendere l’Iran davvero indipendente, ma a renderlo funzionale. Era una modernità subalterna, una modernità da vetrina, una modernità sorvegliata.
La rivoluzione del 1979 e la rottura della dipendenza
La rivoluzione del 1979 va letta, in questa prospettiva, non soltanto come evento religioso, ma come rottura geopolitica. Certo, la dimensione islamica fu centrale. Certo, la Repubblica islamica nacque da un impianto ideologico, giuridico e politico profondamente diverso dal nazionalismo laico di Mossadeq. Ma la continuità storica più profonda sta nella domanda di sovranità. L’Iran rivoluzionario volle sottrarsi a tre dipendenze: quella energetica gestita dall’esterno, quella militare garantita dall’Occidente, quella culturale fondata sull’imitazione delle élite occidentalizzate.
Lo slogan “né Est né Ovest” va compreso dentro questa logica. Non era soltanto una formula ideologica. Era il tentativo di rifiutare tanto la subordinazione al capitalismo statunitense quanto l’assorbimento nel blocco sovietico. L’Iran voleva essere centro di decisione, non periferia di un impero. La guerra con l’Iraq, dal 1980 al 1988, consolidò questa convinzione. L’esperienza della “Difesa Sacra”, con un Paese aggredito, isolato, colpito, lasciato spesso senza forniture essenziali, convinse Teheran che nessuna indipendenza è possibile se la sicurezza dipende da fornitori esterni.
Da qui nasce la dottrina dell’autosufficienza. Non come mito autarchico, ma come necessità di sopravvivenza. L’Iran imparò che ogni componente importata può diventare ricatto, ogni licenza straniera può essere revocata, ogni pagamento internazionale può essere bloccato, ogni banca può essere intimidita, ogni farmaco può diventare arma, ogni pezzo di ricambio può trasformarsi in strumento di pressione politica. L’embargo insegnò alla Repubblica islamica una lezione spietata: il mondo globalizzato è aperto solo per chi accetta la disciplina del centro. Chi disobbedisce scopre che il mercato può chiudersi da un giorno all’altro.
Così l’antimperialismo iraniano, nella lettura di Celano, smette di essere semplice parola d’ordine. Diventa fabbrica, laboratorio, università, scuola tecnica, industria farmaceutica, produzione d’acciaio, cemento, automobile, droni, sistemi missilistici, biotecnologie, nanotecnologie. È qui che il discorso si fa più interessante. L’Iran non ha risposto alla pressione occidentale solo con la retorica della resistenza, ma con una lenta costruzione di capacità interne. Ha trasformato la sanzione in disciplina industriale. Ha trasformato l’isolamento in obbligo di apprendimento. Ha trasformato il divieto di accesso in necessità di produzione.

La scuola come arma strategica
Il volume insiste su un punto che merita di essere posto al centro: la scuola. La sovranità iraniana non nasce soltanto nelle caserme, nei centri di ricerca militari o nei ministeri. Nasce nelle aule. L’alfabetizzazione, la presenza femminile nelle università, la crescita delle discipline scientifiche, la formazione tecnica, il passaggio da una società segnata dall’esclusione educativa a una società capace di produrre capitale umano diffuso sono elementi essenziali della resistenza iraniana.
Qui si rovescia una narrazione occidentale semplificata. Spesso l’Iran viene raccontato soltanto come Paese oppressivo, chiuso, oscurantista. Ma la realtà è più complessa. La Repubblica islamica ha costruito una base educativa e scientifica significativa, soprattutto nelle discipline necessarie alla sovranità tecnologica. La presenza delle donne nelle facoltà scientifiche, la crescita del personale tecnico, la nascita di imprese legate alla conoscenza, la capacità di produrre farmaci avanzati e componenti industriali raccontano una modernizzazione diversa da quella dei Pahlavi: meno scenografica, più radicata; meno dipendente dall’approvazione occidentale, più legata alla sopravvivenza nazionale.
Questo spiega perché la guerra ibrida contro l’Iran colpisca anche l’istruzione. Se la sovranità nasce nel sapere, allora il sapere diventa bersaglio. Se la resistenza si alimenta nei laboratori, allora i laboratori entrano nel mirino. Se il futuro iraniano dipende da studenti, ricercatori, medici, informatici, ingegneri, fisici e tecnici, allora la guerra non può limitarsi ai depositi di armi. Deve colpire la catena della conoscenza.
È questa la parte più moderna e crudele del conflitto. Le guerre del passato puntavano a occupare capitali, distruggere eserciti, controllare porti, miniere, ferrovie e raffinerie. Le guerre contemporanee puntano anche a distruggere capacità cognitive. Un bombardamento su un’infrastruttura scientifica non elimina solo un edificio. Elimina dati, anni di ricerca, archivi, reti di competenze, continuità generazionale. Uccidere uno scienziato non significa soltanto eliminare una persona. Significa tentare di interrompere una scuola, un metodo, un passaggio di conoscenza.
La guerra contro la scuola è dunque guerra contro il futuro. È scolasticidio nel senso più politico del termine: non semplice danno collaterale, ma tentativo di impedire a una nazione di riprodurre la propria autonomia. Un Paese senza università funzionanti, senza laboratori, senza tecnici, senza banche dati, senza continuità scientifica, può anche restare formalmente indipendente. Ma diventa dipendente nella sostanza. Ha una bandiera, ma non produce. Ha un governo, ma non innova. Ha confini, ma non decide.
La guerra ibrida come assedio totale
La guerra contro l’Iran non è soltanto militare. È ibrida perché combina strumenti diversi: sanzioni economiche, isolamento finanziario, operazioni coperte, assassinii mirati, sabotaggi industriali, guerra informativa, demonizzazione mediatica, pressione diplomatica, minacce militari, manipolazione dei diritti umani, attacchi cibernetici, guerra psicologica, sostegno a fratture interne. L’obiettivo non è solo vincere una battaglia. È produrre logoramento permanente.
Una guerra ibrida non cerca necessariamente il crollo immediato del nemico. Cerca di rendergli impossibile respirare normalmente. Colpisce la moneta, il commercio, la reputazione, le banche, l’accesso ai farmaci, le assicurazioni, gli investimenti, le relazioni diplomatiche, le università, la fiducia interna, la coesione sociale. È una guerra a bassa e alta intensità insieme. Può alternare negoziati e bombardamenti, offerte e minacce, diplomazia e sabotaggio, diritti umani e embargo tecnologico.
L’Iran è sottoposto da decenni a questa pressione. E proprio questa durata ha prodotto un effetto che l’Occidente spesso sottovaluta: ha creato una cultura dell’assedio. La società iraniana conosce la scarsità, la minaccia, il blocco, il lutto, la mobilitazione, la retorica patriottica, la diffidenza verso l’esterno. Questo non elimina le tensioni interne, che sono reali, né cancella i conflitti sociali, politici e generazionali. Ma rende più difficile trasformare la pressione esterna in crollo automatico. Quando un Paese vive per decenni sotto minaccia, sviluppa anticorpi. Non sempre democratici, non sempre efficienti, non sempre giusti. Ma spesso resistenti.
Il paradosso è che le sanzioni, pensate per indebolire il regime, hanno contribuito anche a rafforzarne alcune logiche. Hanno permesso alla dirigenza iraniana di presentare molte difficoltà interne come effetto dell’assedio esterno. Hanno alimentato reti economiche alternative. Hanno favorito apparati capaci di vivere nella scarsità. Hanno reso la sovranità non una scelta ideologica astratta, ma una questione quotidiana. Quando i farmaci mancano, quando le banche non funzionano, quando una fabbrica non riceve componenti, la geopolitica smette di essere discorso da specialisti e diventa vita concreta.

La deterrenza iraniana e la fine dell’impunità tecnologica
Sul piano militare, la questione decisiva è che l’Iran non può essere trattato come una milizia. È uno Stato-civiltà, con territorio vasto, popolazione numerosa, profondità geografica, apparato industriale, cultura strategica e capacità di mobilitazione. Israele e Stati Uniti possono colpire duramente l’Iran, ma non possono presumere una guerra breve, chirurgica e priva di conseguenze. Ed è proprio questo che modifica il calcolo strategico.
Per anni la superiorità occidentale e israeliana si è fondata su un presupposto: colpire senza subire danni proporzionati. L’aviazione, l’intelligence, la difesa antimissile, la guerra elettronica, la superiorità tecnologica e la capacità di proiezione hanno garantito una forma di impunità militare. L’Iran ha lavorato per incrinare questa impunità. Non necessariamente per ottenere una superiorità assoluta, ma per costruire una capacità di risposta sufficiente a rendere ogni aggressione troppo costosa.
La deterrenza iraniana si fonda su diversi elementi. Il primo è la saturazione. Moltiplicare vettori, droni e missili significa costringere l’avversario a consumare difese costose contro attacchi più numerosi e spesso meno costosi. Il secondo è la profondità. L’Iran non è un piccolo territorio concentrato in pochi centri vulnerabili. La sua geografia rende difficile una neutralizzazione rapida. Il terzo è la regionalizzazione della risposta. Teheran dispone di relazioni, alleanze e influenze in più teatri, dal Levante al Golfo, dallo Yemen all’Iraq, fino al Mediterraneo allargato. Il quarto è l’integrazione tra industria civile e militare. Acciaio, chimica, componentistica, elettronica, materiali avanzati, università e difesa non sono compartimenti separati. Si alimentano reciprocamente.
La guerra moderna è guerra di magazzini e officine. Non vince solo chi possiede il sistema più sofisticato, ma chi può produrre, sostituire, riparare, adattare, moltiplicare. La difesa aerea israeliana può essere tecnologicamente avanzata, ma se viene costretta a intercettare ondate ripetute di vettori, il problema diventa industriale ed economico. Ogni intercettore ha un costo. Ogni batteria ha un limite. Ogni scorta deve essere ricostituita. Ogni guerra di saturazione trasforma la tecnologia in contabilità.
Questo è il punto che Alberto Fazolo pone con forza nella sua introduzione: l’arroganza strategica occidentale e israeliana nasce dall’idea di essere ancora irraggiungibili. Ma l’Iran ha mostrato che la distanza si è ridotta. Non perché Teheran sia diventata invincibile, ma perché ha reso vulnerabile chi si credeva intoccabile. E quando l’intoccabile scopre di poter essere colpito, cambia la psicologia della guerra.
Israele, Stati Uniti e il rischio della guerra lunga
Israele considera l’Iran una minaccia esistenziale perché vede in Teheran non soltanto un avversario militare, ma il centro politico e simbolico di un asse regionale ostile. L’Iran sostiene forze che contestano la supremazia israeliana nell’area; alimenta una narrativa anti-israeliana e antimperialista; costruisce deterrenza; cerca di impedire che il Medio Oriente venga normalizzato attorno alla centralità strategica di Tel Aviv e Washington.
Ma Israele incontra un limite. Può colpire singoli obiettivi, può eliminare figure importanti, può rallentare programmi, può usare intelligence e tecnologia con notevole efficacia. Tuttavia non può occupare l’Iran, non può distruggerne la profondità sociale, non può annullarne la geografia, non può cancellarne il capitale umano. Una guerra totale richiederebbe il coinvolgimento americano, ma anche gli Stati Uniti dovrebbero misurarsi con costi imprevedibili: basi regionali esposte, rotte energetiche vulnerabili, mercati sotto pressione, opinione pubblica stanca, alleati divisi, Cina e Russia pronte a sfruttare la crisi.
Qui la valutazione strategica diventa prudente. Una guerra contro l’Iran non sarebbe una replica delle campagne contro l’Iraq o la Libia. L’Iraq era stato devastato da guerra, sanzioni e isolamento prima dell’invasione. La Libia era uno Stato fragile, privo di profondità industriale e di alleanze solide. L’Iran è un’altra cosa. Ha un’identità nazionale antica, una società complessa, un territorio difficile, apparati resilienti, strumenti asimmetrici e un ruolo geoeconomico centrale.
Il rischio per Washington è cadere nella trappola della guerra permanente: non abbastanza per vincere davvero, abbastanza per destabilizzare tutti. Una guerra lunga contro l’Iran potrebbe incendiare il Golfo, spingere in alto i prezzi energetici, accelerare la dedollarizzazione, rafforzare l’asse con Russia e Cina, dividere l’Europa, mettere in difficoltà le monarchie del Golfo e produrre un nuovo fronte di logoramento mentre la competizione principale con Pechino richiede concentrazione strategica.
La geografia dell’Iran e la partita eurasiatica
La forza dell’Iran non sta soltanto nelle armi. Sta nella geografia. Teheran occupa uno spazio che collega Golfo Persico, Asia centrale, Caucaso, subcontinente indiano, mondo russo e rotte verso il Mediterraneo. È un ponte naturale tra energia, terra e mare. È una delle chiavi della possibile integrazione eurasiatica.
Il Corridoio Nord-Sud, le relazioni con Russia e Cina, l’ingresso nei circuiti multipolari, la cooperazione con i BRICS, i rapporti con India e Asia centrale, la possibilità di scambiare energia in forme meno dipendenti dal dollaro: tutto questo rende l’Iran molto più di una potenza regionale. Lo rende un nodo. E i nodi, nella geoeconomia, contano più dei confini.
L’Occidente ha dominato il mondo moderno anche perché ha dominato le rotte marittime, le assicurazioni, la finanza, le valute, i porti, i passaggi obbligati. L’Iran, insieme ad altri attori eurasiatici, partecipa invece alla costruzione di alternative terrestri e miste. Non si tratta di sostituire completamente il mare, ma di ridurre la vulnerabilità verso il controllo navale occidentale. Ogni ferrovia, ogni porto, ogni oleodotto, ogni accordo valutario, ogni piattaforma di pagamento alternativa riduce un frammento del potere imperiale.
Per questo l’Iran è strategicamente temuto. Non soltanto perché può chiudere o minacciare Hormuz, ma perché può aprire vie alternative. La minaccia non è solo negativa, cioè la capacità di interrompere. È positiva: la capacità di collegare. Un Iran stabile, industrializzato e integrato nei circuiti eurasiatici rafforza un mondo meno occidentale. E questo, per Washington, è più pericoloso di molti proclami.
La guerra economica e il dollaro come arma
Lo scenario economico è centrale. La guerra contro l’Iran è inseparabile dalla difesa dell’ordine finanziario dominato dagli Stati Uniti. Il dollaro non è soltanto una moneta. È una struttura di potere. Permette di commerciare, assicurare, finanziare, sanzionare, escludere, bloccare. Attraverso il dollaro e le reti finanziarie collegate, Washington può trasformare una decisione politica in una punizione globale.
L’Iran ha sperimentato questa realtà più di molti altri. Esclusione bancaria, difficoltà nei pagamenti, blocco degli investimenti, paura delle imprese straniere, impossibilità di acquistare tecnologie, pressioni su Paesi terzi. La sanzione moderna non colpisce soltanto lo Stato. Colpisce l’intero ecosistema di una società: imprese, ospedali, università, banche, studenti, importatori, esportatori, famiglie.
Ma la sanzione ha anche un effetto di lungo periodo: spinge a cercare alternative. Se un Paese viene escluso dal circuito occidentale, cercherà circuiti non occidentali. Se il dollaro viene usato come arma, altri proveranno a ridurre l’esposizione al dollaro. Se le banche occidentali diventano strumenti politici, nasceranno meccanismi paralleli, magari più fragili, più lenti, meno efficienti, ma politicamente necessari.
L’Iran non può da solo rovesciare l’ordine del dollaro. Ma può contribuire a indebolirne l’universalità. Scambi con Russia e Cina, uso di valute alternative, accordi energetici, triangolazioni commerciali, reti informali, integrazione con economie sanzionate o semi-sanzionate: tutto questo costruisce una geografia economica diversa. Non è ancora un ordine nuovo compiuto. È una serie di crepe. Ma gli imperi spesso iniziano a declinare proprio quando le crepe diventano sistema.
L’Europa e la sua irrilevanza scelta
Il contributo di Bruno Scapini sposta il discorso verso l’Italia e l’Europa. Qui il tema non è soltanto l’Iran. È la condizione europea. L’Unione Europea avrebbe avuto tutti gli interessi per costruire una politica autonoma verso Teheran: interessi energetici, industriali, commerciali, diplomatici, mediterranei. Avrebbe potuto proporsi come ponte, garante, spazio di mediazione, alternativa alla logica americana dell’assedio. Invece ha scelto quasi sempre l’allineamento.
Questa scelta ha un costo. L’Iran, respinto dall’Europa, si è orientato ancora di più verso Russia, Cina e Sud globale. Le imprese europee hanno perso spazi. La diplomazia europea ha perso credibilità. La retorica dell’autonomia strategica è stata smentita dalla pratica delle sanzioni. L’Europa ha parlato di pace, ma ha accettato la grammatica della pressione. Ha parlato di interessi propri, ma ha seguito interessi altrui. Ha parlato di multipolarismo regolato, ma ha agito come appendice dell’ordine atlantico.
Il richiamo di Scapini alla neutralità permanente dell’Italia va letto in questo contesto. Non è solo una proposta giuridica o diplomatica. È una provocazione strategica: può un Paese come l’Italia, collocato nel Mediterraneo, dipendente dall’energia, esposto alle crisi africane e mediorientali, continuare a comportarsi come retrovia disciplinata di conflitti che non controlla? Può rinunciare alla propria vocazione di ponte? Può accettare che ogni crisi con Russia, Iran, Cina o mondo arabo venga letta solo attraverso la lente dell’allineamento militare?
La neutralità, nella visione di Scapini, non è fuga dalla storia. È tentativo di tornare nella storia come soggetto. Un’Italia neutrale, o almeno meno automaticamente allineata, potrebbe parlare con più attori, ridurre il rischio di coinvolgimento in guerre non volute, difendere meglio i propri interessi economici e recuperare una funzione mediterranea. È una tesi discutibile, certo, ma tocca un nervo scoperto: l’Italia e l’Europa sono spesso coinvolte in strategie che non decidono e di cui pagano le conseguenze.

Il modello Mattei e la possibilità mancata
Il riferimento al modello Mattei è decisivo. Enrico Mattei aveva compreso che la relazione con i Paesi produttori di energia non poteva essere costruita solo su sfruttamento e subordinazione. Servivano accordi più equilibrati, partecipazione, infrastrutture, rispetto della sovranità, formazione tecnica, cooperazione industriale. Non era idealismo. Era realismo intelligente. Un Paese privo di grandi risorse energetiche, come l’Italia, poteva ottenere spazio non con la forza imperiale, ma con una diplomazia economica più flessibile e meno predatoria.
Applicato all’Iran, questo modello avrebbe potuto offrire all’Europa una strada diversa. Non adesione ideologica a Teheran, non rottura con gli Stati Uniti, ma costruzione di rapporti pragmatici fondati su energia, industria, tecnologia, infrastrutture, università, farmaceutica, cultura. Invece l’Europa ha progressivamente ceduto terreno. Ha lasciato che il rapporto con l’Iran venisse definito da Washington e da Tel Aviv. Ha sacrificato interessi economici e autonomia diplomatica sull’altare della disciplina atlantica.
Il risultato è che oggi l’Iran guarda altrove. Guarda alla Cina per investimenti e mercati. Guarda alla Russia per convergenza strategica. Guarda al Sud globale per legittimazione politica. Guarda all’America Latina, all’Africa e all’Asia come spazi in cui costruire relazioni meno condizionate dal giudizio occidentale. L’Europa resta geograficamente vicina, ma politicamente lontana. È la sua tragedia: essere prossima ai problemi e distante dalle decisioni.
Chiara Cavalieri, Geraldina Colotti e la diplomazia dell’Iran assediato
Le interviste curate da Chiara Cavalieri e Geraldina Colotti aiutano a comprendere un’altra dimensione: l’Iran non vuole essere raccontato soltanto come bersaglio, ma come soggetto diplomatico. Non si presenta solo come Paese sotto attacco, ma come attore che rivendica una propria visione della sicurezza regionale e dell’ordine internazionale.
Nel confronto con Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore iraniano in Italia, emerge una linea chiara: l’Iran si rappresenta come potenza difensiva, non aggressiva; come civiltà antica, non minaccia irrazionale; come Paese circondato da basi straniere, non come origine unica dell’instabilità regionale. È una narrazione che ribalta quella occidentale. Per Teheran, il vero problema non è la presenza iraniana nella regione, ma la presenza militare occidentale attorno all’Iran. Non è il programma iraniano in sé, ma il doppio standard di chi tollera arsenali altrui e demonizza ogni capacità autonoma iraniana.
Geraldina Colotti, con l’intervista ad Ali Chegini, ambasciatore iraniano in Venezuela, porta invece il discorso verso la geografia antimperialista. Qui l’Iran incontra l’America Latina, il Venezuela, Cuba, il Nicaragua, la Palestina, tutti quei contesti in cui la pressione statunitense viene interpretata come parte di una stessa logica imperiale. L’Iran non si pensa isolato, ma inserito in una costellazione di resistenze. Questa dimensione è fondamentale. Perché una potenza assediata sopravvive meglio se riesce a trasformare il proprio assedio in identità condivisa con altri.
Si può criticare questa narrazione. Si può dire che l’Iran usa l’antimperialismo anche per coprire contraddizioni interne. Si può osservare che il Sud globale non è un blocco omogeneo. Ma sarebbe ingenuo negare l’efficacia politica di questo linguaggio. Molti Paesi ricordano colpi di Stato, sanzioni, interventi militari, imposizioni finanziarie, umiliazioni diplomatiche. Quando Teheran parla di sovranità, una parte del mondo ascolta non perché ignori i problemi iraniani, ma perché riconosce nel discorso iraniano un’esperienza più vasta.
Roberto Roggero e il lato nascosto della crisi
Il contributo di Roberto Roggero, dedicato alle verità scomode dietro le quinte, richiama la necessità di non fermarsi alla superficie. La crisi iraniana viene spesso raccontata come confronto tra un regime pericoloso e una comunità internazionale preoccupata. Ma questa rappresentazione cancella molto: gli interessi dell’industria militare, il ruolo delle lobby, la competizione energetica, i calcoli israeliani, la strategia americana verso la Cina, il peso delle monarchie del Golfo, la guerra informativa, le operazioni clandestine, il ruolo dei servizi, la funzione politica delle sanzioni.
L’Iran non è un problema nato dal nulla. È il risultato di una lunga storia di interferenze, paure, ambizioni e resistenze. Ogni volta che Teheran viene descritta come minaccia assoluta, bisognerebbe chiedersi chi trae vantaggio da quella rappresentazione. L’industria della difesa? Le forze politiche israeliane più dure? Gli apparati di sicurezza americani? Le monarchie regionali rivali? Le reti mediatiche che vivono di emergenze permanenti? I settori energetici che guadagnano dalla tensione?
La guerra ibrida è anche guerra della percezione. Prima di colpire un Paese, bisogna renderlo moralmente colpibile. Bisogna convincere l’opinione pubblica che non esista alternativa, che il nemico sia irrazionale, che ogni sua richiesta sia inganno, che ogni sua capacità sia minaccia, che ogni sua vittima sia sospetta. In questo senso, la demonizzazione dell’Iran prepara il terreno alla pressione. Non serve solo a spiegare la guerra. Serve a renderla accettabile.
Il nucleare come simbolo e pretesto
Il dossier nucleare è al centro della crisi, ma non la esaurisce. Per l’Occidente e Israele, il nucleare iraniano rappresenta il rischio che Teheran raggiunga una soglia tecnologica capace di modificare definitivamente l’equilibrio regionale. Per l’Iran, invece, il nucleare è anche simbolo di sovranità scientifica, diritto allo sviluppo, capacità di non dipendere dall’esterno. Il problema nasce proprio da questa doppia lettura.
Ogni tecnologia strategica è ambigua. Può essere civile e militare, energetica e deterrente, scientifica e geopolitica. L’Iran rivendica il diritto alla tecnologia. I suoi avversari temono che quel diritto apra la strada a una capacità militare superiore. Ma il punto politico è che ad altri attori regionali viene riconosciuto ciò che all’Iran viene negato. Il doppio standard alimenta la sfiducia iraniana e rafforza la convinzione che il vero obiettivo non sia impedire una bomba, ma impedire una piena sovranità tecnologica.
La questione nucleare, quindi, diventa la punta visibile di un iceberg. Sotto ci sono missili, droni, industria, università, energia, moneta, relazioni internazionali, sicurezza regionale. Anche se il dossier nucleare venisse temporaneamente congelato, resterebbe il problema di fondo: l’Occidente è disposto ad accettare un Iran forte ma non subordinato? Israele è disposto ad accettare un rivale regionale capace di deterrenza? Le monarchie del Golfo sono disposte a convivere con Teheran senza chiedere costantemente copertura esterna? Gli Stati Uniti sono disposti a riconoscere che il Medio Oriente non è più un protettorato strategico?
Scenari economici: tre possibilità
Sul piano economico si aprono tre scenari. Il primo è quello della distensione controllata. In questo caso, un accordo limitato ridurrebbe la pressione sul nucleare, permetterebbe qualche forma di alleggerimento sanzionatorio, riaprirebbe spazi commerciali selettivi e stabilizzerebbe il mercato energetico. L’Iran potrebbe vendere più energia, attrarre investimenti mirati, rafforzare la propria moneta e rilanciare alcuni settori industriali. L’Europa avrebbe un’occasione per rientrare, ma dovrebbe muoversi rapidamente e con autonomia. Il rischio è che Stati Uniti e Israele mantengano comunque un dispositivo di pressione tale da rendere l’apertura fragile e reversibile.
Il secondo scenario è quello del contenimento permanente. Le sanzioni restano, i negoziati si alternano alle crisi, l’Iran continua a sopravvivere attraverso Cina, Russia, reti informali e produzione interna. È lo scenario più probabile se nessuno vuole una guerra totale ma nessuno accetta una vera normalizzazione. Per Teheran significa crescita limitata, economia adattiva, rafforzamento degli apparati interni, maggiore dipendenza dall’Asia. Per l’Occidente significa mantenere pressione ma perdere progressivamente influenza sulla società iraniana. Per l’Europa significa restare fuori da un mercato che altri, lentamente, occuperanno.
Il terzo scenario è quello dell’escalation. Attacchi militari, sabotaggi, chiusura o minaccia su Hormuz, aumento dei prezzi energetici, instabilità regionale, fuga degli investitori, accelerazione della cooperazione Iran-Russia-Cina. Sarebbe lo scenario più pericoloso. Potrebbe danneggiare duramente l’Iran, ma anche colpire l’economia mondiale. L’energia salirebbe, l’inflazione tornerebbe, le monarchie del Golfo sarebbero sotto pressione, l’Europa pagherebbe il conto più alto, la Cina potrebbe rafforzare il proprio ruolo di compratore e mediatore, la Russia trarrebbe vantaggio da un Occidente distratto e diviso.
Scenari militari: vittoria impossibile, danno possibile
Sul piano militare, la domanda non è se l’Iran possa essere colpito. Può esserlo. La domanda è se possa essere piegato. Qui la risposta diventa molto più incerta. Un attacco occidentale o israeliano potrebbe distruggere infrastrutture, rallentare programmi, uccidere figure chiave, danneggiare la rete militare, colpire centri energetici o scientifici. Ma difficilmente eliminerebbe la capacità iraniana di rigenerarsi.
La storia recente mostra che distruggere uno Stato è più facile che sostituirlo con un ordine stabile. Iraq, Libia, Siria, Afghanistan sono lezioni che dovrebbero pesare. Nel caso iraniano, il rischio sarebbe ancora più alto, perché la scala è diversa. L’Iran non è solo un regime. È una nazione con una memoria storica profonda. La pressione esterna può anche alimentare dissenso interno, ma può pure produrre ricompattamento patriottico. Il bombardamento non democratizza automaticamente. Spesso militarizza.
Una guerra totale contro l’Iran richiederebbe un impegno enorme e avrebbe effetti regionali imprevedibili. Una guerra limitata, invece, rischierebbe di non raggiungere l’obiettivo politico. Potrebbe danneggiare Teheran senza neutralizzarla. Potrebbe rafforzare la convinzione iraniana che solo una deterrenza ancora più forte garantisca la sopravvivenza. Potrebbe spingere il Paese verso scelte più radicali. La guerra, insomma, potrebbe produrre l’opposto di ciò che promette.
Conclusione: l’Iran come prova del secolo
L’Iran è diventato una prova del secolo perché concentra tutte le fratture del tempo presente: sovranità contro subordinazione, industria contro rendita, Eurasia contro dominio marittimo, dollaro contro valute alternative, scuola contro sanzione, deterrenza contro impunità, Sud globale contro ordine unipolare, Europa autonoma contro Europa atlantica, diplomazia contro guerra permanente.
Il volume curato da Maddalena Celano, con i contributi di Chiara Cavalieri, Geraldina Colotti, Roberto Roggero e Bruno Scapini e l’introduzione di Alberto Fazolo, ha il merito di non trattare l’Iran come un caso isolato. Lo colloca dentro una trasformazione mondiale. Il suo limite, per alcuni lettori, potrà essere una forte partecipazione interpretativa, una scelta di campo evidente, una lettura radicale del conflitto con l’Occidente. Ma proprio questa scelta permette di cogliere un elemento spesso rimosso: il problema iraniano non è soltanto ciò che l’Iran fa. È ciò che l’Iran rappresenta.
Rappresenta la possibilità che una nazione assediata non ceda. Rappresenta la possibilità che le sanzioni non bastino. Rappresenta la possibilità che la modernità non sia monopolio occidentale. Rappresenta la possibilità che la scuola diventi arma strategica, che la fabbrica diventi sovranità, che il missile diventi deterrenza, che il farmaco diventi indipendenza, che il corridoio commerciale diventi geopolitica, che la moneta diventi campo di battaglia.
Per questo l’Iran fa paura. Non perché sia onnipotente. Non perché sia modello universale. Non perché sia privo di contraddizioni. Fa paura perché dimostra che si può essere colpiti senza essere cancellati, isolati senza essere paralizzati, demonizzati senza perdere voce, sanzionati senza rinunciare all’industria, assediati senza smettere di pensarsi sovrani.
La vera domanda, allora, non è se l’Iran vincerà. La domanda è se l’Occidente sia ancora capace di accettare l’esistenza di potenze che non obbediscono. Se la risposta sarà no, la guerra ibrida continuerà. Se la risposta sarà sì, allora il mondo potrà forse entrare in una fase meno imperiale e più negoziale. Ma per arrivarci servirà una rivoluzione mentale prima ancora che diplomatica: riconoscere che la sovranità degli altri non è una minaccia solo perché non coincide con i nostri interessi.
L’Iran, nel bene e nel male, ha già posto questa domanda. Ed è una domanda che non riguarda soltanto Teheran. Riguarda Mosca, Pechino, Nuova Delhi, Brasilia, Pretoria, Caracas, Riad, Ankara. Riguarda l’Europa, che deve decidere se essere soggetto o appendice. Riguarda gli Stati Uniti, chiamati a scegliere tra egemonia militare e convivenza con il multipolarismo. Riguarda il Mediterraneo, il Golfo, l’Eurasia, il Sud globale.
Il conflitto iraniano, dunque, non è una periferia della storia. È uno dei luoghi in cui la storia sta cambiando padrone.
